Tra le Nuvole (Jason Reitman 2009)

Up in the AirDei film di Jason Reitman s’è sempre parlato soprattutto per motivi non precisamente cinematografici, vicini come sono al blando saggio sociologico o di costume. Per questo motivo attirano molte persone che il cinema solitamente lo considerano poco, mentre trovano nei film di Reitman un supporto agli argomenti standard di conversazione. Thank you for Smoking, Juno, hanno creato dei circoli inclusivi. Poi, i film di Reitman si fanno largo con dei trailer, e quindi degli incipit, che ammiccano con fare jazzy o indie rock, così come sarebbe etichettato, indie rock, The Passenger di Iggy Pop (nel trailer, appunto) se oggi fosse rifatta da Pierre Menard. Anche questa è una patina che solitamente sparisce dopo i primi minuti di visione o, come nel caso di Juno, viene riproposta in maniera così spudorata da perdere ogni sincerità. Questi, l’inganno della prima impressione e la tensione all’inclusione, sono i motivi che mi portano a vedere il nuovo film di Reitman, nonostante nessuno mi sia piaciuto. Thank you for Smoking, per la verità, sorvolando sulla sproporzione fra clamore e valore effettivo della pellicola, appare rispetto ai successivi un lavoro decisamente più riuscito.

Poiché i temi di Reitman  riguardano argomenti che nascono negli Stati Uniti per diffondersi poi all’Occidente, pur mantenendo dei toni tipicamente americani, Up in the Air tratta dell’ondata di licenziamenti che ha seguito e segue la crisi economica. Negli USA le grandi aziende non licenziano semplicemente le persone, ma assumono appositamente dei tagliatori di teste, fieri rappresentanti di quelle che potremmo chiamare risorse disumane. George Clooney è uno di questi, certamente il più affascinante, un deresponsabilizzatore al servizio di sempre più eterei manager, sadicamente ghignanti nello sfoltimento del proprio organico. Manager che sono il riflesso di aziende indefinite e che qui vediamo per una manciata di fotogrammi, quelli necessari per farsi dare dei “pezzi di merda” dalla voce over di Clooney, che in questo modo già segna un distacco dalla più sincera amoralità del venditore di fumo Nick Naylor.

Ryan Bingham trascorre gran parte della sua vita in aereo, vola ovunque ci sia bisogno di offrire a neodisoccupati discorsi sulle nuove opportunità e brochure sugli aspetti imprevedibilmente positivi del ritrovarsi a spasso. Gli altri due personaggi sono femminili: la donna altrettanto solitaria e volatile e la giovane collega al primo approccio col mondo. Gli attori sono la cosa migliore di Tra le Nuvole: Clooney in una parte ampiamente alla sua portata, Vera Farmiga che gli sceneggiatori vogliono immediatamente impegnata a rassicurarci sulla duratura avvenenza del proprio culo, Anna Kendrick brava nell’impersonare una ragazza involontariamente schizofrenica, che nel giro di un paio di stacchi di montaggio si trasforma da cinica donna in carriera a smarrita adolescente in cerca di figure genitoriali.

Non è quindi colpa loro, se il film di Reitman risulta una commedia permeata di un’angoscia fine a se stessa, che ci porta nelle sale asettiche del licenziamento solo per offrire delle parentesi colorite nei dubbi esistenziali di Ryan. La storia accenna alla realtà, ma poi si interessa solo alla vita finta dei suoi protagonisti, abbozza una visione nichilista ma non forza mai i toni, e si rifugia in una soluzione semplicistica e irreale in cui le nuove promesse danno forma al proprio riscatto adeguandosi ai vecchi sistemi.

