Storie della tua vita – I racconti di Ted Chiang, all’origine di Arrival

9788820095833_0_0_1526_80Incuriosito dall’idea della raccolta sci-fi e dalla ricerca delle radici del recente film di Denis Villeneuve, mi sono buttato su questa fresca riedizione di Storie della tua Vita, antologia di otto racconti scritti da Ted Chiang dal 1990 al 2001. Storia della tua vita, lo scritto più corposo, è appunto quello alla base di Arrival.

Chiang ha vinto, negli anni, i più importanti premi del settore, e dovrebbe essere la prima volta che mi confronto con quella che credo si definisca hard science fiction, cioè una narrativa con un’attenzione particolare ed effettiva agli aspetti tecnici della questione. La cosa non mi ha convinto del tutto. Ho letto Dick, Gibson, gli Strugackij, Lem, altri in ordine sparso, e tutti, pur ricercando una coerenza interna, si rivolgono al fantastico e alla fantascienza per trovare il proprio modo di esprimere temi prettamente umanisti. Nuove tecnologie offrono possibilità e costrizioni utili a estremizzare e quindi raccontare aspetti della società, dei sentimenti, del pensiero, ma l’esistenza di quelle tecnologie rimane del tutto funzionale, affidata al piano concettuale. Nei racconti di Chiang, invece, l’idea tecnologica e la sua plausibilità conservano un ruolo centrale nel testo e nelle motivazioni che hanno spinto alla sua scrittura.

Il confronto fra il racconto di Chiang e il film di Villeneuve e dello sceneggiatore Eric Heisserer non è stimolante come quello fra Enemy e il libro di Saramago, L’uomo Duplicato. Lì le differenze sostanziali danno due opere vicine nei contenuti, ma nei toni, e alla fine anche nel messaggio, molto differenti, un notevole incontro di autori che rispecchia l’essenza e lo stile di ognuno, su medium differenti. Con Ted Chiang ho avuto più l’impressione di avere a che fare con il frutto del lavoro di un accorto scrittore part time, che con della letteratura, cosa che potrebbe, per me, rappresentare il limite del genere. Quello che sorprende, di un autore letterario, è la capacità di dar vita ai dettagli, alle vicende secondarie, alle costruzioni inattese della frase, con cui spesso racconta davvero, senza raccontare, al di fuori dell’intreccio. La scrittura di Chiang è estremamente diretta, dimostrativa, enuncia le sensazioni senza giustificarle, e in alcuni casi mi ha ricordato le sinossi di opere più ampie, dove lo scopo è comunicare il contenuto di un libro, non la sua anima. A Chiang va riconosciuta la paternità delle idee cardine di Arrival, ma il confronto vale soprattutto per valorizzare le scelte di regia e riscrittura. Il film riesce, infatti, a trasformare le idee in qualcosa di più complesso e significativo, di vicino ai nostri intimi timori.

La lettura del libro di Chiang, comunque piacevole e veloce, è spinta soprattutto dalla curiosità per la scoperta dell’idea che sarà al centro del racconto. Il contesto non è sempre futuristico, spesso l’ispirazione tocca figure e temi religiosi, domande tecnologiche si esprimono attraverso la descrizione di realtà fantastiche, in Settantadue lettere,  ad esempio, intrecciando contatti fra i golem, la robotica e la riproduzione artificiale. In alcune occasioni, come nel racconto finale Amare ciò che si vede, lo scrittore sembra individuare la suggestione tecnologica, senza dar conto delle connessioni e le moltitudini di effetti che la stessa provocherebbe sull’esistenza umana. L’esperienza e l’esistenza appaiono soggette a drastiche semplificazioni. In chiusura, anche nelle sue note, Chiang si dichiara ipoteticamente favorevole a una tecnologia che inibisca il riconoscimento della bellezza, cancellando dalla visione individuale le differenze estetiche. Lascia intendere una concezione piuttosto ristretta degli impulsi e le sensazioni degli esseri umani, che sembrerebbero dover esistere per tendere a finalità più integre e definite, non umane.

Addio Jirō Taniguchi, artista straordinario.

Lo zen di Gourmet e L’uomo che cammina, la collaborazione fantastica con Moebius, il codice de Il libro del vento, l’intimità di In una lontana città, e moltissimo altro. Jiro Taniguchi è stato uno dei più grandi artisti contemporanei, grazie per tanta bellezza.

Doctor Strange (Scott Derrickson 2016). Non tutti i supereroi vengono per nuocere.

doctor-strangeDopo aver giustamente definito lo strapotente franchising Marvel “una piaga”, Tilda Swinton, Benedict Cumberbatch e Mads Mikkelsen mi hanno portato a vedere il migliore film Marvel dai tempi dello Spider-Man di Raimi. Ormai roba da cinema classico, in buona parte fatta ancora d’ingenua carne analogica. Doctor Strange è invece un tripudio di evoluzioni digitali, ma per una volta la qualità degli attori, l’efficacia di molte trovate visive e narrative, l’eccesso psichedelico, salvano decisamente la baracca.

