GLORY to the Filmmaker! (Kantoku BANZAI!) (Takeshi Kitano 2007)

Iersera ci siamo attrezzati con un abbondante vassoio di sashimi, accompagnato da wasabi e salsa di soia, e una buona bottiglia di muller thurgau, vino tipicamente giapponese. Il tutto per affrontare al meglio l'ultimo Kitano.

Se ne possono dire cose opposte, stimarlo per il coraggio o schifarlo per la presunzione, entrambe le reazioni sarebbero giustificate. Ed in realtà coesistono.

L'operazione ha molto in comune con Takeshis', ma se il (meta)film del 2005 era prettamente autoreferenziale, stavolta si gioca sui generi, e la ricerca sconclusionata di un copione che sia gradevole al pubblico è esplicitata da una voce over. Nella prima metà vengono accennati una decina di incipit differenti: stile Ozu, in b/n ("ma a nessuno può più interessare la storia di una persona che se ne sta a bere tè e sakè. Fra l'altro la classe media non esiste più, esistono solo i ricchi e i poveri"), l'horror che piace tanto rifare agli americani, la fantascienza, il film anni '50, il wuxia, svariate storie d'amore, tutte troncate da riflessioni secche sull'inadeguatezza del progetto o da inattese divagazioni. Kitano ha fatto tutto, ha detto di non voler più fare film yakuza, e quello che vuole mettere in scena è solo la sua confusione. Prendendoci e prendendosi spietatamente per il culo. Nella seconda parte si assesta su un plot ancora più lunatico, molto alla Getting Any, e in generale molto televisivo.

Credo sia l'unico suicidio cinematografico perfettamente consapevole e ricercato. E riuscito, dal momento che il film, oltre che in Giappone, è stato visto solo in una manciata di festival. E con tutto il bene che gli si vuole, è evidente che la cosa è portata avanti con una certa noncuranza. Se Takeshis' ha per la massima parte una regia paragonabile alle opere precedenti (ed ha una vena amara), Kantoku è spesso buttato lì come viene (ed è in toto una minchiata). Ed alcune gag sono davvero agghiaccianti, su tutte un pupazzo-Zidane che abbatte i suoi nemici a testate. Cose così in Italia a Natale ne piovono.

Eppure.

Eppure l'ossessione e la sincerità con cui quest'uomo si fa del male ha qualcosa di terribilmente poetico e affascinante. L'amarezza è del film nella sua esistenza, quella di un amico che fa seppuku, facendo realmente del male alla parte di lui che ti è dato conoscere. Kitano mostra un vecchio che in animazione a passo uno si incula il cavallo di una giostra, un karateka imbranato in una scena alla Pierino, un musicista rock che adopera al posto della chitarra elettrica una enorme protesi fallica rossa. Anche se adesso, scivendo, mi rendo conto che il cavallo inculato e la chitarra fallica hanno il loro perchè. Fanno ridere. Ma andiamo avanti. Si autodiagnostica un totale disfacimento celebrale, ma ogni volta che si trova in una situazione pericolosa si sostituisce con un manichino, oggetto di angherie ed incline al suicidio. E' sostanzialmente inattaccabile. E poi "Beat" Takeshi ogni tanto guarda in camera e ti fa l'occhiolino, a te che hai visto e rivisto Hana-bi ed hai creduto nell'onnisciente Zatoichi. Che erano, però, Kitano che faceva cinema. GLORY TO THE FILMMAKER!, qui c'è solo Kitano.

(3,5/5)

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12 thoughts on “GLORY to the Filmmaker! (Kantoku BANZAI!) (Takeshi Kitano 2007)

  1. Non c’è che dire, scrivi di cose che mi interessano molto. Tornerò.

    Un saluto.
    (attiva i feed però, ti prego)

  2. ciao, grazie e benvenuto.

    (i feed, di cui mi sfugge l’essenza, ma che vedo molto diffusi, dovrebbero essere in teoria già attivi. non so…)

  3. le premesse sono che ho cambiato spacciatore (in meglio) e che ero in compagnia di un amico con un senso dell’umorismo simile al mio. il fatto è che ci siam fatti parecchie risate. l’unico film al quale si può paragonare questo kantoku banzai è faccia di picasso di ceccherini, l’idea di fondo è la stessa; con l’unica differenza che kitano fa la parodia soprattutto di se stesso, non dei film degli altri. in fondo, kitano ha sempre avuto due idee di base intorno alle quali girava – in maniera eccezionale – un film; stavolta ci sono solo le due ideuzze, forse anche più di due; la regia è approssimativa, agli attori scappa da ridere… ma non credo sia crisi creativa: se avesse voluto, avrebbe davvero potuto fare, di ogni film accennato in questo, un gran film. solo che non gli andava. ho letto il suo ultimo libro, parla di un tizio che si trova, senza volerlo e senza crederci, a fare il guru di una setta religiosa. ecco, questo è.

    drob

  4. hola dottore, attendevo che lo vedessi anche tu. e visto che sei stato celere nel relazionare, ora che ti rispondo tralascerò le parti in cui ti do della zoccola, e vado a kitano.

    tantopiù che sta svanendo l’effetto della candeggina inalata nel togliere la muffa, quindi le lettere stanno ferme. ma questa riacquisita contiguità con la realtà mi porta anche a dire: sì, ok, la battuta è bella, ma kitano e ceccherini nello stesso scritto non ci stanno. dottore, ti ho lasciato persona timorata e ti ritrovo blasfemo.

    poi, nascita di un guru è del ’90, doveva ancora fare quasi tutto. è un po’ una palla come libro, io non l’ho finito, ma credo sia molto più utile asakusa kid. nel senso, non credo che kitano si sia ritrovato guru contro le sue intenzioni. inquadrato cosa piaceva e cosa gli piaceva fare, lo ha riproposto ben contento di andare a fare il figo per festival. piuttosto, egli è anche un minchione, il minchione che si descrive in asakusa, che fa programmi tv, e che in realtà non ha mai smesso di girare anche minchiate.

    già con getting any? si fregiò di aver dato luogo al suo sucidio artistico, poi riprese a fare film per il popolo.
    alfine, io sono abbastanza convinto che nessuno faccia harakiri se non crede nella resurrezione.