(2,5/5)
 

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22 thoughts on “Tra le Nuvole (Jason Reitman 2009)

  1. ahi ahi, ora mi preoccupo. a me Thank you for smoking era piaciuto veramente molto, era nella mia top ten di quell’anno, ma già Juno mi fece girare un po’ i maroni. troppo carino, troppo sono indie, troppo finto-indie e invece quasi reazionario. Ma lo attribuivo allo script di Diablo Cody, che per quanto mi riguarda sta infestando malamente la narrativ per immagini americana (e mi riferisco anche a United states of Tara). Se pure qui Reitman ha svaccato… urge proprio fare una riconsiderazione del suo cinema. Un promettente autore già bruciato?

  2. noodles, reitman jr. l’ho trovato da subito parecchio gonfiato. mi sembra uno che s’è trovato senza sforzi di fronte ad un pubblico enorme, e che solo di fronte a questa massa a cui si attribuiscono pensieri omogenei e ipersensibilità allo scandalo, attraverso un abile lavoro pubblicitario, i suoi film siano apparsi provocatori e bizzarri. up in the air forse non è riuscito a caricarsi abbastanza, e quindi sta avendo meno successo. mi pare un film tutt’altro che memorabile.

    pillole, allora buona visione.

  3. A me Thank you for smoking era piaciuto proprio parecchio. Idem per Juno, quindi suppongo che potrebbe piacermi molto anche questo che sicuramente andrò a vedere. Poi magari torno qui a darti ragione eh?

  4. bè, spero per te che possa venire qui a ribadire il tuo apprezzamento per reitman. anche se temo che il fatto che ti siano piaciuti i precedenti due film non ti metta al sicuro.
    ciao ale, alla prossima.

  5. Il piccolo Reitman proprio non ti va giù a quanto pare.
    Da parte mia ho visto solo Juno che francamente ritengo abbia suscitato reazioni esagerate, sia nel bene che nel male.
    L’unica cosa che si dovrebbe dire è che si tratta di un filmetto con qualche carineria sparsa qua e là.
    Non abbastanza nè per amarlo nè per odiarlo.
    E no, non andrò a vedere altri suoi film.

  6. ciao martin. ticordo la nostra discussione su juno. nonostante tutto, pare che quel film abbia fatto più effetto su di te che su di me, visto che hai abbandonato il giovane reitman.

  7. Infatti è strana questa cosa.
    La verità è che ho davvero troppe cose ancora da vedere e tutto ciò che non mi interessa abbastanza lo escludo a priori.
    Ed è difficile convincermi semplicemente con qualche ammiccamento o con le solite recensioni dei soliti noti che parlano di capolavoro un giorno sì e l’altro pure.

  8. GUarda a me è piaciuto un sacco. Non è un film critico (solo in minimissima parte). Secondo me trascende dal problema del lavoro e finisce in qualcosa di più grande. L’immagine finale (che non dico per non spoilerare) mi ha toccato profondamente. Lo so che era "già vista" ma è uguale. E quindi per me merita.

  9. e comunque credo concordiamo anche sul fatto che quello che gli sceneggiatori hanno una gran fretta di farci vedere NON è il vero culo della Farmiga.

  10. banana, secondo me trascende il problema del lavoro, ma continua a far finta di porselo, per andare a sguazzare in qualcosa di immensamente più piccolo. e, come per vicky cristina, non credo che un finale [spoiler] facilmente minimalista e in questo caso malinconico [fine spoler] possa dare un tono ad un intero film. aggiungo che le scene di loro che chattano e loro che prendono appuntamento coi portatili uno di fronte all’altro, non so precisamente perché (sospetto perché incredibilmente autoindulgenti, nel credersi argute ed essere invece banalissime) sono fra le più brutte viste ultimamente. 

    miss pascal, nella mia innocenza non avevo pensato a questa possibilità, ma adesso non posso non credere che sia la cosa più probabile.

