Non è un Paese per Vecchi (Joel Coen, Ethan Coen 2007)

Il 2007 i film migliori se li era tenuti per il 2008. Buono così.

A volte i film escono in coppia, legati da un tema o da un’idea. Tipo Fight Club e Sesto Senso, Jesse James e Yuma, La Sottile Linea Rossa e Soldato Ryan (che la dicono lunga sulle differenze fra Malick e Spielberg), Bug’s Life e Zeta la Formica, altri duecento nomi a corroborare questa inutile ipotesi, e poi  anche Il Petroliere e Non è un Paese per Vecchi.  Entrambi sono latamente western ed entrambi nei primi venti minuti lasciano recitare la terra, le rocce, il cielo, con inquadrature in campi lunghissimi e personaggi persi nell’ambiente, schiacciati al suolo. Poi riprendono la dimensione umana, ma Vecchi, al contrario del film di Anderson, prosegue secco come un osso. I Coen, finalmente ritrovati dopo film fra il quasi imbarazzante e l’imbarazzante pieno, tornano dalle parti di Barton Fink, Crocevia della Morte e Fargo, ma con piglio ancora più fondamentalista. Il loro cinema non è mai stato così asciutto: totalmente privo di colonna sonora, No Country conserva i personaggi caratterizzati e gli intrecci complessi, ma lavorando di sottrazione, suggerendo corrispondenze senza deviare dalla linearità della storia principale. Vecchi sta ai Coen come Straight Story sta a Lynch: un’impostazione registica e narrativa ormai consolidata e conosciuta si manifesta non facendosi maniera, ma al contrario mettendo tutto sotto traccia.

Sono film orizzontali.

In No Country Tommy Lee Jones racconta storie e partecipa alla creazione di una storia nuova, storie senza morale e senza una fine, cose che accadono al di là anche della volontà di chi le mette in atto: l’affidarsi ad una monetina, il ritrovare una valigia piena di soldi e doversi adattare ad una situazione che non lascia margini decisionali. E si vive  tutto con una sorta di stanchezza e meccanico distacco, distacco massimo se sei il maniaco Bardem, ma anche distacco del vecchio Jones, restio ad entrare in una meccanica che lo sfiorerà soltanto, tenendolo come commento in campo (molto amato dai Coen, tipo il cow-boy di Lebowski o la coppia di vecchi al bar in Mister Hula Hoop).

Ottimi tutti gli attori, anche Harrelson che, dopo essersi fatto saltare il culo da solo, senza avvertire nessuno, in Thin Red Line, ripropone la sorpresa.

Gran film, da rivedere.

P.S.: c’è qualcosa di inquietante nel fatto che i film americani continuino a proporre parabole sui loro antimiti fondativi, con ricchezze che nascono dal sangue e schizzati, perfettamente a loro agio nell’anonimo interland, che ammazzano persone come se fossero bovini. La cosa inquietante è che in queste analisi sociali e storiche, trasfigurate nei migliori virtuosismi registici, risultano credibili. Eppure non sembrano coscienti, gli americani, di avere (anche) questa immagine, per il resto del mondo. Non so bene cosa significhi. A parte che in Italia, salvo rare eccezioni, cercano più che altro di convincerci che stiamo camminando tre metri sopra il cielo.

(4/5)

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7 thoughts on “Non è un Paese per Vecchi (Joel Coen, Ethan Coen 2007)

  1. hai usato “di sottrazione”, evviva.

    e sì, questo 2008 sta riscattando l’orrida precedente annata.

    e per fortuna tu fai la lista, e recensisci diligentemente.

    yuppi.

  2. il film mi è piaciuto molto, anche se nel cinema capitol di bologna avevano pompato l’aria condizionata su ‘ben cotti’ e ho avuto un po’ di difficoltà a sopravvivere.

    mi piace ciò che dici fratello. sull’orizzontalità e la sottrazione. sembrava in effetti un film dei coen con tre trame che si intrecciano. ma alla fine le non trame non si intrecciano: c’è una sola trama, e le derive sono lasciate a loro stesse.

    mi pare però che la morale ci sia e sia anche piuttosto evidente, d’altra parte anche tu la evidenzi nel tuo p.s..
    il distacco del vecchio d’altra parte, che sta per il titolo del film, mi sembra un po’ diverso da quello dell’assassino. Il primo è rassegnato, ma in fondo ancora disgustato. Il secondo….

    e prima di salutare vorrei salutare, e salutare tutti quelli che mi conoscono e fare i complimenti per la bella trasmissione

  3. sulla morale: riguardo il mio p.s., non credo sia necessario parlare di morale, che implica dei giudizi, dei “suggerimenti”. l’antiepopea americana si potrebbe ormai considerare un vero e proprio genere, attivo da una quarantina d’anni (abbondanti) a questa parte. potremmo dire che quello è il tema, il messaggio, inevitabile. se il film è descrittivo e distaccato, ed i personaggi sono guidati da una meccanica esterna, quel che si riporta è più un ineluttabile stato delle cose.

    sul distacco dei personaggi, non ho detto che è lo stesso in bardem e jones. in questo caso, al contrario di altri “thriller”, non c’è identificazione fra criminale e poliziotto. ciò non toglie che il distacco sia di entrambi, e bardem non è meno vecchio (antico) di jones.

    hi, broda.

  4. ma le vedi anche tu le citazioni kubrickiane, o sono mie allucinazioni? inizia con l’alba dell’uomo, poi c’è shining (come, del resto, in barton fink). la simmetria. del resto, nessuno si accorse che quando mr hula hoop scappa, salta il barbone di arancia meccanica, proprio lui. e che quello tutta una riflessione sul tempo, lineare o circolare, come 2001? ed a parte questo, nocountry, film kubrickiano, da moralisti senza morale. molto divertito.
    tuo
    dr.o.b., phd

  5. da quando eravamo bimbi troviamo kubrick nei coen. molto in barton fink, e questo ricorda barton fink.

    credo che sia più importante quello che hanno imparato riguardo la regia, che le citazioni esplicite, ma se mi dici che ci sono io ci credo.

    mi sono riletto perché non è che ricordi tantissimo, e mi sembra che le nostre visioni siano compatibili. sulla riflessione sul tempo in questo coen forse dovresti spiegarti meglio.

  6. il tempo era riferito a mr. hula hoop. sì, sono d’accordo, gran film.

  7. Pingback: Animali Notturni (Tom Ford 2016). Efficace intreccio di codici per una fredda rappresentazione del dolore | SlowFilm

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