Il Petroliere (Paul Thomas Anderson 2007)

Breve tirata sul cinema: a Napoli mi lamentavo della sala 4 del Modernissimo, l’unica al mondo dove i secchielli di pop-corn sono più grandi della sala stessa. Devo dire che Bologna ha dato tante soddisfazioni, col Lumiere, il cinema in piazza Maggiore e quant’altro, ma confinare Il Petroliere alla 2 del Rialto è davvero tagliare le gambe allo spettatore.  In senso in alcun modo figurato. A metà del primo tempo è entrato un contadino, una lacrima sulla guancia, ha sospirato “un tempo qui era tutto multisala”. Lungi da me attaccare il patrimonio artistico culturale architettonico, ma quando sono andato al cesso era chiuso, ci stavano costruendo la sala 3 del Rialto.

Il Petroliere. There will be spoiler.

Citazioni obbligatorie: i primi 20 minuti senza parole, l’incendio della torre. È un film possente, notevole anche solo per queste scene. Non vado pazzo per Anderson, Magnolia non mi piacque. È capace di una regia solida, ma si lascia andare a troppe variazioni di registro, tende a strafare. Anche Il Petroliere non è perfetto, ma è senza dubbio il suo miglior film. Daniel Day-Lewis è il cattivissimo sovrano della pellicola e qualche volta ruba la scena anche alla terra, al fango e ai morti.

Due sono i principali momenti di rivelazione del personaggio, sottolineati dallo stesso brano di Greenwood (bellissima la colonna sonora che in più occasioni sembra doversi arrestare, e invece si dilunga dando compattezza e identità a intere sequenze): nella terra brulla, con una gamba rotta, perduto in un paesaggio deserto, in mente ha solo la follia della ricchezza; nel battesimo del fango, quando pesta il prete e mostra tutto il suo disprezzo per il genere umano (da lì si accentueranno i toni grotteschi).

There will be blood parte come un’epopea capitalista, all’inizio si potrebbe leggere la figura come un Kane, pericoloso, cattivo, ma umano. Qualcosa che comunque incute rispetto. Poi, e questa è una cosa buona nel film, l’epopea viene smontata e tutto assume un’altra dimensione: l’uomo rude che si è arricchito col suo sudore e la sua mancanza di scrupoli non è una figura epica e carismatica, viene ridimensionato a un purissimo schizzato omicida che non ha mai avuto altro interesse che non fosse se stesso. Anche quelle che potevano sembrare azioni ispirate alla difesa del proprio sangue (il figlio, il fratello), sono in realtà reazioni violente a presunte offese alla propria persona, che è Daniel stesso a creare per i suoi sfoghi. L’unico sangue che interessa Daniel, come spesso afferma, è il petrolio.

C’è da credere che il film mostri non una parabola discendente del protagonista, ma semplicemente diluisca gli indizi per la giusta interpretazione dello stesso. Di fatto il suo rapporto con il mondo, e viceversa, non cambia. Quando nell’ultima scena il maggiordomo lo scopre a omicidio compiuto, sostanzialmente non fa una piega. E proprio nell’ultimo assassinio si mostra il definitivo distacco dal genere umano: Daniel non è altro che la scimmia kubrickiana dallo sguardo spiritato che frolla tapiri con una clava. Tutto ciò, proprio in virtù di una costruzione iniziale di diverso registro, configura una critica demitizzata, grottesca e realistica, del sogno americano (occidentale, o mondiale), ridotto a pura sete di sangue.

(4/5)

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12 thoughts on “Il Petroliere (Paul Thomas Anderson 2007)

  1. sìsì, detto così non fa una piega. il meccanismo è davvero questo, in effetti. ma devo risucire a scrivere del perché quel “grottesco” (e non parlo del finale) taglia le gambe, per me, all’intera operazione.
    (insisto, sì)
    (ma nella sostanza concordo)
    (e questa recensione è notevole)
    (mi hai quasi convinto)

  2. iosif tu hai visto quello che per me è il “brutto” (lasciare il contesto per l’individuo) come la cosa migliore…
    Secondo me il ridurre la critica capitalista alla critica del mostro (dell’essere umano) èsostanzialmente accettarlo…

    Boh interpretazione differente

  3. @emme: eccerto che ti ho quasi convinto.

    @claudio: no, io non parlo di una riduzione da un discorso simbolico a uno immediato, dall’universale al personale. l’ottica continua ad essere generale, ma invece di adottare un registro epico (che vorrebbe dire, questo sì, scendere a compromessi), prende le misure diversamente, e tratteggia la barbarie, la totale mancanza sia di umanità sia di logica. evitare di dare fascino al mito negativo è una cosa buona.

    in “Corporation” (il documentario del 2003) una delle cose più interessanti è l’analisi del comportamento delle multinazionali: riconducendo determinate scelte ed atteggiamenti a categorie umane, se ne deduce il carattere dello psicopatico. il capitalismo se fosse un uomo sarebbe uno psicopatico. in there will be blood c’è la descrizione del mostro capitalista.

