Gomorra (Matteo Garrone 2008)

A volte non si ha voglia di scrivere di un film, perché quel che è fatto di film è troppo importante e particolare per avere in comune qualcosa fatto con le parole. Non è questo il caso di Gomorra. Di Gomorra non si vorrebbe scrivere perché significherebbe razionalizzarlo, trovarne le imperfezioni ed in questo modo crearsi uno scudo. È per se stessi che bisogna non scriverne, non per il film. O almeno, come intendo fare, scriverne senza pensare al cinema.

Quando si scrive su un film, ma credo quando si analizza più o meno qualsiasi cosa, se ne prendono le distanze; anzi, lo analizzi proprio perché quella distanza c’è già. Ancora, più che altro si parla della distanza, non del film. Se questo sguardo, almeno in buona parte, viene a mancare, allora ci si rende conto che l’opera può essere meno costruita della struttura con cui pretendi di coprirla per poterla leggere. Dopo Gomorra ho pensato che magari anche Satantango, che sto vedendo in questi giorni, in realtà non faccia nient’altro che parlare della vita contadina nelle pianure ungheresi.

Il mondo per guardare Gomorra ha bisogno di tradurlo, l’Italia l’affronta come una presa di coscienza, come se avesse scoperto un suo lato oscuro. E così ridiventa un film, su cui si può scrivere.  Chiunque viva o abbia vissuto a Napoli, pur non essendo camorrista o non avendo assidue frequentazioni camorriste, sa che Gomorra mostra l’assurda semplicità della violenza napoletana, riconosce atteggiamenti e parole e non ha bisogno di tradurli.

Non ho letto il libro di Saviano, un po’ per scelta un po’ per caso, ma rimasi stupito dalle reazioni furiose dei “protagonisti” del libro. Deve aver creato un’attenzione davvero scomoda, e deve averlo fatto senza dar vita a niente di ambiguamente affascinante. Quella del film, per l’ovvia differenza di mezzi, è una portata differente, sia dal punto di vista dell’impatto che da quello del contenuto. Non ho provato rabbia, vedendo Gomorra, ma tristezza e un po’ di vergogna. Con ogni probabilità non potrà fare a meno di essere l’opera che sancirà la definitiva diversità di Napoli e del Sud, con la raffigurazione di una realtà inaccettabile per chi ne è fuori; la visione non di un problema, ma di un tumore, un corpo estraneo, che in quanto tale va temuto, estirpato, distrutto.  Gli unici rimandi al mondo esterno sono nel vestito d’alta moda che dalla piccola impresa malavitosa arriva alle passerelle internazionali, ed il breve monologo di Servillo sull’opportunità di avvelenare la propria terra per favorire l’economia nazionale. Per il resto, il mondo di Gomorra è assolutamente chiuso, feroce, ottuso e distruttivo.

Quel che c’è di buono, è che ho scoperto di essere bilingue. Fa curriculum.

(3,5/5)

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30 thoughts on “Gomorra (Matteo Garrone 2008)

  1. questa è una domanda che ho scelto di non farmi, nonostante nasca spontanea. perché il pericolo è cadere nella mentalità “i panni sporchi si lavano in famiglia”, come quando i detrattori del neorealismo lo accusavano di esporre le miserie italiane. nonostante questo un film come Gomorra, che non ha una struttura da denuncia e non produce “sensibilizzazione” è legittimo porsi il problema dell’impatto che può avere. come ho scritto, io temo che finirà per marcare definitivamente una diversità che porta al rigetto. in questo senso non si può non leggere nel film un’eccessiva generalizzazione, che fa la forza dell’opera stessa, ma non è positiva per la realtà.