Si tratta di un film che si consente di pompare l’inno barrettiano agli stati alterati di coscienza, Interstellar Overdrive, riuscendo poi a mantenere le promesse. Doctor Strange è un caleidoscopico viaggio fra le architetture mutanti di Inception (qui moltiplicate almeno per dieci), gli spazi ormai familiari ma sempre stranianti di Escher, i veli e i mondi di Matrix, i trip nell’estetica più spudoratamente seventies delle lisergiche moltiplicazioni frattali. E nonostante i costumi buffi e i continui eccessi scenografici, il film conserva una sua credibilità, costruendo i personaggi e le linee narrative di Stephen Strange e della Swinton, nei panni di Antico, in modo da regalargli umanità anche nell’assurdità del tutto. L’azione è debordante, ma sempre spezzata da elementi ironici, e trovano spazio momenti riflessivi che legano tutto alla gravità del tempo, portando la Swinton persino a una riuscita parentesi introspettiva, dalle parti di Roy Batty. Anche sul piano dell’eccesso visivo, oltre a sequenze efficaci quanto apertamente derivative, ha una sua originale spettacolarità nello scontro finale. Dove i protagonisti si affrontano in un ambiente che viaggia temporalmente a ritroso, in una costruzione ampia e complessa, una coreografia dove due linee cronologiche sono al tempo stesso separate e interdipendenti, e lo spettacolo fa il suo effetto. Come ultimo merito, Doctor Strange è un film compiuto. Pronto, come impone la postmodernità, a essere diluito e snaturato da una infinita serie di sequel e crossover, ma qui c’è una storia divertente, definita, con delle idee, e questo non potranno cancellarlo.

(4/5)

La La Land (Damien Chazelle 2016). Il sadico metafilmico

la-la-land-slowfilm-recensioneLa La Land è un bel film, ma le prossime sono note che potranno risultare un po’ fredde; chi avrà profondamente amato l’opera di Damien Chazelle, e credo siano in tanti, avrà sicuramente trovato un coinvolgimento più intenso, effettivo, reale. I sogni. Un mondo canterino gira attorno a quelli di Mia e Sebastian. L’incontro, la sintesi, la costruzione della coppia perfetta, e la musica, moltissima.

Non sono un fanatico della lettura metafilmica, non la cerco a ogni costo e comunque non credo sia, di per sé, un valore per un’opera. Come ogni argomento, l'(auto)riflessione sul cinema può essere trattato in maniera più o meno riuscita o interessante. L’intenzione metacinematografica di La La Land mi sembra preponderante, smisurata, tanto da rendere la sua storia d’amore, più che un incontro fra due persone, la ricostruzione di una storia d’amore come l’ha immaginata il cinema. Con un’attenzione particolare per gli anni ’50, epoca d’oro – matura, moderna, seminale – della produzione hollywoodiana, si racconta un cinema che è storia, una storia di cui il regista vuole cantare la grandezza, anche nelle sue espressioni più popolari, e formalizzare il suo rapporto con il sogno. Quasi una corrispondenza identitaria, e il percorso più naturale per creare un legame intimo con il pubblico, l’essere umano che finisce per desiderare di rispecchiarsi nello schermo – il sogno di un sogno.

Una corrispondenza così naturale che la storia di Mia, aspirante attrice, e Seb, pianista innamorato prima del jazz, poi di Mia, è quanto di più esemplare e semplice. I tempi sono i nostri, ma l’estetica dei titoli, i costumi, la musica, gli sguardi vengono dal cinema del passato. I virtuosismi della luce e dei pianosequenza, la magia che trasfigura anche le scenografie più quotidiane, vengono dall’amore per un’epoca in cui la tecnica è diventata linguaggio emotivo. Emma Stone – probabilmente l’attrice più interessante della sua generazione – è lo sguardo che riesce a rendere credibile l’incarnazione della diva, e al tempo stesso l’espressione più autentica e contemporanea del film. Durante i suoi provini l’opera si distacca momentaneamente dalle coreografie e l’attrice assume dei tratti reali, non lontani da quelli visti in Birdman, dove il racconto personale si antepone, finalmente, a quello del cinema.

Ma ecco che mi risulta difficile affrontare l’anima più intima e dolorosa del film. Quella che avvicina il discorso al precedente Whiplash, che pure nella prima parte non sembrava così affine, se non per l’importanza della componente musicale e performativa. La La Land trova il legame emotivo con il pubblico nel distacco e nella nostalgia e, come il suo predecessore, descrive la grandezza dell’arte attraverso la scelta del sacrificio. La coppia perfetta, la vita perfetta, esprimono la loro forza attraverso la mancanza, nel falso ricordo di una vita perduta che possa, per riflesso, rendere la gravità dell’ossessione artistica. Chazelle sembra trovare i momenti di massima gioia e identificazione nel montaggio che segue la ritmica dei bei pezzi musicali, è un autore che ha trovato modi appassionati – e un po’ esasperati – di celebrare l’arte, vuole renderla concreta e indispensabile, ma, forse, ancora non la fa.