  5. ma se fa un altro sonatine o hanabi (solo per fare un esempio facile, perchè ha detto che non ne fa più) lo venereremo come prima? o non potremo fare a meno di pensare che prima di girare ha una sceneggiatura del tipo:

    1. quattro attori con la faccia da mentecatti e vestiti male
    2. io non muovo un muscolo della faccia manco se mi sparano (letteralmente)
    3. la solita spiaggia
    4. picchio qualcuno o mi faccio picchiare da qualcuno o entrambi
    5. una ragazza con l’espressione triste o idiota o entrambi
    6. schizzi di sangue sui muri
    7. muoiono tutti

    già so che mi risponderai: ‘lo venereremo di più’. e concordo.

    drob

    p.s. scusami se ti tradisco, ma la solitudine e la lontananza sono difficili da sopportare – ma, ti giuro, guardiamo solo film assieme, neanche troppo lunghi, e saltuariamente, per giunta; poi neanche ci parliamo, è solo uno sfogo, non ci sono implicazioni cinefile.

  6. dimenticavo il punto più importante:

    8. mandare una cassa di sakè a ghezzi.

  7. ghezzi al solito ci ha tutti i culi, oltre quello evidente di essere il più figo fra i ventriloqui.

    insomma, non estremizziamo la monoliticità di kitano. hana-bi è diverso dal silenzio sul mare, che non è uguale a kikujiro, che è dissimile a dolls, che non equivale a zatoichi e nessuno ha la demenza di questo kantoku banzai.
    poi, ovvio che se nel prossimo film ci sono degli yakuza e uno muore con le bacchette piantate su per il naso, io sono entusiasta. purchè compaia la solita spiaggia.
    comunque, non mi preoccuperei troppo per lui, che almeno un lavoro ce l’ha.
    GLORY to the filmmaker!

  8. ieri non so che film guardavo (ah, sì, quella cazzata di all about lily chou chou) e ripensavo a questo kitano, che mi è apparso acquisire un nuovo senso. il cinema, ci dice kitano, o è di genere, quindi rifacimento, per quanto stravolto, per quanto geniale (da kubrick a tarantino) oppure è cosa? non volendo fare più genere, dice kitano, resta il ‘cosa?’, che è questo film. come lo è anche il treno per il darjeelling, altro film, diversissimo, strepitoso, ma troppo meditato, quanto questo lo è volutamente poco o nulla, nel quale c’è il ‘cosa?’ del cinema, quel che resta dopo che il protagonista ha ‘perso il treno’ per fare il film, i protagonisti sono letteralmente ‘pezzi di risulta’ e il regista non sa bene dove mandarli ed a fare che. iwai queste cose non le sa, pensa d’inventarsi qualcosa, ci prova, ma quella ‘cosa’ che s’inventa non è la ‘cosa?’ del cinema. del cinema che resta.

  9. dottore, in verità ‘sta difesa del genere mi pare un po’ estemporanea. l’ultimo kitano è un film parodistico, e non potrebbe mai funzionare se non si prendesse gioco, come tutte le parodie, dei canoni del genere. ricalcandoli, necessariamente. molto meno di gere sono kikujiro o il silenzio sul mare. meno di genere sono il posto delle fragole, down by law, o quarto potere. o vive l’amour, nel corso del tempo, stalker e il grande lebowski. e soprattutto, il genere stravolto non è più genere, perché non seguirne più le regole (i tempi, il linguaggio e anche i contenuti) significa fare altro.

  10. concordo su tutto. ma questo era il seguito estemporaneo – appunto – dell’altro post, il mio j’accuse nei tuoi confronti. è lì che ti voglio. perchè qui mi rispondi capolavoro su capolavoro, troppo facile. e su un paio pure di questi pure avrei da dire. ma nell’altro post, lì si parla di quello che si deve vedere. e comunque kitano ed anderson ci pongono dei problemi non da poco. tu nomini le eccezioni.

  11. nessuna eccezione. il film di genere, in quanto indicativo di determinati indirizzi da seguire in fase di produzione del film, non esiste più dall’inizio degli anni ’70. le eccezioni sono i blockbuster, canonizzati fino al midollo, che possono riuscire più o meno spassosi nel rivestire lo scheletro strutturale, ma non credo siano i nostri film preferiti nè quelli di cui possa essere più interessante discutere.

    non è un caso che siano tutti capolavori (con l’eccezione di un paio di titoli dove prevale l’affetto personale), proprio perché la differenza, nella zona residuale che riguarda il cinema e non il mercato, è nella qualità del film (bello, capolavoro, brutto, checcacata), non nella distinzione di genere. Dire che 2001 è un film di fantascienza, pat garrett e i compari dei western, addiction un horror, ecc., non dà nessuna informazione reale nè sul valore nè sulla struttura nè sui contenuti nè sui tratti distintivi di questi film.

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