  4. (guarda, volevo rispondere sul significato simbolico del mostro psicopatico e non epico, ma mi sono trattenuta. ciò non toglie che, per me, sarebbe stato più convincente un mostro psicopatico meno apertamente grottesco (che anche la risata nervosa così suscitata è espressione empatica), soltanto inutilmente e solipsisticamente violento e meschino; ma forse è vero che per me (e so che per molti bestemmierò) sarebbe stato più convincente un mostro che non fosse Daniel Day-Lewis.)

    (uso le parentesi, sottovoce, alla marzullo. oddio.)

  5. attenzione: un po’ di spoiler!

    concordo sul giudizio, ma aggiungerei qualcosa sulla lettura. daniel è religioso, è l’unico personaggio davvero religioso del film – gli altri sono ipocriti o fanatici, e lui li detesta – di quella religione del profitto che è nata dall’etica protestante. riconosce difatti un suo simile solo nel fratello del pastore, che ha abbracciato la sua stessa fede. daniel beve, ma non è vizioso, usa l’alcool come una medicina, come calmante, per sé come per il figlio. che poi non è suo figlio, come suo fratello non è suo fratello, quindi, quando diventano inutili o dannosi, li elimina; sono note di spesa nel bilancio, quindi li cancella dallo stesso. quando il figlio ritorna utile, difatti, ritorna. un fratello lo avrebbe voluto, un buon socio, uno come lui. un figlio lo avrebbe voluto, per le stesse ragioni, anche perché l’impresa continuasse a crescere dopo la sua morte – questo prevede quella religione, questa l’immortalità del capitalista – ma neanche questo gli è stato concesso. in fondo, è stato molto sfortunato. poi: niente donne, niente lussi. quando alla fine si da al lusso, lo fa perché deve, perché è così che si fa, ma controvoglia. lavora per sé, ma anche per gli altri, ha fede nella liber(issim)a concorrenza, ma anche nel fatto che, arricchendo i magnati della compagnia, arricchirà se stesso, ma anche i poveri allevatori di capre. e lo fa davvero. non è il sogno americano smontato, è la realtà raccontata in maniera lucida e assolutamente realistica, prototipica, fin troppo ‘pura’. non è un mostro, è umanissimo, anzi, è un tipo umano diffusissimo, a quel tempo. oggi meno. è il capitalista perfetto. e concludo: magari ce ne fossero ancora come lui! non si impiccia di politica, non vuole comandare, non gli interessa il ‘quarto potere’, vive delle sue imprese, non di rendita, crea lavoro, sviluppo e ricchezza, migliora davvero la vita dei poveri, non si limita a prometterlo. la lotta finale è allegorica, è la vittoria della verità sulla menzogna, della realtà sull’immaginazione. ma è stata una vittoria di breve durata: i preti che parlano alla radio hanno avuto la meglio, alla fine. questo film non critica il capitalismo, piuttosto lo racconta in maniera accademica, saggistica; e ne mostra anche gli aspetti positivi.

  6. giusta la parte sull’immortalità capitalista. quando lo vidi mi domandai se gli fregasse qualcosa della sua sfortuna, mi parve di no, ma probabilmente hai ragione tu. sul fratello finto, il figlio finto, vero, l’avevo scritto anche io, poi l’ho cancellato perché non mi piaceva come l’avevo scritto. anche la dedizione religiosa, lui battista col fango, ci sta. non sono convinto dell'”umanissimo”, capitalista perfetto sì, ma ancora di più capitalismo puro. nella sua persona e nelle sue azioni, come accennavo nel commento 3, c’è la personificazione della psicopatia che può sussistere solo grazie all’astrazione nell’azienda, nella multinazionale, nella corporazione. è lui il saggio sul capitalismo, un’incarnazione, quindi mi riesce difficile considerarlo umanissimo. il saggio sul vecchio capitalismo, come tu rilevi, e come è chiaro nel film, quando i nuovi funzionari incravattati lo prendono per il culo al ristorante. sull’elogio a quel vecchio capitalismo anche ho qualche perplessità. oltre le perplessità personali, che probabilmente tu, fuori da questo testo, nutri quanto e più di me, mi sembra che anche il film di aspetti positivi ne mostri davvero pochi. La comunità non la si vede mai crescere, al contrario il pastore in fin di film va ancora cercando i soldi che gli doveva, mentre lui si fregia di bere sotto il naso del legittimo proprietario tutto il frullato. proprio tutto.

  7. solo Bellissimo si può dire?
    se proprio vogliamo argomentare meglio.. direi tutt’al più che attori e protagonista meritano ori allori e gloria ;)

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