(3,5/5)

Arrival (Denis Villeneuve 2016). Il dono del nuovo monolite

arrival-slowfilm-recensionePubblicato su Bologna Cult

Il cinema di Denis Villeneuve è, in questo periodo, fra i più sicuri, definiti e riconoscibili. Il canadese è riuscito a portare la sua poetica nelle produzioni hollywoodiane, unendo le scelte autoriali con l’apertura a un pubblico ampio, apparentemente senza dover fare grosse concessioni o compromessi. Arrival, presentato come il suo primo film di fantascienza, ha in realtà un ottimo precedente nel fantastico di Enemy, rielaborazione profonda de L’Uomo Duplicato di Saramago, da noi inspiegabilmente non distribuito. Villeneuve sa dare ai suoi film una consistenza singolare, rendendoli freddi, granitici, cerebrali, e al tempo stesso diffusamente ambigui, empatici, risultato di una costruzione che evita accuratamente di dare troppo peso al focus narrativo. Oltre che al racconto Storia della Tua Vita di Ted Chiang, Arrival evoca il Kubrick di 2001, il Vonnegut di Mattatoio n.5, lo Spielberg di Incontri Ravvicinati, Il Nolan di Interstellar, la spiritualità di Malick, e sicuramente molto altro. Ma la riconoscibilità di Villeneuve sta nel modo di allontanarsi dalle sue storie, nella capacità di lasciar corrispondere l’intero film, il suo tono, con il messaggio. La rappresentazione vive di scelte in cui l’immagine costruisce ampie architetture dai colori uniformi, quindi le identifica nei primi e primissimi piani di volti e sguardi, riconducendo tutto alla descrizione di un’interiorità che lo spettatore è chiamato a esplorare, fino a identificare temi condivisi in cui rispecchiarsi. Un ruolo essenziale, nella riuscita della singolare alchimia, è quello di Jóhann Jóhannsson, autore di un tessuto musicale che sostiene e definisce l’atmosfera combinando, anche qui, la materialità dell’ambiente con il senso sospeso di muri sonori e accenti profondi. Così, nello scantonare il film dalla rappresentazione mainstream, è essenziale la scelta di cosa evitare di mostrare, lasciando che sottotrame ed elementi narrativi consequenziali e risaputi mostrino solo i loro effetti.

[Da qui, solo per chi ha visto il film] L’incontro fra la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, e due degli alieni arrivati sul nostro pianeta a bordo di enormi gusci – le navi sono dodici, identiche e disseminate casualmente per il globo – è subito un evento che mette in gioco una serie di implicazioni sociali, culturali, una situazione complessa che sta portando il mondo alla rivolta interna e alla guerra interplanetaria. Ma al centro della storia, e della vita di Louise, c’è un lutto, la morte della giovane figlia. La presenza di Louise, e la presenza stessa degli alieni, ha uno scopo personale e individuale, come definisce anche il raccordo visivo fra lo “schermo” – in formato panoramico – dietro cui gli alieni osservano e si lasciano osservare dagli umani, e la grande vetrata sul lago della casa di Louise, luogo intimo e familiare che si sovrappone a quello extraterrestre, confondendo i due piani. Similmente ai celebri monoliti neri, i gusci si presentano come una cesura, anche grafica, nella storia dell’uomo, conservano un mistero e una conoscenza nuova, da elaborare e assimilare. Louise cerca una forma di comunicazione comune, ed è proprio nella particolare scrittura degli alieni eptapodi, circolare, senza inizio né fine e immediata portatrice di senso, che si riflette un modo differente di percepire il tempo, e di conseguenza di concepire l’esistenza stessa. Il punto che nella maggior parte della fantascienza viene bypassato attraverso provvidenziali ritrovati tecnologici, il nodo della diversità linguistica, qui diventa centrale, ed è la chiave per accedere, dopo aver citato Sapir-Whorf, a una diversa percezione della realtà, lasciando che la mente sia modellata da un diverso linguaggio.

