Flash of Genius (Marc Abraham 2008)

Flash of Genius racconta una di quelle storie che cominciano con Green Onions ed evolvono in musiche asetticamente tristi, da disfacimento interiore. Robert Kearns, ingegnere, durante degli anni ’50 piuttosto anonimi se non per la massiccia sacralità dei giganti del capitalismo, inventa il tergicristallo a intermittenza. Non già la parte del tergicristallo, ma quella dell’intermittenza; Robert Kearns, di fatto, è l’inventore dell’intervallo fra una spazzolata e l’altra e dell’aggeggio che lo rende possibile, vuole essere ricordato in quanto tale e produrlo per conto proprio.  La Ford trova più vantaggioso rubargli l’idea, e da qui parte una lotta orgoglio-moral-giudiziaria lunga una decina d’anni.

Kearns cerca l’immortalità nella memoria (oltre a un pacco di soldi), come Rubik Cubo di, primo inventore che mi viene in mente come indissolubilmente associato alla sua (poco rivoluzionaria) creatura. Qualche giorno fa ho visto in mano a un ragazzino un cubo che, invece dei soliti tre quadrati per lato, ne aveva sette, piccoli, per un totale di 294 tessere colorate anziché le classiche 54. È stato rassicurante notare come ogni lato fosse assolutamente scomposto, variopinto come un costume d’Arlecchino, confermandomi che l’essere umano continua a darsi delle mete irraggiungibili. Sostanzialmente tale è la guerra di Kearns, che abbandona la sua vita e la sua famiglia per scontrarsi con un colosso che segue regole differenti da quelle biologiche.

Un po’ lento nella prima parte, Flash of Genius conferma nella seconda il fascino dei film giudiziari, e lascia alcuni punti da segnalare. Il primo è che il tizio morto di Ghost Town ha un nome ed è Greg Kinnear,  uomo che fa piuttosto bene il suo lavoro, concedendo interesse a un personaggio privo di caratteristiche particolari. Gli altri punti, che danno un’anima al film dopo che l’attore s’è preoccupata di darla al personaggio, sono le differenze col thriller legale base. Kearns combatte contro qualcosa che stima profondamente, e la lotta stessa è portata avanti nella speranza di poter entrare a far parte di quel sistema che gli toglie il tempo e la vita. E l’insistere sul tempo che passa, sul decadimento mortale del corpo del protagonista, è per molti versi il vero soggetto del film, ben reso in molte sequenze e accompagnato dalla rigidità irrazionale ma istintiva della mente. Ultima cosa da notare è come abbia evitato di scrivere “sogno americano” e sia venuto meno ai miei propositi proprio nell’ultima frase.

(3,5/5)

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