Il Curioso Caso di Benjamin Button (Fincher 2008)

La proporzione è dieci minuti di film per ogni pagina di racconto. Relazione oziosa, perché il film di Fincher con lo scritto di Fitzgerald ha in comune solo il soggetto. Il Button letterario nasce vecchio, ma anche grosso, con la barba, parla correttamente l’inglese e fuma sigari. Grottesco ed ironico, specialmente nella prima parte, il racconto appunta brevemente le fasi della (de)crescita del protagonista, con lo spirito analitico e distaccato che già ci si aspetta leggendo il titolo. Il Button cinematografico è un ipertrofico melò dalle ossa fragili, caratterizzato da un leggendario lavoro in post produzione i cui sforzi sono forse superiori alla necessità. Miliardi di pixel di Pitt e Blanchett ringiovaniti e invecchiati uno ad uno. E magari ci saremmo accontentati di molto meno, con trucco e qualche attore vero in più, conservando, così, le energie per la scrittura.

Da più parti il film è stato paragonato a Forrest Gump, e l’accostamento ci sta. In entrambi i casi i protagonisti attraversano decenni americani, forti del loro candore. La crescita anomala di Button non lo spinge ad avere dei comportamenti o pensieri peculiari, ma solo a comportarsi meglio possibile, in modo da dare alla società la possibilità di accogliere il suo handicap con il minimo sforzo possibile. Button e Gump, anzi, sono dei cittadini modello: vanno in guerra, grandi lavoratori, non pretendono mai nulla, sono istintivamente conformisti. [qui un po’ di spoiler] Al contrario, le loro donne dalla testa pazzerella, hanno bisogno di una raddrizzata. La punizione per la compagna di Gump, hippy festaiola, è radicale. Kate Blanchett, ballerina in perpetua piroetta affascinata dagli agi della vita d’artista e probabilmente lussuriosa, se la cava facendosi spezzare le gambe. Da lì, metterà la testa a posto, si fa una famiglia, bene così. [fine del po’ di spoiler]

Benjamin Button, a conti fatti, è un film con tanta fatica sulle spalle, non sgradevole, un po’ lento, piuttosto privo di ironia, patinato di seppia. Inondato da parole: dialoghi, voce narrante, voce del pensiero; provengono da più piani temporali e si accavallano fra loro, ma l’ottanta per cento di quel che dicono non è di nessun interesse. Ad un certo punto arrivano spinte al godersi la vita, all’essere pronti a ripartire sempre da zero, ma senza che questa istanza sia supportata da qualcosa che vediamo o da qualche reale necessità del protagonista. Lui per cinque minuti finisce in India, ma non sa bene il perché.

Una frase per concludere? Vecchietto è chi il vecchietto fa.

(2,5/5)

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11 thoughts on “Il Curioso Caso di Benjamin Button (Fincher 2008)

  1. uhm. ritmicamente suggerisco
    vecchietto è chi il vecchietto fa.

    questa recensione la mettiamo tra le migliori, va’.

    (raddrizzata???)

  2. Ci sono molti elementi comuni tra Benjamin e Forrest, è vero, ma li si potrebbe trovare anche in molti altri titoli. La questione secondo me è se i film funzionano o meno (per dire la figura del virgilio-uomo-di-mare che educa e svezza il protagonista è più che ltro un vero topos narrativo).
    Non è una versone fedele di Fitzgerald, ma riprnde da Fitzgerald il concetto del tempo perduto, dell’afferrare dei momenti anche solo per rispolverarli sotto l’egida della nostalgia.
    Più che melenso io lo trovo un film che rilegge un genere classico americano, così come aveva fatto Zodiac, attuando i suoi aggiornamenti, la sua parte critica all’interno stesso dei suoi stilemi, senza apparentemente stravolgerne la struttura.

  3. non ho detto melenso, ma melò, che sta per melodrammatico. per la verità, caro noodles, il fatto che elementi di propaganda siano sottesi a molti filmoni americani, e non solo a gump e button, non mi rincuora più di tanto. non credo l’abitudine renda il tratto trascurabile, ed è uno dei motivi che mi spinge ad apprezzare titoli dall’impostazione differente. per il resto,rimango dell’idea che il film risulti inefficace nel dare pathos a concetti come “tempo perduto” e “nostalgia”, così come è (a dir poco) superficiale nel caratterizzare l’eccezionalità del protagonista.

  4. Ecco, io il film l’ho visto ieri sera e ci stavo appunto riflettendo su… in primo luogo concordo sull’eccesso di una postproduzione che nulla può alla scarsa dimestichezza di Pitt con i ruoli drammatici, cosa che aggiunge piattezza al personaggio. Trovo poi che, nel complesso, la cifra estetica sia pacchiana, con troppi inserti a seppia, velocizzati, pastellati, annacquati (insomma le cose che faceva jeunet già vent’anni fa e pure ci sono venute a noia). Non posso negare che i temi siano coinvolgenti, che abbia avuto i miei momenti di emozione, ma ne sono uscita con la sensazione di un contenuto che non stava in quella forma e, uscendo dalla sala, il solo fare una distinzione tra i due vuol dire che il film non funziona… na’

  5. ma infatti, già sforzarsi tanto per avere ovunque l’espressione di brad pitt, diciamocelo, è un lavoro improbo.
    e poi a me dà fastidio vedere una tizia che balla in controluce e non sapere se è kate blanchett, kate blanchett dimagrita al computer, la faccia di kate blanchett sul corpo di una contorsionista cinese, una contorsionista cinese dimagrita al computer, o la rielaborazione di una muta di cani tenuta assieme con lo spago. il tutto davanti uno sfondo blu, o verde, o il sole di mezzogiorno trasformato in crepuscolo.

  6. no, non era di certo una muta di cani.
    quella la facciamo agitando la pelle di un procione scuoiato.

  7. ti trovo davvero in grande forma. altra cosa che mi ero dimenticata: il fatto che finisce in India.
    veltroni è chi il veltroni fa.

  8. Secondo me un film molto sopravvalutato: Fincher ,regista che amo, ha fatto un mezzo passo falso, forse pensando troppo a voler fare un film che piacesse al pubblico. Concordo con la tua votazione; davvero niente di che.

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