Quella che sembrava una premessa, la perdita della figlia da parte di Louise, si rivela essere un evento cronologicamente successivo all’incontro con gli alieni. La futura madre, non più vincolata alla linearità temporale, conosce il destino della figlia, e lo accetta, scegliendo di metterla al mondo. All’interno di una storia che, pure attraverso una cronaca distaccata ed ellittica, presenta fobie e conflitti globali, il centro torna alle più profonde e irrinunciabili delle paure umane e individuali, quella della morte. L’altro episodio chiave, legato al generale che Louise persuade a non attaccare le navi spaziali, riguarda anch’esso una perdita, con il militare che, in un tempo futuro, rivela alla studiosa le parole che la moglie ha pronunciato in punto di morte, consentendo a Louise di riportargliele nel passato. Nella percezione circolare e completa dell’esistenza, la vita si presenta in ogni caso come “un gioco non a somma zero”, e il dono alieno, attraverso la “riprogrammazione linguistica” è la possibilità, per l’uomo, di accettare l’idea della morte.

Sulla strada del ritorno, mentre l’esterno sembra ancora una diretta emanazione delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo album dei Flaming Lips è un adeguato distillato musicale di alienazione e intimità.

“Il desiderio di avere più mucche”

(4/5)

La Tartaruga Rossa – La tortue rouge – The red turtle (Michaël Dudok de Wit 2016). Poesia e natura nella parabola di una vita.

tartaruga-rossa-locandinaPrimo lungometraggio animato dell’olandese Michaël Dudok de Wit, ultima coproduzione della Ghibli di Hayao Miyazaki, La Tartaruga Rossa è una piccola opera d’arte, dove protagonisti sono le immagini, i suoni, il tempo. La storia di un naufrago che non può lasciare l’isola che gli ha offerto la salvezza, non è una storia di solitudine e sopravvivenza, ma la rappresentazione poetica e naturalistica della parabola di una vita. Un film senza parole, delle quali non si sente neppure per un attimo la mancanza, che esprime malinconia, amore, paura, speranza, attraverso i suoni dell’ambiente e dell’uomo, e le musiche essenziali di Laurent Perez. Una forza visiva sorprendente, che nella base artigianale dei carboncini e gli acquerelli unisce delicatezza e realismo. I momenti onirici, le esplorazioni della natura, gli elementi e i pensieri hanno una consistenza tangibile, sensoriale, che rende ogni quadro parte di una narrazione semplice, come ogni racconto di vita, impossibile da comprendere completamente, messaggio singolare per ogni spettatore.

La Tartaruga Rossa esprime qualcosa che potrebbe essere riassunto in poche righe, e lascia che quelle frasi e parole respirino in immagini che sfiorano la densità del tempo. Il racconto, virtualmente infinito, nella fusione riuscita dei personaggi e degli ambienti, crea e rappresenta un unico essere. Cosa che di certo non significa la scoperta di una perfetta armonia, la certezza delle proprie scelte o l’assenza del dolore, perché non è di questo che siamo fatti, ma regala, nei propri conflitti, errori e paure, la speranza di una possibile ricerca.

La Tortue Rouge arriverà nelle nostre sale il 30 marzo, ed è certamente uno dei film più belli dell’anno.

(4,5/5)

Rogue One: a Star Wars story (Gareth Edwards 2016), Il GGG – Il Grande Gigante Gentile (Steven Spielberg 2016) e l’egemonia Disney sulla nostra immaginazione

rogue-one-slowfilm-recensioneDue grossi titoli, ma sarò breve. Se da una parte ero curioso di vedere la costola stellare di Gareth Edwards, regista che ho apprezzato in Godzilla e soprattutto nell’esordio di Monsters, dall’altra Il Risveglio della Forza mi aveva già persuaso che nulla di sbalorditivo sarebbe più venuto dal filone Star Wars, diventato un franchising come tanti altri. Rogue One racconta le vicende che portano i ribelli a impadronirsi dei piani della sempreverde Morte Nera, quella da far esplodere nell’episodio IV. E, rispetto a questa missione, il film non si sposta di un centimetro in nessun’altra direzione. Se consideriamo la cronologia narrativa, da questo film in avanti Guerre Stellari si presenta come un susseguirsi di cinque episodi in cui tutti, tranne L’Impero Colpisce Ancora, hanno come soggetto la costruzione e/o distruzione di una Morte Nera. Il mio timore è un Episodio VIII incentrato sulla scoperta del giro di appalti e i magheggi assicurativi legati alle Morti Nere.

Dicevamo, Rogue One. Il lavoro di Edwards è stato ampiamente rigirato e rimaneggiato per volere della Disney, per più di trenta scene esistono più versioni originali o alternative, quindi la visione del regista prevedeva, forse, più momenti personali e descrittivamente interessanti. Che pure ci sono, centellinati in dettagli e aperture visive, specialmente nella prima parte. Per il resto, Rogue One somiglia a un film di guerra anni ’60, un film alla Sporca Dozzina o qualsiasi altro lavoro, come l’Alien di Jeunet, incentrato sulla forte caratterizzazione di un manipolo di persone-funzioni destinate a una missione. Quello scritto da Chris Weitz e Tony Gilroy è un film di guerra minore, una battaglia da cui, allora, mi sarei aspettato almeno qualche peculiare invenzione in più. L’ambientazione fantascientifica, invece, influisce poco, e negli episodi individuali sono poche le scene che riescono a smuovere un po’ le acque. Questo a fronte di alcuni personaggi, a cominciare dal nuovo androide K-2SO (dove la cappa con ogni probabilità sta per kakakazzi), tutto sommato riusciti, ma che si trovano a ricoprire dinamiche relazionali colme di pathos, senza che i rapporti siano stati descritti o costruiti. In conclusione, se l’episodio VII è un aspirante grande film poco riuscito, Rogue One è un piccolo film, sostanzialmente privo di epica, riuscito meglio, ma che fa poco per distinguersi.