  2. sai che secondo me non è così?
    a me non sembra che si possa archiviare il film come la dimostrazione di un male realmente circoscritto, alieno, estirpabile. mi pare che le connessioni col resto del mondo (dell’italia) siano mostrate in modo indelebile, per quanto messe (appositamente e apparentemente) tra le quinte. se vogliamo riprendere la tua metafora, ho percepito il film come la messa in evidenza di una responsabilità collettiva, sinora strenuamente negata, per una patologia che ha origine nello stile di vita dell’intero organismo e che, una volta distrutto un organo specifico, si appresta a seminare metastasi.
    ecco, in questo sta la tristezza, nel sapere che di quel distetto periferico a nessuno è mai importato, con una condanna giunta da più parti, inappellabile ed irreversibile per la maggior parte dei soggetti(irrilevanti) direttamente coinvolti. ma si è peccato di miopia, gli effetti nefasti si sono propagati (basti pensare all’immagine dell’italia tutta a livello internazionale), e non credo che di fronte al pubblico europeo si possa continuare nella farsa del “lascia che si ammazzino tra loro”. in questo senso, in questa ipocrisia, sta il nucleo che trasforma la tristezza in rabbia.

  3. non so, non mi sembra che i riferimenti che inseriscono le vicende in un contesto più ampio, che poi sono i due che ho citato, siano sufficienti. non hanno di certo la forza di un mondo chiuso che nella realtà filmica non ha nessuna controparte o resistenza. certo, il pubblico europeo compie l’ulteriore generalizzazione, e infatti Napoli è da molti indicata come la discarica a cielo aperto che fa fare figure di merda all’innocente Italia. Quella di Servillo è la malavita più sofisticata, e nonostante sia anche la più dannosa lui e i suoi legami extracampani non hanno quell’evidenza antropologica che è alla base della ghettizzazione, quella che si vede in tutti gli altri protagonisti del film.

  4. ancora non ho visto il film; ma l’intento del libro è proprio quello di mostrare che la camorra non è un fatto locale: la ghiaia e la sabbia ricavate dalle montagne sventrate per far posto ai rifiuti pericolosi del centro nord partono a loro volta per il centro nord per far parte dell’amalgama con la quale imprese gestite dai clan costruiranno a prezzi concorrenziali villette e palazzi. nel casertano ci sono i residui tossici dei conciai toscani così come le ceneri industriali del nord est. e i casalesi hanno la loro ‘sede’ principale in emilia, vicino ferrara, non di certo nel loro paesino di merda. i ‘protagonisti’ del libro di questo si sono incazzati, che si dice di loro che fanno affari ‘fuori città’; mica perchè ci sono i loro nomi e l’elenco delle loro violenze, quello gli fa piacere, fa curriculum. del resto, ne l’imbalsamatore, garrone era tanto strepitoso nel mostrare il villaggio coppola d’inverno, quanto banale nel mostrare lo spaesamento nordico del protagonista, nella seconda parte. comunque, vedremo.
    ob

  5. sì, immaginavo fosse così, il libro. infatti anche l’impostazione di saviano, nelle sue intervistate, è su questa linea. ecco, mi pare che il film si soffermi di più sulle efferatezze che fanno curriculum che sull’internazionalità della camorra. diversamente forse ne sarebbe uscito un film documentario che nessuno si sarebbe cacato, ma il questo modo non sono sicurissimo che questo non possa essere convertito in un epos, seppure dai toni realistici, della guerra fra clan.
    poi, facile che io sbagli.
    quando lo vedi fammi sapere.

  6. non so, capisco le tue perplessità, sono cose che ho pensato anch’io, ma più analizzo quel che ho visto, e meno ne vedo risultare l’epos.

  7. in ultimo: sai quanto mi faccia incazzare l’idea che napoli sia percepita ed indicata come la discarica dell’innocente italia. quel che spero, almeno, è che ora sia più difficile continuare a vederla in questo modo. mi pare che il libro prima e il film poi metta di fronte a responsabilità, e faccia percepire “il ghetto” come la vittima sacrificale che paradossalmente e inconsapevolmente si autodistrugge. lasciando tra l’altro intatta la possiblità che il singolo scelga diversamente, pagando però un prezzo (anche solo in termini di esperienza pregressa) che nessuno stato civile dovrebbe permettere. poi, come sempre, si potrebbe dire che il pubblico parte diviso e tale rimane, e che chi si percepisce come destinatario del messaggio è perché già lo possedeva, ma tant’è.

