Tideland (Terry Gilliam 2006)

Se è vero, come è vero, che la storia contemporanea è condensata nel grumo di vomito sui baffi di Benicio Del Toro in Paura e Delirio a Las Vegas, allora l’opera dell’ex Monty Phyton Terry Gilliam ha un’importanza specifica più vicina a quella accordata da selezionate schiere di fans, che a quella negata da critici scettici.

La sua precedente opera, I Fratelli Grimm, pur dotata di tocchi autoriali riconoscibili e apprezzabili, era certamente più pacificata, con inedite strizzatine d’occhio al mercato e alla noia. Da qui la sorpresa d’aver assistito, con Tideland, alla performance più anticonformista dell’autore. Un rifiuto radicale delle leggi hollywoodiane, a favore di un’espressione del fantastico nera, spesso marcia e disturbante, una strutturazione dell’intreccio che, nella costruzione di una favola, riesce a concedere poco o nulla alla realizzazione delle aspettative del pubblico. Il tutto in una messa in scena spoglia di effetti speciali, che lascia il compito del coinvolgimento e della sorpresa a scelte registiche puramente espressioniste. La storia è quella di una bambina, novella Alice, persa nella “terra delle maree” assieme al padre tossicodipendente, Jeff Bridges, che regala una sorta di Drugo lebowskiano andato a male.

All’anteprima di Bologna è seguito l’incontro con Gilliam, all’oratorio San Filippo Neri. All’inevitabile domanda su Brazil, ha risposto che gli si è “attaccato alle scarpe come una merda di cane”, pur ammettendo, poco dopo, come veda in Tideland l’opera più simile al suo lavoro più conosciuto. Eppure, parlando della sua concezione del lavoro di regista, pone come irrinunciabile la tendenza al cambiamento, fino a pensare, rivedendo i suoi vecchi film “il regista non lo conosco, non sono io”. Gilliam trova una metafora architettonioca di quella che dovrebbe essere l’opera registica: mattoni rossi da un lato, stucchi barocchi dall’altro, e il soffitto incompleto con lo scheletro di legno a vista. Un accostamento e un sovrapporsi, spesso caotico, di elementi eterogenei.

In Tideland si esalta l’aspetto gotico, e su questo campo il confronto con Tim Burton è automatico ed opportuno. Burton vanta una popolarità certamente superiore a quella di Gilliam, e il suo nome è con una certa facilità accompagnato alla parola “genio”. In realtà quello di Burton sembra un nero tinto ad arte e piuttosto smaltato, dove personaggi bizzarri e più o meno mostruosi sono spesso al servizio di una storia classica e lineare, riducendosi il tutto a cifra estetica. Gilliam, al contrario, non ha paura di mostrare l’aspetto più profondamente contraddittorio e disturbante delle favole, quelle vere e cattive, compiendo l’operazione inversa: riveste di un’atmosfera falsamente lieve dei temi estremamente forti, ottenendo per contrasto un effetto spiazzante. Allo stesso modo i due registi hanno affrontato un tema comune, quello della narrazione orale, Burton in Big Fish e Gilliam in Tideland. Il primo, in quello che è uno dei suoi film migliori, ha costruito un percorso affascinante e colorato, rilanciando comunque l’idea della fascinazione del racconto che valorizza l’epos personale. Il secondo costringe la piccola narratrice a crearsi un mondo che trova anch’esso radici nel suo vissuto, ma che non ha niente di consolatorio, mentre esalta i disagi e le vere e proprie dissociazioni della protagonista, costretta a cercare conforto in se stessa, uno degli elementi di un mondo fatto di persone danneggiate, disperate, isolate.

(4/5)

Annunci

5 thoughts on “Tideland (Terry Gilliam 2006)

  1. vistolo ieri notte. film tremendo trmendissimo, non tanto per le cose che accadono o per come sono raccontate, ma perchè è cinema andato a male, paura e deliro senza adenocromo, ma con l’eroina – vero, verissimo, il drugo è marcito, putrefatto, letteralmente. gilliam prende psycho, certo, ma anche certe schifezze arthouse che solo io posso aver visto, horror tedeschi, italiani e americani a bass(issim)o budget degli anni ’80. questo è ciò che mi ha disturbato – ed assieme, ovviamente, mi è piaciuto di più – il regista che fa un po’ quel che gli pare; ti fa proprio sentire quanto i protagonisti e le loro case puzzano, a uno manca un pezzo di cervello, a un’altra un occhio… addirittura alla fine fa arrivare la salvezza – o per lo meno il finale – tramite un sanguinossissimo attentato a un treno. è un’operazione, quella di gilliam, senza senso, è solo un film, è solo il seguito di paura e delirio, seguito senza luogo e senza tempo, senza storia, senza messaggi. il limite è che si basa troppo sulla carineria della protagonista. e soprattutto che ogni singola scena porta la firma del regista, ogni grandangolo sbilenco, ogni effetto speciale è tutto suo. film egoista, potrei concludere.
    cittadino bartz

  2. concordo in toto. film egoista, probabilmente uno sfogo dopo le costrizioni dei grimm. per quanto un film e uno sfogo estemporaneo siano cose poco conciliabili, quindi è più facile credere ad un gilliam che fa quel che cazzo gli pare. e ci piace.
    vero pure sulla ragazzina, è probabilmente il motivo per cui ancora non l’ho rivisto. per quanto la voce particolare, e anche piuttosto sgradevole nella sua onnipresenza, ben si amalgami alla scarsa digeribilità dell’opera.

    non per farti pressioni, ma ti avviso che qui si faceva affidamento su un tuo intervento riguardo hunter emerson.

    forse stasera mi becco ferrara, anche se promette proprio male male e richiede anche la trasferta. non so.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.