Alice nelle Città (Wim Wenders 1973)

Nel 1995 Rudiger Vogler rincorreva i suoni di Lisbona e più di vent’anni prima, nel 1973, cercava le immagini che potessero descrivere New York. Se in Lisbon Story (e altre opere simili) l’ambiente è fin troppo protagonista, solare e ammiccante, nei film passati il regista era più attento all’interazione, non sempre pacifica, fra contesto e personaggi, lasciando che ognuno suggerisse qualcosa dell’altro.

Il giornalista tedesco Felix Winter dovrebbe scrivere del paesaggio nordamericano, e riesce solo a scattare delle polaroid, poco utili al suo lavoro. Licenziato dal suo capo, vorrebbe tornare in Germania, ma all’aeroporto incontra Lisa e sua figlia Alice. Ancora a New York, Lisa abbandona la bambina con Winter, e i due, in cerca dei familiari di Alice, cominciano un viaggio attraverso l'Olanda e la Germania.

Uno dei film più belli di Wenders, primo episodio della trilogia della strada (tema comunque ricorrente nella sua filmografia, quello del viaggio), che  proseguirà con Falso Movimento e Nel Corso del Tempo. Il viaggio, il movimento, è necessario per cogliere le immagini, esercitare lo sguardo. E Alice nelle Città, raccontando di immagini, è anche estremamente critico rispetto al valore che le stesse possono acquisire. Winter rifiuta l’immagine televisiva, imprescindibilmente pubblicitaria, vacua ed ossessiva, ma crede erroneamente di poter rappresentare i luoghi attraverso i suoi scatti. Il giornalista ha perso la sua identità, intesa come capacità di rapportarsi col mondo e quindi di interpretarlo, e la ritrova con la guida di Alice: la bambina sa che ogni immagine racconta prima di tutto il suo fotografo, e che ogni dettaglio racchiude solo una delle possibili visioni delle cose. Quando scatta una foto a Winter, lo fa per mostrargli come sembra, non come è, e sul volto definito dalle ombre del bianco e nero della polaroid si riflette il viso di Alice. L’immagine riacquista valore quando perde la pretesa d’oggettività e completezza.

Il road movie di Wenders mette in gioco non un’evoluzione per i suoi personaggi, ma una riscoperta della propria identità. Il protagonista riesce a raccontare nuovamente la realtà quando ricomincia a filtrarla coscientemente attraverso la propria esperienza, riappropriandosi del suo sguardo e della sua soggettività. È un viaggio lontano dalle abitudini, dalle certezze, dai volti familiari, che permette a Felix e Alice di instaurare un’amicizia istintiva e paritaria. 

Vogler è perfetto per il cinema essenziale di Wenders (che influenzerà radicalmente, fra gli altri, Jim Jarmusch. Un percorso che sembra chiudersi, anni dopo, con Non Bussare alla mia Porta, dove Wenders, nel recuperare i suoi tempi e temi originari, sembra richiamarli così come rielaborati dal suo “allievo”), fatto di geometrie urbane, rumori ambientali, architetture vuote, conoscenze silenziose. Il regista costruisce una narrazione scarna e lineare dove le reazioni e le parole eccessive sono sempre escluse, e Vogler è un osservatore misurato, ma non assente. Grande cinema, allo stesso tempo teorico e concreto, rigoroso senza essere autoreferenziale.

(4,5/5)

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4 thoughts on “Alice nelle Città (Wim Wenders 1973)

  1. vero. speriamo venga la voglia di fare per alice una buona edizione in dvd come per nel corso del tempo. al momento si trova solo il riversaggio di una vhs vecchissssima.

  2. WENDERS ……UN TEMPO E' STATO "WENDERS"….poi……ha deposto le armi e forse, avrebbe fatto beneanche a deporre la cinepresa…….Ma va così……quando non ha nulla di essenziale da diredovresti tacere (in questo caso non filmare….)ma……….forse è difficile, per molti, fermarsi….Lo hai visto "Nick's Movie"……..????……mi piacerebbe sapere cosa ne pensi di "certi estremi puntidi convergenza" tra "realtà e cinema"…..FRANCO

  3. non bussare alla mia porta, che è uno degli ultimi wenders, credo non sia affatto male. poi ha fatto effettivamente un po' di cose quantomeno discutibili, ma credo che wim qualche cartuccia possa ancora spararla.non ho visto lampi sull'acqua perché ne circola una versione pessima, ma non è escluso che possa decidermi, un giorno, a comprare il dvd.il discorso del rapporto fra cinema e realtà credo sia smisurato e sia da rapportare di volta in volta al caso specifico, alle intenzioni, alle capacità dell'autore. ad ogni modo la "moralità" di un film difficilmente dipende dalla realtà dei suoi contenuti, perché questa non è mai tale e perché molto più spesso è dalla fiction che provengono pessime influenze, queste davvero immorali, verso la realtà.

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