  8. Sembra inevitabile farsi coinvolgere dal dibattito gomorra… il libro l’ho letto all’epoca, il film penso che lo vedrò, anche se ho delle resistenze nei confronti regista, tanto abile con la fotografia ma sgradevolmente morboso nei suoi film precedenti. L’idea di Garrone ad adattare la materia di Gomorra mi preoccupava, ecco, avevo paura che potesse compiacersi troppo nella putrescenza civile e nel folklore della brutalità, che pure nel testo di Saviano c’erano. Il libro ho sempre sostenuto che fosse brutto, ma che avesse assolto una funzione importante in relazione al successo editoriale: l’ho apprezzato come avrei apprezzato una fiction di raiuno che invece di mostrare i boss mafiosi in famiglia avesse fatto dubitare, per un paio d’ore, pubblici assonnati nelle loro villette troppo insicure; pensavo al lettore medio dell’oscar mondadori, a chi si sciacqua la bocca con l’idea di una legalità intesa come spartiacque tra i buoni e i cattivi (cattivissimi, e perciò ancor più alieni) anzichè come quotidiana responsabilità civile, consapevolezza, analisi lucida , e rabbia, non tristezza, chè la tristezza è dei vinti e non ce la possiamo permettere….
    Nel libro si alternano passi di brutta letteratura a stralci di indagine. Ho paura che il film possa esasperare l’eccezionalità del male, che finisce sempre per essere fonte di assoluzione. Per chi a Napoli ci vive o ci ha vissuto molto spesso diventa facile cedere alla sensazione di un’alterità assoluta, trovarsi Fuori e percepire la differenza come incolmabile. Ecco, queste sono le derive che andrebbero arginate e se Napoli è un cancro, e nel vissuto quotidiano lo è, ha senso solo una lettura olistica del tumore, come luogo manifesto in un corpo malato…
    …andrò vederlo, il film, e poi magari continuiamo a parlarne. Ciao, N.

  9. Oh finalmente c’è qualcuno con cui sono d’accordo, sono tutti così entusiasti di questo Gomorra. Garrone ci sa fare, è ovvio. Ma i limiti ci sono, magari è voluta la chiusura, il voler rappresentare esattamente QUELLA realtà senza riferimenti al Male della quotidianità di tutto il mondo, ma avrei preferito un respiro un po’ più universale…

  10. Mi è bastata una frase per scatenare fiumi di parole.
    Bene.
    Devo ammettere che sei riuscito a tranquillizzarmi Giuseppe.
    In effetti è giusto che il compito di denuncia sociale sia realizzato dal libro, mezzo più adatto di un film che con la sua dinamicità si presta poco a un certo tipo di approfondimento.
    Quindi a maggior ragione occorre riportare l’analisi in ambito cinematografico.

  11. per nadia: la lettura del cancro come manifestazione circoscritta di una patologia che investe l’intero organismo è esattamente la mia chiave di lettura. continuo a sostenere che il film mostri questo stesso punto di vista, indicando freddamente quanto abbia fatto comodo (e quanto sia stato “facile”), per collusioni di vario genere tra interessi centrali e distali, potere camorristico locale e scelta/sopravvivenza dei singoli su cui questo potere si esercita e prospera, costruire l’alibi del tumore anomalo, del bubbione che appare inestirpabile se non per auto-fagocitazione.

  12. ciao nabla. non credo ci sia compiacimento o morbosità, nello sguardo di Garrone. Ma una radicale cupezza costruita sulla claustrofobia appartenente ad un mondo chiuso ed alieno, questo, al contrario di Michela, continuo a crederlo.

    Ciao Edo, ho letto la tua recensione ed è stata una “conferma esterna” alle mie impressioni.

    Ciao Martin. L’analisi dal punto di vista cinematografico continuo a credere sia evitabile. Per quanto riguarda me, ovviamente; è semplicemente un approccio che non ho voglia di seguire, per questo film, per i motivi che ho sopra accennato. Poi, il cinema di Garrone è molto scoperto, di certo non mancano recensioni a sottolinearne le scelte. Comunque, non vado pazzo per questo regista (già non andai pazzo per l’imbalsamatore), ed a riassumere le mie perplessità il voto medio in contrapposizione al generale “entusiasmo” (parola poco adeguata al film in questione).