grande-gigante-gentile-ggg-slowfilm-recensioneL’altra faccia dell’intrattenimento disneyano invernale è quella da redneck del GGG – Il Grande Gigante Gentile. Un tentativo strenuo, ma direi anche stanco, di Steven Spielberg di imbroccare un classicone per bambini. Sarà che poche settimane prima abbiamo visto della stessa storia una versione al Teatro Testoni, che mi è sembrata molto più ricca di invenzioni, e in un certo modo anche più coraggiosa, ma anche quest’ultima fatica di Spielberg mi è parsa svogliata e anonima. Scene prolisse, azione goffa e mal congegnata (avvilenti i giganti che bullizzano GGG e usano le auto come pattini a rotelle), per una trasposizione da Roald Dahl da troppi punti di vista scolastica e poco sorprendente.

Mai qualcosa che oltrepassi, o anche rimanga sotto la linea, nel monopolio dell’immaginario legato alla Disney (che possiede, fra tanto altro, anche Pixar e soprattutto quella piaga che è la Marvel). Si tratta di una declinazione del fantastico estremamente chiusa, dove la trasposizione cinematografica è legata a un’enorme semplificazione dei contenuti e una rigida definizione dei personaggi, che relegano lo spettatore a un ruolo passivo. Un bel paradosso, per delle storie fantastiche che dovrebbero dare soprattutto spunti e suggestioni. L’obiettivo è sempre quello di rivolgersi a un pubblico troppo vasto, aggravando la piattezza dell’intreccio con l’episodizzazione sfrenata delle saghe e dei filoni, dove ogni titolo ha senso solo come ulteriore tassello di un’estetica già definita. Così, dalla Disney come da altre produzioni affini, come il Warcraft di Duncan Jones, partono progetti che, anziché arricchirsi con il loro lavoro, sequestrano e snaturano le potenzialità di registi emergenti nella prevedibilità di un digitale plastificato, spesso logorroico nel racconto eppure con così poco da dire. Rian Johnson, tra poco tocca a te.

Ok, pensavo che sarei stato più breve, ma avrei potuto prendermela anche di più.

Rogue One: 3,5/5

Il GGG: 3/5

I migliori dieci film e le migliori dieci serie del 2016

paterson-slowfilm-locandinaUn anno non finisce davvero senza una classifica, lo sapevano i Maya, lo sappiamo anche noi. Com’è andato questo 2016, l’anno che il tessuto social e i lutti condivisi hanno battezzato come il più nefasto di sempre? Neanche male, in verità, molti dei film in lista hanno una struttura disgregata, acentrata, chiedono di essere collezionati e rivisti.

E a parte i Coen, che già da alcuni anni sono tornati una certezza, è bello riappacificarsi con Jarmusch e con un Malick che non riesce a ritrovarsi e definirsi, e su cui è meglio non fare troppo affidamento, ma che ha proposto un film dallo sperimentalismo ipnotico.

I migliori dieci film del 2016

Paterson (Jim Jarmusch)
One More Time with Feeling (Andrew Dominik)
Knight of Cups (Terrence Malick)
Ave, Cesare (Joel ed Ethan Coen)
Little Sister (Hirokazu Kore-Eda)
King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth)
The Assassin (Hou Hsiao Hsien)
Parola di Dio – The Student (Kirill Serebrennikov)
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton)
The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)

Avrebbero potuto prendere il posto di Burton: Captain Fantastic, Kubo, Mistress America, forse anche 10 Cloverfield Lane, ma oggi è andata così.

the-young-popeDelle serie non so mai quando e se scrivere, quel che si vede all’inizio può essere stravolto, quando arrivano alla fine di solito sono stremato. Però le vedo, mi piacciono, alcune sono molto belle. Preferisco sicuramente quelle brevi, meglio se guidate da un unico regista. Da segnalare l’enorme delusione per la chiusura di Vinyl, una delle cose più belle a mature mai passate su piccolo schermo, e la sorpresa per The Get Down: non mi piace Baz Luhrmann, non ascolto hip hop, ma è un miracolo di ritmo ed equilibrio.