  11. ecco, forse avrebbe dovuto essere più cinico il protagonista, risoluto nel fare capire, a se stetto e a noi, che quella vita a lui piace.
    Tu però mi pare che attribuisci a quella che vuole essere una commedia tradizionale, anche se con un certo ribaltamento di ruolo (qui è l’uomo vivaddio! per una volta ad essere ridotto a oggetto sessuale), il compito di fare del sociologismo del licenziamento.
    Io sono felice che non ci sia stata la tirata su quanto è cattivo il tagliatore di teste (che esiste anche in Italia, anche se meno diffuso).
    Io non sarei indignato con il personaggio di Clooney solo perchè gli piace il suo lavoro.
    Anzi apprezzerei il fatto che un film mi presenti un personaggio che ama essere diverso. E avrei apprezzato che lui si rendesse conto che quella è la vita per lui, non per una delusione sentimentale, quanto, ad esempio, dopo avere visto lo squallore del matrimonio della sorella (squallore che Reitman suggerisce anche dal punto di vista visivo).
    Le commedie, una volta non accennavano alla realtà, anzi ne proponevano la fuga, ed erano meravigliose (ho appena preso un cofanetto Carole Lombard con meravigliose commedie di Leisen e La Cava).

  12. ciao souffle, devo dire che sono parecchie le cose su cui mi trovi in disaccordo, per quel che riguarda la tua interpretazione del film e anche per quella che sembra essere la tua interpretazione della mia interpretazione del film. a scriverle, le cose si fanno lunghe ed incerte, ma cercherò d’essere breve.
    clooney, verso il cui personaggio non mi sembra d’aver mai espresso "indignazione", non ama il suo lavoro, non fa altro che piangersi addosso e giustificarsi senza che nessuno glielo chieda, ed è privato della redenzione che cerca (che deve cercare) solo perché non corrisposto dall’ammore. quel che indicavo io, paragonandolo al personaggio di smoking, non è certo una sorta di "amoralità" del suo lavoro (non è lui che decide i licenziamenti, li esegue solo), ma il voler di sfuggita condannare il "committente", il che rende clooney esattamente un personaggio banale di una commedia banale.
    il sociologismo del licenziamento, basta dare uno sguardo alle recensioni, specialmente estere, per comprendere come lo si sia ampiamente adoperato come cavallo di troia per la solita pubblicità "scandalistica" al film. non sono certo io ad inventarmelo, e non è negabile che reitman scelga sempre di inserire i suoi film in un contesto dove l’argomento di sociologia salottiera è sempre presente.
    l’uomo ridotto a oggetto sessuale, perdonami, ma mi sembra un’altra paraculata delle sue. non sarebbe pensabile in nessun film che un uomo si comportasse come la farmiga senza subire atroci castighi, mentre tu leggi il comportamento della donna come un atto di emancipazione. e questa credo sia l’ultima frontiera della discriminazione, quella che oggi vuole indicare emancipata la donna se si uniforma ai luoghi comuni delle beceraggini maschili (il meccanismo che ha fatto di sex and the city una tristissima macchina da soldi).
    infine, mi sfugge il senso dell’ultima frase sulle commedie e la realtà. dici che questa è una commedia "vecchio stampo" che promuove la fuga dalla realtà? ed è per questo che ci evita il pistolotto sul "cattivo tagliatore di teste"? a me invece sembra sguazzare nei luoghi comuni, che nascono dall’esasperazione di alcuni aspetti che nella realtà si reiterano. le chat, le carte di credito, l’illusione di poter migliorare la vita delle persone con qualche parola azzeccata, sono tutti riferimenti ad oggetti, sensazioni ed aspirazioni così diffuse da farci credere di avere un punto di vista, un metro di giudizio così interessante da essere condiviso da un emergente regista americano e trendy. e più ne scrivo più lo trovo insopportabile.

  13. Ma è bellissimo essere in disaccordo, tanto che lo siamo quasi sempre noi due, quindi sono felice.

    è vero il film non ha paura di usare i luoghi comuni, ci gioca anzi.
    Sul ribaltamento dei rapporti "uomo/donna" la cosa non è nuovissima è ha sempre dato un po’ fastidio al grande pubblico.
    Il diavolo è femmina non fu un successo memorabile all’epoca.

