Onora il Padre e la Madre (Sidney Lumet 2007)

Accade che il film di Lumet presenti una famiglia americana che è l’esatto contrario di quella mostrata da Gray e, volendo fare un salto indietro di trentacinque anni, lo stesso regista dava in Serpico una descrizione che è l’esatto contrario della polizia americana de I Padroni della Notte. La complessità contro la propaganda. Senza voler necessariamente parlare di maggiore realismo, che pure potrebbe essere esatto, di certo c’è maggiore conflittualità, elemento base della narrazione cinematografica. Conflitti interni agli individui ed ai gruppi.

Al film del regista ottantaquattrenne sta stretta la semplificazione di marketing che lo vuole opera violenta e cattiva. Lo si inquadra molto meglio apprezzandone la solidità classica applicata a temi contemporanei. E’ un’opera di volti costantemente sfigurati dal dolore e corpi contorti dal nervosismo e l’inadeguatezza, espressioni visibili che incarnano tormenti e storie personali più di quanto non facciano esplicitazioni dialettiche o costruzioni dell’intreccio. Il quadro isola i protagonisti, si sofferma su Hoffman studiandolo con un lento movimento verticale, mentre racconta a se stesso la propria disgregazione ed incompletezza interiore, lo segue nelle sue reazioni mute  quando si trova una volta di più abbandonato; segue Hawke nella sua innocenza colpevole, nella sua impossibilità di relazione e difficoltà ad essere al mondo; osserva il corpo di Marisa Tomei, alla quale si vieta di essere molto altro; raggela le smorfie affannate di Albert Finney, dolente e prevaricatore.

Ottimo nella costruzione della sequenza di per sè significativa, Onora il Padre e la Madre trova forse il suo unico limite nel portare a termine la struttura drammatica complessiva, specialmente nella parte finale, dove mi sarei aspettato qualcosa di più compiuto o di più sospeso. Ma probabilmente quando lo si andrà a rivedere anche queste scelte appariranno più equilibrate.

(4/5)

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10 thoughts on “Onora il Padre e la Madre (Sidney Lumet 2007)

  1. bellissimo film. da tanto maestro non poteva uscire nulla di meno. hai notato “gli occhi” della Tomei? ha più di 40 anni e si mantiene…mmmh!
    mario

  2. solo se l’hai masticato tu, prima.
    squinzia.

    (che è addirittura una parola da dizionario:

    squìn|zia
    s.f.
    CO gerg., ragazza giovane, carina, che segue la moda)

  3. charlie hanson e i membri della sua family hanno tante piccole abitudini che garantiscono loro una vita tutto sommato normale: il barbeque la domenica, la pippatina prima della riunione, la mensile appropriazione indebita per arrotondare lo stipendio, l’apertura del negozio di famiglia, la scopata con la moglie del fratello il giovedì, l’iniezione di eroina un paio di volte alla settimana, la bevuta al solito posto, l’assegno di mantenimento per la bambina. poi, semplicemente, il caso. non un film sulla violenza, ma un film sulla metafisica del male, che non esiste di per sè, è solo la rottura di quello che al limitato occhio umano sembra ordine, è solo un leggero spostamento che instaura un altro ordine, più difficile da capire, più complicato da ‘abitare’. molto. il diavolo del titolo è il caso. un film immenso e in-finito perchè non può finire, girato per essere un classico già all’uscita in sala. e, se vogliamo fare paragoni con gli altri recenti film ‘sulla violenza’ – ma già lo dissi, nessuno di loro è un film ‘sulla violenza’ – surclassa ‘il petroliere’, neanche si può paragonare a cronemberg, supera persino i cohen, e non di poco. c’è tanto cinema che mi si è allagata la stanza!
    otto bartz

  4. d’accordo con quel che scrivi.

    a me sono piaciuti tutti e tre, ma effettivamente con questo sono stato un po’ basso. anzi, mo lo cambio, ci metto 4. però alzo anche il petroliere.

  5. Pingback: Flight (Robert Zemeckis 2012) | SlowFilm

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