Menzione d’onore per Show Me a Hero, miniserie con Oscar Isaac uscita negli USA gli ultimi giorni del 2015, e per Brooklyn nine-nine, che mi diverte molto ma che sto ancora recuperando. Sorpresa: nella top 10, e senza rammarico, non c’è Westworld.

Le migliori dieci serie del 2016

The Young Pope
Vinyl
Fargo (seconda stagione)

The Get Down
Stranger Things
Peaky Blinders (terza stagione)
The OA
The Night Of
Silicon Valley (terza stagione)
House of Cards (quarta stagione)

Paterson (Jim Jarmusch 2016). Il maestro del cinema minimalista e indipendente firma il miglior film dell’anno

paterson-slowfilm-locandinaDunque non sono rotto, almeno non del tutto, quando arriva un film così ancora riesco a immergermi completamente. Paterson è un’opera che fa ringiovanire, un ritorno al cinema che riporta alle prime emozioni legate alla scoperta di Jim Jarmusch, al minimalismo poetico e alle coincidenze che danno identità a ogni giornata, al romanticismo che l’età adulta rende ancora più ricco di incertezze.

Una settimana nella vita di Paterson, autista di autobus della città di Paterson, New Jersey, scandita dal lavoro, la passione per la poesia, la creatività della compagna e i rantoli di un bulldog inglese. Jim Jarmusch, ancora più del solito, sembra parlare di sé e del suo modo di elaborare il tempo e la vita, di definire il valore delle cose e le esperienze, in un autoritratto più asciutto e spontaneo rispetto al precedente, piuttosto didascalico, Solo gli Amanti Sopravvivono. Paterson, con i sottofondi strumentali accennati, i quadri frontali che raramente ricercano il movimento di camera, il testo di Ron Padgett scritto e recitato che compare sullo schermo, descrive la realtà e la difficoltà del doverne far parte, e incarna anche uno dei più riusciti incontri fra cinema e poesia dai tempi di Il Cielo Sopra Berlino. I protagonisti perfettamente in parte, Adam Driver ormai ricercato da ogni genere di cinema e la splendida Golshifteh Farahani, sono figure e sguardo in una sintassi filmica impeccabile nella costruzione di una distanza colma di empatia. Il montaggio ricorsivo e le scelte della narrazione ricordano come una storia universale – quella della ricerca di sé e della propria relazione col mondo, che inevitabilmente tocca tutti – possa essere raccontata attraverso l’identità dell’episodio, dei gesti, delle abitudini destinate a essere stravolte. Le grandi e piccole variazioni, le pause, i dettagli, diventano tutti significativi, sguardi attraversati dal fascino di altre esistenze.

Non è lo svolgimento di una storia rumorosa già vista troppe volte che può incollare allo schermo, ma la sorpresa della vita e delle piccole ossessioni, ricercate e riportate con complicità da un grande narratore. Un’occasione per riscoprire la differenza tra i film che mostrano solo loro stessi e quelli che, come Paterson, sono più grandi delle singole parti, acquisiscono una definita personalità nella loro completezza, e invadono i pensieri nel mondo esterno, fuori dalla sala. Sullo schermo scorre una settimana di Paterson raccontata da Jim Jarmusch, e si rimarrebbe a guadarne molte altre.

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(5/5)

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton 2016). Un Burton horror per la prova migliore da molti anni

peregrineA voler fare i conti, questo è il miglior film di Tim Burton da almeno dieci anni. E arriva quando titoli di assoluta piattezza come Dark Shadows e Big Eyes mi avevano ormai convinto che nient’altro di buono sarebbe venuto dal regista di Burbank. Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children è una sorpresa, un intreccio di piani e temi che racconta storie universali e sentimenti particolari, portando ora sullo sfondo, ora in primo piano, la Guerra vera e personaggi fantastici, che riflettono nella propria unicità l’assurdità e l’orrore del conflitto. E si tratta, per molti versi, del film di Burton più vicino all’horror. Pur avendo consacrato la sua filmografia al dark e al fantastico, l’autore li ha sempre declinati in modo favolistico, o folkloristico. Qui, invece, trovano spazio diverse scene e immagini piuttosto impressionanti, direttamente legate al genere.

Tratto dal libro del 2011 di Ransom Riggs, Miss Peregrine offre numerose invenzioni fantastiche, dalle caratterizzazioni – ben riuscite – dei ragazzi speciali e delle figure mostruose che li perseguitano, alla creazione di loop e intrecci temporali, alla realizzazione di scene dal forte impatto visivo. Anche se in modo forse non perfettamente armonioso, trovano spazio diversi riferimenti e citazioni, dagli X-Men ai primi lavori di Guillermo del Toro, all’omaggio ai pionieristici scheletri a passo uno di Harryhausen. Nella miscela di umori e generi riesce a prendere forma una sensazione definita, opprimente: la minaccia costante della guerra e dei bombardamenti. Che si riflette, senza annullarsi, nella cappa temporale in cui Miss Peregrine (una Eva Green assolutamente in parte) cerca di dare protezione a bambini e ragazzini che appaiono mutati dagli orrori che sono costretti a vivere. Pur nell’enorme distanza, alcuni dettagli e, in certo modo, il tono uniforme dei colori che costruisce attorno ai protagonisti una sorta di gabbia, mi hanno ricordato sensazioni legate alla Trilogia della città di K.

