The Most Distant Course (Ling Jing-Jie 2007)

I Taiwanesi dei film piangono un sacco. "Forse perché nella realtà lo fanno molto poco", è la teoria del regista.

Taiwan per me significa Tsai Ming-Liang, cioè una delle migliori interpretazioni del cinema, in assoluto. Nelle prime scene viene in mente Il Fiume, quando il protagonista corre dalla troupe per cui lavora(va) (è un tecnico del suono, l'hanno licenziato), e molto di più Vive L'Amour, quando il ragazzo si siede ad un angolo di strada e piange lungamente in primo piano. I più disturbati noteranno anche un materasso a due piazze, grande protagonista di I Don't Want to Sleep Alone.

Il protagonista-tecnico del suono cerca di riconquistare la ragazza che l'ha mollato spedendole registrazioni del mare, dei boschi, di mercati del pesce, di canti aborigeni e quant'altro. Ovviamente la sua ex non abita più all'indirizzo da lui conosciuto, e al suo posto una ragazza triste con una triste tresca con un tipo sposato comincia ad ascoltare le registrazioni, ne rimane affascinata e comincia la ricerca del ragazzo triste. Jolly uno psicologo, divorziato ed in cerca di vecchi amori, che diventerà amico del tecnico triste. Uomo di natura gioviale e dalla voce profonda, pure lo psicologo non cela il suo bagaglio di tristezza. Bene così. Io sono assolutamente favorevole ai film con la gente triste. Che poi tutta la struttura e la scrittura non è male. I Taiwanesi dei film continuano ad entrare nell'altrui intimità attraverso gli oggetti, sostenuti dal caso e da un contesto tendenzialmente cinegenico. Qui, però, non fila liscio proprio tutto, e se momenti più spontanei sono gradevoli e riusciti, qualche soffermarsi e qualche esplicitazione della solitudine (e della tristezza) è di troppo. Insomma, un po' di spiegoni visivi (una forma non comune di spiegone, tutta orientale) che non riescono a farsi apprezzare come puro cinema, troppo legati alla tesi narrativa.

Sia chiaro che il film è passato a Venezia, ha vinto il premio settimana internazionale della critica, e non è affatto male. C'è qualcosa di poco convincente, ma il ragazzo si farà, per la mia gioia di scrittore di blog.

(3/5)

Annunci

5 thoughts on “The Most Distant Course (Ling Jing-Jie 2007)

  1. a me è piaciuto un sacco (direi *** su 4), ci ho trovato echi cinefili da lisbon story a kitano… e tanta poesia e anche divertimento…

  2. ma infatti è un film colto, si vede. forse anche troppo. alcune scene sembrano un po’ meccaniche sia dal punto di vista del significato (il tizio con la muta che spinneggia in tangenziale m’è parso forzato) sia da quello estetico (molte inquadrature descrittive sono belle, ma didascaliche, sanno un po’ di villaggio vacanzecon aggiunta di spleen). I temi orientali (solitudine, estetismo, casualità) sono affascinati, ma per reggere del tutto devi saperli tradurre in una poetica coerente che diventi di per sè allegorica ed universalmente rappresentativa. Ling m’ha dato l’impressione di non riuscire a gestire del tutto la sua foga di comunicare, esplicitando e citando molto. Ma, come ho detto, è un film interessante, tanto più che è la sua prima opera di finzione.

  3. sostanzialmente d’accordo ma io ci ho visto sincerità e un certo surrealismo molto divertente!
    Ma che tu sai esce da qualche parte? o lo hai ripreso da venezia…

  4. L’avevo visto alla rassegna di Venezia ma non mi aveva entusiasmato. Un po’ lento a ingranare, e un po’ inconcludente nel finale, ma la parte centrale è piuttosto piacevole.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.