    A me non è dispiaciuta quella scena, perchè è appunto un gioco scoperto.
    Non capisco poi quante storie sul culo di una attrice (solo perchè non è più giovane?), quando poi si spendono righe inutili sulle tette di Megan Fox.
    Diamo alle 40enni quello che è delle 40enni. E se il culo non è suo, vogliamo parlare anche delle controfigure della Johansson? O delle millanta attrici che sonoi state doppiate proprio nelle parti intime, durante tutta la storia del cinema? E non è forse il cinema il regno del falso, dove nulla è da prendere come vero?
    E Hitch non aveva terrore dei soloni della verosimiglianza?

    Paraculata? Forse. Come 500 giorni insieme, aggiungerei, un film ben peggiore. O come il cinema di Mendes.

    Ma io credo che definire così tutte le situazioni in cui si ribaltano certi topoi definiti finisce per alcuni – non parlo del tuo caso – per essere un alibi per un conservatorismo delle storie.
    Si definisce Sex and the city tristissimo perchè non si ama che la donna possa parlare di sesso come fa di solito off the record (le ho sentite io le donne parlare di uomini…).
    Sono tristi le donne che parlano del pisello degli uomini? No, sono assai divertenti da ascoltare. Sempre che lo sappiano fare. Certo un uomo è difficoltà nello stare a sentirle. Ma per una volta, dopo che lui ha parlato di calcio e film horror per tutta la sera e lei pazientemente lo ha ascoltato fingendo un genuino interesse, ora lei si sfoga con le amiche.

    Per me si parte da un presupposto sbagliato: il discorso sui licenziamenti, cioè su un fatto di cronaca di attualità è solo uno spunto per una commedia.
    In questo senso mi sembrava di avere colto una tua "indignazione".
    Nel senso che ti è sembrato che non si potesse usare una cosa seria come la crisi del lavoro per farne una storia di un uomo alla ricerca del proprio stare nel mondo.

    DIciamocelo: che ce ne frega di quelle persone licenziate? Nemmeno a Reitman interessa. A lui interessano solo le dinamiche dei personaggi inserite nei topoi della commedia tradizionale, con tutti i suoi luoghi comuni e i suoi giochi delle parti. Nei quali lui sguazza.

    Solo che se uno (non dico TU, dico uno in generale) è sensibile sul tema, potrebbe offendersi per come è trattato questo tema assai penoso.

    è vero, siamo a rischio di paraculata, però mi pare che se usciamo da un nostro interesse per "quello che c’è dietro" e ci concentriamo solo sul film, si possono trovare spunti di interesse, in mezzo a cose meno interessanti.
    Ti invito a leggere cosa scrive Alessandro Baratti sugli Spietati.

    Quello che dici tu "condannare di sfuggita il committente" è appunto un dire: ragazzi non stiamo facendo sociologia alla Michael Moore, non me ne frega nulla di parlare della crisi del lavoro, è solo un elemento che utilizzo per la mia commedia, per parlare di una persona che ha scelto uno stile di vita diverso dalla normalità e che forse ci si trova bene.

    Il rischio è che tutti reagiamo come la piccola ingenua collaboratrice: ma come? Non ti vuoi sposare? Non vuoi avere figli? è strano!

    E per quale motivo non ci può essere una persone che odia i bambini e i passeggini di merda? :)

    Non c’è il ditino puntato "guarda quanto sono vigliacche le aziende", viene detto di sfuggita come sono evitati fortunatamente tutti i piagnistei alla Santoro (la gestione della questione licenziamenti nonchè il suicidio della donna licenziata).

    Siamo in presenza di una commedia.
    Poi, il film ha i suoi limiti, ma sono limiti semmai di regia, non di come tratta la storia, non li vedrei questi limiti in una sorta di film che si preoccupa poco di trattare seriamente un tema come il licenziamento.
    Chiuderei dicendo che sono d’accordo con te, il film abbozza una soluzione nichilista solo che io avrei voluto che ci andasse più pesante.