La paura, nel film di Burton, è strettamente legata al tempo e alla realtà inaccettabile che porta con sé, alla scena sospesa di bambini che osservano aerei da guerra volare sopra le loro teste. La cosa più preziosa che posseggono sono i propri occhi, che consentono di legarsi al cinema, al racconto che regala l’illusione di poter sopravvivere in un sogno.

(4/5)

Captain Fantastic (Matt Ross 2015). Quando l’indie ha qualcosa da dire.

captain-fantasticPubblicato su Bologna Cult

Una persona si giudica dalle azioni, non dalle parole. Attorno a questa frase, in Captain Fantastic citata più di una volta, si gioca il conflitto che anima interamente il film. Da una parte c’è un padre che, assieme ai sei figli, pretende di seguirla alla lettera, mettendo in pratica tutto quanto la cultura abbia definito come giusto ed essenziale; dall’altra parte tutti gli altri, che non possono negare la fondatezza dei valori ideologici ed etici, ma li hanno portati a una impercettibile diluizione omeopatica all’interno di un vivere sociale nei fatti opposto, caratterizzato da una fiera superficialità accompagnata da un inscalfibile individualismo.

Sorta di incontro fra Into the Wild e il poco conosciuto ma molto valido The Student, con un immancabile spruzzo di estetica alla Wes Anderson, il film scritto e diretto da Matt Ross mette in scena due posizioni radicali. Ben (un ottimo Viggo Mortensen) cresce i suoi figli nel bosco, insegna loro a vivere secondo le leggi della natura e al tempo stesso li educa al pensiero critico, ritenendo che a ogni età ogni argomento vada affrontato in tutta la sua realtà, li porta a padroneggiare parecchie lingue e a festeggiare il compleanno di Chomsky invece del Natale. La famiglia di Ben ha ovviamente la caratteristica dell’eccezionalità, ma è la sua speculare opposizione che consente di scorgere il radicalismo opposto, quello del vivere comune – per quanto, c’è da dire, il confronto sia sempre con famiglie alto borghesi -, dove le scelte non conformi sono trattate come delle minacce, e l’inconsistenza della cultura e del pensiero sono i necessari presupposti per un’esistenza comoda e rispettosa dell’altrui pochezza. Il film non riguarda tanto l'”eccentricità” di una famiglia, quanto il disvelamento di un’assurdità diffusa ma invisibile, perché dominante.

Per riportare un conflitto che è prima di tutto una tesi, dunque, Ross descrive anche la famiglia di Ben trattandola come un nucleo compatto, per darle la possibilità di confrontarsi efficacemente con il resto del mondo. Le differenze fra i ragazzi sono spiccate, ma rimangono al servizio di un percorso che richiede delle funzioni, prima ancora che dei personaggi. Questo non significa che l’autore non abbia voluto e saputo costruire dei passaggi fortemente emotivi, ma l’attenzione – ed è probabilmente quel che consente al film di distinguersi dalla maggior parte delle produzioni indie – è riposta su un discorso teorico e dei modelli culturali, piuttosto che sulla scrittura di caratterizzazioni individuali ed evoluzioni sentimentali, abitualmente offerte al pubblico. Captain Fantastic, attenzione, è comunque un film molto diretto e godibile, anche divertente, che fra l’altro non rinuncia al topos per eccellenza del genere, il maledetto viaggio on the road. Solo qui siamo in presenza di uno script più originale e delle scelte più concrete, per un film che ha finalmente qualcosa da dire.

Power to the people, Stick it to the man

(4/5)

Kubo e la Spada Magica – Kubo and the Two Strings (Travis Knight 2016), siamo il nostro racconto

kuboFilm d’animazione tra i migliori degli ultimi anni, Kubo e la Spada Magica. Nato dalla statunitense Laika (studio di Coraline), ha però un gusto più europeo, arricchendo la formula Pixar e Dreamwork dell’animazione che piaccia anche ai genitori, con un tono che affonda le radici nella narrazione assai poco edulcorata che appartiene alle fiabe antiche. Più che con i vari Dragon Trainer o Toy Story, dunque, Kubo ha tratti in comune con Song of the Sea dell’irlandese Tomm Moore.

