Inland Empire (David Lynch 2006)

 Recuperando un’espressione del vecchio Hank Bukowski, definirei semplicemente “troppo sensibili” molti rappresentanti della critica e del pubblico cinematografico. Persone che hanno dannatamente paura di potersi annoiare al cinema, di non comprendere tutti i passaggi narrativi, di trovarsi di fronte a ripetizioni, digressioni, mutismi. Il cinema non deve necessariamente divertire, coinvolgere o distrarre. Una volta accettato questo, sarà probabilmente più semplice trovare intrattenimento (in un’accezione positiva ed attiva del termine) in un’opera che è originale espressione artistica, che venga da un David Lynch, un Peter Greenaway o uno Tsai Ming-liang, che nella declinazione di una formula narrativa da parte di un Verbinski, un Jackson o, ahimè, un Lucas. In fondo nessuno dà per scontato di non dover compiere nessuno sforzo intellettivo quando visita una mostra, o ascolta un concerto, o legge un saggio. Lo fa per acquisire qualcosa e, quando va bene, per provare piacere.
 
Con Inland Empire Lynch accentua l’elemento puramente visivo e la costruzione onirica che infettano in maniera più o meno profonda gran parte delle sue opere, restituendo quello che è sia il suo film più personale, in quanto frutto di un talento espressamente cinematografico, sia quello meno originale, in quanto approfondimento di suggestioni già proposte. Ma è propria a tutti i grandi autori la formazione di una cifra stilistica precisa, ed è propria dell’amante del cinema la gioia nell’assistere alla riproposizione di quelle capacità creative che si apprezzano e si ricercano anche in diversi registi e in diverse arti. Quel che propone Lynch non è un prodotto classicamente cinematografico, ma un’allucinazione, che è possibile ritrovare in un cartone di Oshii, in un pezzo free jazz o in un sonno inquieto. La ricerca di un’espressione specificamente cinematografica permette all’opera un respiro più ampio, lontana dall’abitudine del mezzo ma più assimilabile e direttamente correlabile alle abitudini e alle esperienze dell’uomo.
 
Bisogna anche specificare che Inland Empire niente ha a che fare con la videoarte, riferimento che ricorre allorquando l’intreccio di un film risulta meno palese del solito. Ogni frazione del film ha una forte coerenza interna, anche narrativa, e rimandi di luoghi, situazioni, oggetti, fanno dell’opera una compatta visione di quasi tre ore. Il ricorso a una narrazione onirica non significa di certo mancanza di narrazione, ma la possibilità di creazione di diversi piani e diversi raccordi, significa tendenza alla sospensione, alla suggestione, all’incompletezza. In un continuo rincorrersi e sovrapporsi di diverse realtà, piuttosto che cercare di ricondurre ogni segmento alla nuova dimensione svelata (che sarà presto anch’essa messa in discussione), converrà lasciare che ogni frazione narrativa viva della propria coerente autosufficienza, della propria plausibilità, esattamente come in un sogno. Se quello che abbiamo visto e abbiamo pensato facesse parte della realtà filmica si rivela d’un tratto essere oggetto di finzione all’interno del film stesso, in quest’opera non credo sia conveniente rivedere lo statuto di verità di quel segmento-mondo, piuttosto bisogna aggiungere un altro livello, prendere atto della sua esistenza.
 
Le affinità col precedente Mulholland Drive sono molte. L’ambientazione hollywoodiana è la stessa, in un primo momento cornice di un mondo patinato, ideale e idealizzato. Lo stridente passaggio nell’incubo in Inland Empire è meno inatteso, presagito fin dalle prime scene (l’inquietante vicina di casa in visita all’attrice Dern) e dalla confidenza con le ossessioni del regista. Come in Mulholland nel film si può leggere il sogno di un morto, fatto di personaggi indefiniti, di illusioni e bruschi ritorni alla realtà passata, attraverso un progressivo decadimento del corpo e dell’animo del protagonista. Con la differenza che in Inland Empire non è facile neanche stabilire l’origine del sogno. Il film del 2001 presentava frazioni narrative più ampie, indizi più riconoscibili, e c’è da credere che la ricostruzione e la comprensione della storia abbia una maggiore importanza rispetto all’opera del 2006.
Inland Empire è stato girato in digitale, e i costi ridotti dello stesso hanno probabilmente consentito al regista una maggiore libertà. In alcuni casi il moderno supporto rende evidenti alcune costruzioni di derivazione televisiva, con primi piani e lunghe pause da soap opera; in altri momenti il digitale contribuisce a rendere asettiche le luci marce e artificiali, facendo corrispondere alle frazioni tematicamente più (iper)realistiche soluzioni visivamente espressioniste . Ne risulta un film freddo, spesso capace di colpire e suscitare ammirazione, che rinuncia all’immedesimazione e all’empatia: la curiosità verso lo svolgersi dell’opera rimane viva non per scoprire cosa succederà nella scena successiva, ma cosa si vedrà nella stessa.
(4/5)
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6 thoughts on “Inland Empire (David Lynch 2006)

  1. l’ho visto in tre volte, ogni volta arrivando al punto in cui mi ero fermato a 2X. in tal modo ci si perde un pò meno. t’ho raccontato: mi sono guadagnato la stima d’un superiore cinefilo facendo un paragone tra questo film e il posto delle fregole, film pruriginosissimo nel quale un ottantenne rimpiange tutte quelle che si è perso; ma alla fine fa un pensierino sulla serva.

    sempre dottor bartz

  2. Non avevo ancora letto questo tuo post su INLAND che trovo interessante soprattuto per quanto riguarda la narrazione. Credo anch’io che INLAND sia un film narrativo, anzi ultra-narrativo e lo è talmente che può sfuggire il senso del narrare. Credo anche che sia un film neo-realista, anche troppo e lo è talmente tanto nel ricercare le ambiguità e le framemntazioni del reale che può dare l’impresione di essere un film inverosimile.

  3. che palle, io non riesco a vederli 'sti film.
    Ci ho provato ieri sera e mi sono addomentata. Mi odio. Stasera ci riprovo, sarà come per eraserhead che mi è piaciuto da morire ma l'ho dovuto vedere tre volte in tre giorni per raggiungere la fine.
    Non so perché, inizia l'incubo nel film e mi perdo nei miei, di incubi.

  4. la tecnologia dà troppa libertà. secondo me devi farlo partire e vederlo come viene, se pensi ai fatti tuoi pensi ai fatti tuoi, se ne hai bisogno vai in bagno, se t'addormenti era destino, tutto rientrerà nella composizione del film. poi a un certo punto finisce e se ne hai visti solo venti minuti, vorrà dire che il tuo inland empire è quello.

  5. Pingback: Twin Peaks 3, dall’inizio all’episodio 8. David Lynch compromette tempo e materia | SlowFilm

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