Funny Games (Michael Haneke 2008)

Funny Games è un replay, più che un remake, dell’identico film del 1997, che il regista austriaco Haneke sente il bisogno di rimettere in scena con produzione americana. L’inglese “lingua della violenza” secondo le dichiarazioni dell’autore, ed i volti più noti delle stelle americane sono le differenze sostanziali in un’opera che, per il resto, segue le stesse inquadrature e recita le stesse battute dell’originale.

La famigliola borghese composta da Naomi Watts, Tim Roth e figlio viene sequestrata e seviziata da due educati ed eccentrici psicopatici coi volti atoni di Michael Pitt e Brady Corbet. Funny Games, che parla di violenza fine a se stessa senza mai riportarne l’atto in campo, vuole essere un autoriale atto d’accusa verso lo stesso cinema d’azione e disperazione generalmente made in U.S.A. e verso il pubblico che crea, ingabbiato nel proprio voyeurismo e nelle proprie aspettative. Di contro, pur rapportandosi a questo tipo di cinema, ne rifiuta il linguaggio, adottando uno stile fatto di piani sequenza, tempi lunghi e quasi totale assenza di colonna sonora extradiegetica. A quest’impostazione realistica si oppongono le contravvenzioni di Pitt, il cui sguardo si rivolge spesso allo spettatore,  che interpella nel duplice tentativo di coinvolgere e far sentire a disagio.

Interessante per la sua indubbia originalità, in Funny Games è comunque difficile non percepire un atteggiamento intellettualistico ed a volte compiaciuto del regista, principale realizzatore di un gioco che ha come primo obiettivo un’infrazione fin troppo scoperta delle regole.

(3/5)

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13 thoughts on “Funny Games (Michael Haneke 2008)

  1. “Funny Games è comunque difficile non percepire un atteggiamento intellettualistico ed a volte compiaciuto del regista, principale realizzatore di un gioco che ha come primo obiettivo un’infrazione fin troppo scoperta delle regole.”
    precisamente. Mi trovi del tutto d’accordo, ed è il motivo per cui il film mi convince sempre a metà. Gli ho dato il tuo stesso voto. Mezzo voto solo per Naomi.

  2. Compiaciuto lo è eccome ma non potrebbe essere altrimenti visto che è lui, attraverso gli occhi di Pitt, che guarda negli occhi lo spettatore e lo predne per il culo, decide le regole e quando infrangerle a suo piacimento.

  3. noodles, ci troviamo d’accordo. e, come dici nella tua recensione, effettivamente non è un film che si sentisse ‘sto gran bisogno di rivedere. forse avrebbe potuto approfittarne per fare un remake vero, corretto: l’autoattestato di intoccabilità rende l’operazione ancora più presuntuosa.

    edo e ale, quello che dite è vero, ed è quel che intendevo scrivendo che è lui il principale realizzatore del gioco. haneke detta le regole (questo è un metafilm, voi siete prigionieri perché posso anche manipolare il tempo e vi guardo attraverso gli attori) , e vuole mettere lo spettatore di fronte ai propri “limiti” (quando parlavo di voyeurismo e dell’esigenza di vedere appagate le proprie aspettative). però frasi come “tifate per loro, vero?” suonano un po’ come “ma quanto sono furbo, quanto vi conosco”; ed il fatto che haneke abbia rifatto il film per venderlo in america, che non abbia cambiato una virgola, che egli sia di fatto il professore borghese annoiato che gioca con la violenza mettendo su un film a tesi, dona alla cosa un’aura da predicozzo un po’ ipocrita e, appunto, autocompiaciuto.

  4. io penso che haneke sarà il primo regista a girare un remake (o replay, come scrivi tu) di un remake di un suo film. in tutto questo non ci vedo un compiacimento intellettualistico ma un’urgenza, l’urgenza non soltanto di infrangere i convincimenti visivi dello spettatore (che, invece, era piuttosto demandata alla versione originale di questo film), quanto quella di decostruire il film come derivato di una certa parabola economica e il cinema come luogo fisico. anche le prese per il culo aprono delle strade.

  5. dr. benway, benvenuto (oddio, stavo per scrivere la terribile battuta benwaynuto, per fortuna mi sono fermato).

    in verità credo non siano pochi i registi che abbiano fatto remake (e non replay) dei propri film. lessi anche una lista, fra i più famosi hitchcock e de mille. più recenti i vari horror giapponesi trasposti in america, e io ci metterei anche cose tipo la casa 2, che è come il primo ma con più soldi.
    ecco, io non sono sicuro che l’operazione haneke sia così differente da quella di shimizu, cioè l’apertura ad un nuovo mercato. ma lasciamo stare.

    per il resto, tendo a dare ad ogni film una lettura, appunto, filmica, e quella di funny games non può essere che una lettura identica al precedente del 97. le decostruzioni di parabole economiche e di luoghi fisici non rientrano più di tanto nella lettura filmica. e, devo essere sincero, non credo di aver compreso a pieno a quali effetti tu ti riferisca. però, al di là di tutto, funny games appartiene ancora ad una nicchia, è un piccolo film che comunque in america ha avuto davvero pochi spettatori. niente di tutto ciò è negativo, anzi, sono convinto che un piccolo film abbia molte più possibilità d’avere a che fare con il cinema (inteso come spettacolo, come visione, come teoria, come cosa bella), così come ne ha pochissime di poter destabilizzare qualcosa nel suo meccanismo globale.

    condivido a pieno l’ultima frase.

  6. Questo film mi ha deluso. Lo trovo una caricatura esagerata di sè stessa, con tempi lunghissimi e una tecnica che utilizza in maniera spropositata ed anarchica l’uso del fuoricampo e dei piani medio/bassi.

  7. una caricatura di se stesso non direi, visto che i tempi e le inquadrature sono gli stessi del ’97. ma funny games in sé, neanche a me ha mai fatto gridare al miracolo.

  8. Complimenti per il blog e per la recensione estremamente competente. Il fatto che il regista giochi sporco rivoluzionando le regole per me è sempre stato un punto a favore del film, anche se, come hai detto, l’autocompiacimento è forse un po’ troppo.

  9. Pingback: The Killing of a Sacred Deer (2017) Yorgos Lanthimos elegante, ma meno centrato del solito | SlowFilm

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