Attraverso una tecnica a passo uno di grande fascino, Travis Knight racconta una storia fatta di temi e personaggi universali, una storia sul raccontare le storie, e su come la narrazione stessa sia da sempre un mezzo per formare l’individuo, per restituire la sua memoria e interpretare, e insieme plasmare, il mondo in cui vive. In una bella ambientazione che reinventa il Giappone antico, ricca di magia, dettagli e invenzioni visive, il giovane protagonista affronta prove e viaggi che lo avvicineranno, attraverso il sogno, l’arte e la musica, alla storia della sua famiglia, e a comprendere il dolore della perdita.

Kubo and the Two Strings è un film solido e delicato, che, con l’aiuto della struttura canonica della favola, fatta di prove e aiutanti, scoperte e crescita, riesce con apparente facilità a tenere assieme molti livelli. Senza perdere di vista l’intrattenimento, dunque, regala a scene dinamiche un’originale identità visiva e coreografica, introduce con naturalezza elementi ironici e di alleggerimento continuando ad affrontare temi profondi, resi ancora più intimi dal racconto di conflitti interni a una famiglia, soffermandosi sul ruolo della madre e del padre. Memoria collettiva e individuale, la consapevolezza del proprio passato e di come smarrirlo significhi smarrire sé stessi, sono temi che il film tratta con l’equilibrio di chi sa raccontare bene una storia.

(4/5)

I film da vedere durante il novembre e il dicembre dell’anno più 2016 che si ricordi.

arrivalAgile promemoria dei titoli da raggiungere in sala in questi due ultimi mesi del 2016, che le coincidenze distributive hanno arricchito di corazzate mainstream e zampate d’autore finalmente riportate alla luce anche da noi.

Knight of Cups, dal 9 novembre. Nonostante sia intrattenimento diffuso sparare sull’ex venerabile Terrence Malick, non credo ci sia in giro qualcosa di visivamente paragonabile a questo Fante di Coppe.

Arrival 24 novembre. In attesa di Blade Runner 2046, l’approdo dell’ottimo Denis Villeneuve alla fantascienza.

Rogue One 15 dicembre. Non se ne sa molto, pare sia connesso a una serie di nicchia, Star Lords, Big Wars, una cosa del genere. Il regista è, almeno in parte, il bravo Gareth Edwars, che scopriremo quanto sia stato ridimensionato dalla produzione.

Louise en Hiver 22 dicembre. Il nuovo film del grande vecchio dell’animazione francese Jean-François Laguionie, autore del delicato La Tela Animata e il visionario Gwen, il libro di sabbia.

Paterson 29 dicembre. Adam Driver driver Paterson in Paterson: poche cose ancora attendo come un nuovo film di Jarmusch. Siamo cresciuti assieme, anche se lui non lo sa.

Kubo e la Spada Magica è in sala già dal 3 novembre. È un’animazione in stop motion che però sembra in 3d, prodotto dalla Laika di Coraline. Promette bene e per grandi con piccini sembra un’alternativa più che valida alle istituzioni Disney e Dreamworks.

Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan, Conrad Vernon 2016)

sausage party slowfilm recensioneSarebbe assurdo non vedere un film il cui trailer mostra una patata che, sicura d’essere stata liberata dagli Dei umani dall’angustia del supermarket, si trova a essere spellata, “scuoiata viva”, e poi gettata nell’acqua bollente davanti agli occhi inorriditi di un wurstel e del resto della spesa. Infatti, l’ho visto immediatamente. Il lato oscuro di Toy Story, Sausage Party racconta la vita segreta dei prodotti di consumo, dando loro la personalità, e in questo caso le fattezze, ipersessuate e triviali che caratterizzano le creazioni di uno dei più grandi estimatori mondiali della ganja, Seth Rogen, e il consueto gruppo di lavoro e cazzeggio, che va da Jonah Hill a James Franco, più un demenzialmente inedito Edward Norton, che doppia un bagel con la voce di Woody Allen.

Qualora non fosse del tutto chiaro, Sausage Party non è per niente un film per bambini. Sadicamente, non vedo l’ora di scoprire se, come in altre occasioni, si leverà lo scandalo da genitori che portano i pargoli a vedere qualsiasi cosa appartenga al fantastico o all’animazione. Il lubrico salsicciotto sulla locandina dovrebbe essere un avvertimento utile, ma chissà. Ad ogni modo, Sausage Party è, nel suo territorio, un film piuttosto riuscito, che mantiene le promesse con una buona animazione e con ottanta serrati minuti di volgarità, trasposizioni di cupe pagine di storia umana in colorate allegorie culinarie, viaggi nei territori sconosciuti che si celano nell’apparente ordine degli espositori, inni agli stati alterati di coscienza e all’amore orgiastico e pansessuale. Per le libertà che si concede, è anche qualcosa di più di un vacuo sberleffo, offrendo una grottesca quanto realistica trasfigurazione delle religioni e dei conflitti etnici, in un livello che non prende mai in considerazione la serietà, ma non per questo appare vuoto di contenuti e idee. Nel suo genere, un discreto traguardo.

(4/5)