Radio America (Robert Altman 2006), Lo Scafandro e la Farfalla (Julian Schnabel 2007)

Altman riesce a far apparire semplici cose complesse, a ricreare all’interno di un film un’aria di leggerezza e improvvisazione, inserendo minimi elementi narrativi in un gioco di intrecci che si regge, miracolosamente, sulla vita di alcune persone che hanno la ventura di incrociare la macchina da presa in quel dato istante. Una macchina da presa fluttuante, ondeggiante, che si muove da un personaggio all’altro senza mai avere uno sguardo insistente, ma osservando con curiosità, ricercando simmetrie e riflessi. Dopo aver girato un film ogni uno, massimo due anni per quasi trent’anni, questo è l’ultimo film di Altman, e lui sembrava saperlo. L’atmosfera è quella corale e ironica delle sue opere migliori, un’ironia su cui era capace poi di costruire qualsiasi situazione e ultioriore tono o atteggiamento. Si segue l’ultima puntata di un programma radiofonico, uno spettacolo country creato dal vivo in un grosso teatro di fronte a un pubblico incosciente, ignaro di quel che accade dietro le quinte ed incapace di cogliere e decifrare i segnali, volontari o meno, lanciati dagli artisti durante lo spettacolo.

Nel suo ultimo film il regista inserisce la morte in persona, una donna, un angelo bianco di nome Asfodelo, pianta che adoperavano i Greci per adornare le tombe. Tra i personaggi, per la maggior parte volti celebri per i quali, in occasione della loro ultima performance, è inevitabile riflettere sul tempo che avanza,  spiccano Kevin Kline, che si fa chiamare addirittura Guy Noir, nome che fa il paio col suo ruolo di voce fuori campo, personaggio dalle goffaggini clouseauviane, Lily Tomlin, dalla ragguardevole voce, in coppia con la Streep. Più giovani Harrelson e John C. Reilly, duo di country-cabaret. Nel ruolo del “tagliatore di teste” incaricato della chiusura del programma e dello smantellamento del teatro Tommy Lee Jones doppiato con la voce di Bill Murray.

Visto anche Lo Scafandro e la Farfalla, che francamente non mi sembra avere la complessità e le particolarità necessarie a non reggersi sulla malattia e sul dolore. Non mi va di scriverne di più, però mi ha fatto scoprire un cd non male, Ultra Orange & Emmanuelle (Seigner), da cui è tratto il pezzo Don’t Kiss Me Goodbye. Il disco ricorda i Jesus and Mary Chain, ma più educati,  ed i Mazzy Star di Hope Sandoval.

Radio America: 4/5

Lo Scafandro e la Farfalla: 2/5

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26 thoughts on “Radio America (Robert Altman 2006), Lo Scafandro e la Farfalla (Julian Schnabel 2007)

  1. in effetti sono in un periodo altman. è che ne ha fatti proprio tanti, e ora m’è venuta voglia di vederli tutti. america oggi, comunque, è uno dei miei film preferiti da sempre.
    ma tu la tesi l’hai scritta su di lui?

  2. america oggi è immenso! E poi che belli i racconti di carver da cui è tratto…

    Si io ho fatto la tesi in storia americana e su “gli anni nixoniani visti attraverso il cinema di altman” perciò Nashville (il suo best), MASH, lungo addio, california split, anche gli uccelli uccidono, Gang, mccabe, Buffalo bill… oh che grande regista!

  3. interessante, la tesi. mi manca anche gli uccelli uccidono, ma ancora per poco.

    carver è fra i miei preferiti, e l’ho scoperto proprio grazie ad america oggi.

  4. carver me lo regalasti tu, e mi divertii assai. su america oggi manco si discute, ovvio. adesso, però, dico una cosa sgradita ai più: mash – che mi piacque davvero tantissimo, e che ho visto e rivisto – è un film reazionario.
    Dr. Otto Bartz, PhD.

  5. l’ho appena detto e già mi son pentito un pò. è un capolavoro – ma reazionario. a proposito, hai mai sentito il tema suonato da bill evans?

  6. addirittura. perchè? perchè ci sono i militari simpatici? spiegaci, please.
    fra l’altro io l’ho visto due volte, ma non è che lo ricordi benissimo.

    il tema di evans l’avrò sentito, avendo visto il film, ma non ho presente a cosa ti riferisci. se hai un nome dimmi, che me lo procuro.

  7. MASH reazionario? è uno dei film più ANARCHICI della storia del cinema! è la pura presa in giro della guerra, è un’allegoria, è un delirio… è anarchia!

