Schultze Vuole Suonare il Blues (Michael Schorr 2003)

A poco meno di un anno dalla sua nascita, questo sito è in un periodo di flessione. Un po’ per il mio nuovo lavoro annichilente, un po’ per la congiuntura, che vede buona parte dei link a destra chiusi o fermi. Nonostante questo, scrivere qui, anche se meno spesso e più di fretta, è una cosa che vorrei continuare a fare, e intanto rifletto se lamentarmi del mondo su Titolo Provvisorio.

Uno degli ultimi film visti è stato Schultze vuole suonare il Blues, e per averne una copia il mulo ha sgobbato tipo sette giorni e sette notti. Schultze vive in un qualche paesino tedesco e lo hanno appena mandato in pensione dopo una vita passata a fare il vero lavoro di merda per antonomasia: il minatore. Ma lui, Schultze, non si lamenta; corpulento, silenzioso, passa le giornate a suonare polke con la fisarmonica e sperimentare bizzarre ricette che non prevedano crauti. Un giorno, mentre evita alla radio le statistiche sui casi di tumore ai polmoni nella popolazione dei minatori, ascolta un brano zydeco,  originario dei creoli della Louisiana. Diventa la sua (composta) ossessione e gli costerà il disprezzo dei compaesani, avvezzi solo alla purezza della polka. Schultze, senza clamore, andrà in America, in posti non meno desolati del suo paese natio, a osservare ogni cosa col suo sguardo fanciullesco.

Il lavoro di Schorr si inserisce nel solco dei Kaurismaki e dei Jarmusch (specialmente i primi), ma con evidente spontaneità. È un vero e proprio genere quello dei film che se la prendono comoda, che preferiscono la fotografia alla molteplicità dei punti di vista del montaggio, che incorniciano la scena con elementi architettonici, lasciano dividere il mondo in due dalla linea dell’orizzonte, portando lo sguardo a ghiacciarsi nei colori freddi. Ogni immagine ha un valore contenutistico evidente, e ogni scelta espressiva e tecnica si riappropria del suo specifico valore. Rigoroso, ma senza rinunciare all’ironia e alla leggerezza, il film si costruisce in immobili piani sequenza, restituendo in un paio di occasioni l’enfasi di un movimento di macchina, un breve giro attorno al protagonista, che per contrasto assume un meraviglioso pathos essenziale. Allo stesso modo, e specialmente nella seconda parte, invenzioni poetiche sonore e visive riescono efficaci quanto immediate. Meglio non aggiungere altro (e c’è in realtà tanto, in questo film apparentemente fermo), per non anticipare troppo a chi volesse cimentarsi nell’impresa del reperimento. Vi dico: al grosso, piccolo Schultze, ci si affeziona.

(4/5)

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7 thoughts on “Schultze Vuole Suonare il Blues (Michael Schorr 2003)

  1. 1. recensione molto bella.
    2. è vero, ci si affeziona. nonostante io faccia fatica con la terza età, Schultze mi ha effettivamente conquistato.
    3. non t’azzardare a smettere.

  2. 4. la lampada di (/al) sale! messaggio per mauro: questo film ti piacerebbe per un sacco di buoni motivi.

  3. Lo ricordo come un film molto carino. Hai ragione, a Schulze ci si affeziona.

    Per affinità, come film sulla terza età, ti consiglio una pellicola belga: “Vidange perdue”. Non so però se si trovi con i sottotitoli…

    Ciao!
    Christian

  4. si fa voler bene, shultze. rispetto quando ne ho scritto è diventato molto più facile vederlo, in economico dvd.

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