  13. ho letto il commento di edo, mi sfiora il sospetto che il mio punto di vista non sia esattamente neutrale (certo, mi si potrebbe obiettare che nessun punto di vista è neutrale), ma risenta di un “coinvolgimento di ritorno”, che mi spinge ad integrare la visione con le informazioni e le emozioni indissolubilmente legate a napoli. sì, forse il mio non è il punto di vista che può avere un non-napoletano qualsiasi.
    a dire il vero, credo che nemmeno chi è di napoli sia un buon giudice. ma forse hai ragione tu, nel prefigurare la reazione degli “esterni”: troppo dolore, troppo abominio, troppo squallore. radicati in una realtà che è percepita comunque immutabile, al di là della responsabilità o della sparuta scelta individuale. inevitabile difendersi col distacco.

    continuo a pensare non fosse questa l’intenzione di garrone, ma forse se parliamo dell’effetto e della resa effettiva hai ragione tu, e l’operazione non avrà l’esito che si vorrebbe.

  14. Leggendo tutti i vostri commenti mi sto convincendo che questo sia un film inutile.
    A meno che qualcuno mi persuada del contrario domani vado a vedere Indy ;)

  15. non so se il film si proponesse di essere utile. come ho detto, è ben distante dall’essere un’opera-documentario. ma volendo vedere un film italiano, personalmente credo che questo gomorra e spero anche il prossimo sorrentino, siano ben diversi dalle pallosissime commediole che siamo abituati a produrre. nonostante nè garrone nè sorrentino mi facciano impazzire.

    per scegliere cosa andare a vedere domani, aldilà delle possibili letture, gomorra è senza dubbio un vigoroso pugno nello stomaco. se senti di non avere gli addominali pronti, opta senza dubbio per indiana jones alla ricerca alla ricerca del catetere di cristallo.

  16. Dovrei andare tra poco, perché altrimenti sento che perderei un grande film e con esso l’occasione di imparare ad avere meno pregiudizi nei confronti del cinema italiano. Tutto sommato il tuo mi sembra comunque un parere positivo Interessante il tuo discorso sul “chiuso” in Gomorra.

  17. Io pure sono bilingue….
    mi sentivo figherrima a nn leggere i sottotitoli! :-D
    cmq il film è uno dei migliori mai visti e ora aspetto Il Divo, da cui mi aspetto altrettanto se non di più…
    ciao!

  18. sì, anche il divo incuriosisce anche me.
    ho visto l’incipit e sembra l’opposto, nell’impostazione, di gomorra. fa piacere potersi interessare a dei film italiani. tanto orgoglio italiano nel vedere il cinema che ci ricorda che non abbiamo un bel niente di cui essere orgogliosi. così è che va.

    ciao!

  19. grazie anonimo! la tua home non mi porta a nulla e dal sempre dovrei intuire che ci conosciamo, ma grazie :)

  20. hai fatto bene a non prenderlo in considerazione come film. perchè è film davvero pessimo, non c’è cinema, nessuno sembra essersi posto il ‘problema’ di ‘fare’ un film. ci sono solo scampia, le brutte facce dei chiavici del posto e la mdp che si muove di lato, dall’alto, o sta ferma, come il regista pensi sia più suggestivo, immagino. nient’altro.

  21. scusa, ero il dottore, quello di sopra. ah, ma lo avrai capito con la cosa di ‘non c’è cinema’.
    ob

  22. o, dottore, in realtà non ti avevo riconosciuto. allora sono d’accordo del tutto, per il piacere effimero di insulatare assieme un film e dedicarti il prossimo bicchierino. nasdarovie.

  23. giusto per rimanere nel feticismo, lo sapevi che ghezzi ha detto che è tipo il peggior film di sempre?

  24. Pingback: Reality (Matteo Garrone 2012) | SlowFilm

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