  8. finito il trasloco a napoli, anche se sono in partenza per parigi ho il tempo – regalatomi graziosamente dall’influenza, assieme a un costosissimo spostamento del volo previsto per ieri – di tornare su questa questione sospesa; ed approfitto di aver ritrovato, grazie agli smottamenti subiti dalla mia libreria, questo Zizek del ’97 (L’epidemia dell’immaginario) che dice molto meglio di me quello che volevo dire: ‘Contrariamente alla sua apparenza fuorviante, MASH di Robert Altman è un film perfettamente conformista – nonostante tutti gli sberleffi all’autorità, i tiri mancini e le scappatelle a sfondo sessuale, i membri del gruppo MASH fanno il loro lavoro in maniera esemplare, e così non rappresentano alcuna minaccia per il regolare funzionamento della macchina militare. In altre parole, il cliché che presenta MASH come film antimilitarista, che denuncia gli orrori della carneficina e degli orrori senza senso della guerra, che può essere sopportata soltanto attraverso una salutare dose di cinismo, di scherzi volgari, di prese in giro dei pomposi rituali ufficiali e così via, non coglie l’essenziale – e proprio questa distanza è ideologia’.
    segue strepitoso confronto, in termini lacaniani, con ufficiale e gentiluomo e full metal jacket. ecco.
    tuo o.b., da domani, si spera, dottore della sorbona (vedi rabelais)

  9. con tutto il rispetto per i termini lacaniani [inter nos, passa lacan non marcare è quasi finita passala passala], non è che mi abbia convinto più di tanto. dubito che in un film del genere la lettura più adeguata non sia quella più superficiale, il cliché. così come dubito che una lettura differente possa configurare l’esistenza di un atteggiamento reazionario da parte del regista. potrebbe aver fallito il suo obiettivo, dal tuo punto di vista, ma da qui a farne un film bellicista ce ne passa.

    bravo, parti appena io scendo, pusillanime.
    ciao, bon voyage.

  10. mio dio, bellicista mai, reazionario esagerai, lo ammisi subito; ma senz’altro, lo dici tu, lo dici bene, mancato. altman parla dell’america, bisogna poi vedere quanto descrive e quanto critica; e con quanta efficacia. e con quanta superficialità. eppoi, diciamolo, fu il confronto con full metal jacket a farmi comprendere le mancanze del povero altman. ma di fronte a tanto genio… saluti da belville, comunque, speriamo almeno che la mia solitudine sia creativa; per stasera la rendo meno solitaria con un bourgogne domaine de la grangerie 2006 ‘vierge blanche’. anzi, vi aggiungo un bordeaux chateau daubiac 2005, perchè più siamo e meglio stiamo. quindi vai a votare – avevo scrito altro, ma mi taccio, questo non è il luogo adatto.
    bisous
    drob

  11. mancato, ma dal tuo punto di vista. non credo sia il caso di giudicare mash per quello che non è, mentre si può credere sia un film molto più simile a ciò che il regista ricercava. non mi sembra che mash e fmj si pongano sullo stesso piano ed abbiano gli stessi obiettivi. e altman per me non è per niente il povero altman. in film come america oggi, i compari, il lungo addio, altman è il miglior cinema americano, aldilà di battute e generalizzazioni.

  12. su mash continuo a non concordare, per quanto mi piaccia assai. chi fa un film sulla guerra si prende una bella responsabilità e deve scegliere tra joker e john wayne, tra chaplin e rambo. altman ha scelto stanlio e ollio nella legione straniera. il ‘povero’, però, era detto in toscano, quello che noi diremmo ‘la buonanima’. il miglior cinema americano è quello che critica l’america; l’america migliore è quella che prende le distanze da se stessa: da melville e poe a leary e scorsese…

  13. a me mash non piace assai, è un film a sketch (praticamente tre episodi di telefilm) a tratti noioso. ma non mi piace assai perché non mi ha particolarmente divertito il film, non perché fare film sulla guerra porti una grande responsabilità. stanlio e ollio nelle retrovie è una lettura come le altre, diventare intransigenti sui film di guerra è una cosa buttata un po’ lì che non ha un gran significato se si tiene presente un centinaio e rotti anni di cinema, in cui ogni argomento è stato trattato con ogni registro. altman non mi pare abbia nè una posizione offensiva nè reazionaria, fa satira.

    il “cinema americano” di cui parlavo non è un tema, non è il cinema sull’america, è il cinema. fatto in america. nei ’70 altman contribuisce a dare al cinema un nuovo modo di raccontare e di osservare le cose, un modo decentrato e antieroico che è il motivo per cui mi piace altman. e in america oggi e i compari (e vari altri) dà anche una visione dell’america, delle sue origini e le sue storie. non so se ha preso le distanze dall’america, più probabilmente ne ha interpretato un aspetto.

  14. allora. è evidentemente la solitudine che mi porta alla mediazione ed all’accondiscendenza – ed anche a scrivere tanti commenti – evidentemente, ma alla fin fine concorderei pure su questo. anche se su altman conservo qualche dubbio, essendo un radicale vintage che se non vede sparare merda sull’america, dubita. ma io volevo rispondere al tizio più su che parlava di ‘anarchia’, che non c’entra proprio niente, è quello il cliché, appunto. e non per difendere l’anarchia, ovviamente. lo sai che sono leninista, piuttosto.
    m. le docteur o. bartz

  15. ma a parigi hanno messo i cinema? figata.
    tu non sei un radicale vintage, sei un barbone che al momento va a vino francese.
    bacio le mani, doc.

  16. a parigi i cinema costano 10 euro e noi clochard non ce li possiamo permettere. d’altra parte, si potrebbe consulare il pariscop – delizioso gioco di parole che indica un giornaletto settimanale delle dimensioni di una bibbia che riporta tutto quello che c’è da fare a paris – per trovare le seconde visioni o i cinema d’essay, ma sarebbe un lavoro a tempo pieno. in compenso, i muli corrono spediti su questi apmi boulevard.

  17. comunque radio america è strepitoso. mi ero distratto parlando d’altro. puro secondo me ci vale un po’ di più di quanto dicesti.
    ob

  18. america oggi è il mio altman preferito da sempre, quanto ai racconti di carver, che presi anch’io a leggere di traino al film, mi hanno lasciata abbastanza fredda. e poi, siore e siori, lo sapevate, vero, che lo stile carveriano dello stacco improvviso sulla narrazione (assai simile al montaggio altman-peroni), quello per cui è passato alla storia, fu opera non di carver, ma del suo editore? lo sapevate, vero????? :)

  19. radio america è ok, ma poteva essere meglio, diciamolo. il personaggio della madsen e di kline non sono proprio riuscitissimi. grandiosi TUTTI i numeri musicali, però, e anche molto altro.

  20. io non lo sapevo. e in verità non ho capito benissimo cosa vuol dire “stacco improvviso sulla narrazione” e neanche come l’avrebbe imposto un editore. cioè, stacco da cosa a cosa? spiegami meglio, per favore.

    sono d’accordo, tutto il bene del mondo ad altman e radio america è un bel film, ma non un capolavoro.

  21. Ciao Iosif, sì, mi sono spiegata male, mi sono improvvisata minimalista carveriana senza però essere chiara.
    Allora, sul finire degli anni ’90 uscì su Repubblica un lungo articolo di Baricco che spiegava come lo stile minimalista, appunto, e straordinariamente sintetico di Carver non fosse in realtà farina del suo sacco, bensì gli fosse stato imposto dal suo editore. I racconti di Carver in originale erano assai più prolissi e, di fatto, lontani da quella “asciuttezza” che ha fatto scuola e che ha coniato l’aggettivo “carveriano”. Gli originali esistono ancora e provano questo intervento a dir poco invasivo dell’editore, il quale sarebbe da considerare il vero e proprio artefice della novità letteraria per la quale carver è passato alla storia.
    Trovi l’articolo qui: http://www.oceanomare.com/ipsescripsit/articoli_letteratura/carver.htm

    ciao, MP

  22. quanto ai racconti originali di Carver, un mio amico ha scritto la sua tesi di laurea proprio sulle differenze fra quanto scritto inizialmente da Carver e quanto poi pubblicato, e le differenze sono davvero sostanziali.
    ciao, :)

  23. ho letto l’articolo di baricco, molto molto interessante. e mi sento un po’ come quando ho scoperto che babbo natale non esisteva. fermo restando che con i giocattoli, poi, mi ci divertivo lo stesso.
    sarebbe doveroso uno studio più approfondito. d’istinto, però, direi che avere una prima stesura differente da quella poi pubblicata, non significa necessariamente che tutti i passaggi interni siano frutto del lavoro dell’editor (che non è l’editore, ma una sorta di revisore) Gordon Lish, che potrebbe essersi limitato a suggerire, o comunque a collaborare con Carver.
    Fatto sta che effettivamente ci sono racconti di Carver più vicini allo stile riscontrabile negli originali, altri molto più asciutti. A differenza di quel che dice Baricco la sottesa visione delle cose mi sembra la stessa, a cambiare è la forma, che pure rappresenta il maggior punto di interesse per Carver (ma anche per tutti gli scrittori, per quanto mi riguarda). Ripeto, ci vorrebbero studi più approfonditi sui passaggi intermedi, ma la cosa è certamente intrigante, con tutto quel che si trascina dietro sull’importanza dell’autore e dell’opera e l’indipendenza di uno dall’altra. La tesi del tuo amico deve essere una bella cosa.

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