    Poi sai io vedo sempre le cose in modo distorto per cui spesso ho la vista più debole di tanti altri. :)
    saluti, buona giornata

  14. caro souffle, è vero, è bello essere in disaccordo. però, devo dirtelo, a volte sembra che invece di rispondere a me, tu stia rispondendo alle obiezioni standard del mondo. io non sono il mondo, e cerco di non essere troppo standard (non che quel che scrivo sia originale, ma quantomeno non è sempre riferibile al pensiero maggioritario). quindi sarebbe bello se fossimo almeno d’accordo a concedere più specificità a ciò che l’altro scrive.

    premesso questo

    il culo della farmiga: è oggetto di una mia battuta di mezzo rigo, che ha lo scopo più che di sottolineare come questa "commedia sofisticata" adoperi dei mezzi per connotare il personaggio non proprio "sofisticati". la tirata sulle quarantenni non ci sta perché quel culo, di chiunque esso sia, è da applauso. non ci sta certo un discorso alla winslet, che ha avuto al contrario il coraggio di mostrare il proprio corpo non proprio tirato a lucido.

    è con queste scelte che si può fuggire dai luoghi comuni, non adeguandosi alla corrente sex and the city. gli uomini che parlano di figa, di auto e di calcio, sono il massimo dell’ovvio e del triste, e come tali questi argomenti vengono ormai indicati da chi scrive soggetti e sceneggiature. le donne che parlano di vestiti, trucchi e piselli, invece, sarebbero "assai divertenti da ascoltare". io invece trovo queste cose, trattate con enfasi in film, telefilm e programmi tv, altrettanto ovvie e tristi, ed in questo modo evito di effettuare una discriminazione, che viene invece posta in essere, nei confronti delle donne, quando si dice che sono divertenti degli atteggiamenti che per l’uomo sono beceri.

    paraculata, proprio come 500 giorni. in parte come mendes, che comunque, anche quando vuole far colpo a tutti i costi, ha una quantità di stoffa che reitman e compagni si sognano. revolutionary road, invece, è proprio bello.

    sui licenziamenti, ripeto, il problema non è non trattarli, ma il fatto che molti ancora siano convinti che siano una parte importante del film, il fatto che il regista faccia molto per farlo credere, ed il fatto che siano il maggior motore pubblicitario di tutto il baraccone. di certo la maggior parte di quel che c’è attorno è commedia, ma commedia loffia che senza un contesto falsamente impegnato si filerebbero solo i superfan di clooney.

    ho capito che a te il film piace perché clooney non mette su famiglia, ma, perdonami, è questa una lettura puramente ideologica, che ti porta a giudicare un film rispetto a quella che è una singola scelta narrativa. a me non importa niente se nell’ultima manciata di minuti clooney si sposa o meno, figlia o meno: se si deve guardare alla commedia, e giudicare una commedia, questa va inevitabilmente vista scena per scena, minuto per minuto, non nelle sue scelte, appunto, sociali o ideologiche, ma nei suoi tempi, le sue, battute, i suoi personaggi, e da questo punto di vista c’è davvero pochissimo da ricordare.

  15. intervengo al volo, aggiungendo soltanto che la visione delle donne alla sex and the city mi è sempre parsa estremamente rassicurante: maschilista in senso profondo, come se il massimo dell’emancipazione femminile fosse parlare di sesso  e avere l’armadio esploso per i troppi vestiti.
    ciascuno/a di noi ha i propri momenti beceri/noiosi/ scontati/conformisti, è indubbio. pure io mi diverto a parlare di sesso e compro vesiti che non mi servono.
    ma, vivaddio, a volte faccio altro. 
    il problema delle quattro donne di sex and the city è l’essere costamentemente uguali a loro stesse (cosa, mi si dirà, ovvia in una serie, ma dissento sul modo e sulle inferenze che se ne traggono), attrici di un mondo che ruota attorno al maschio (e ai suoi genitali). piuttosto assurdamente, però, le si spaccia per modello evolutivo (in tutti i sensi), nonchè per rappresentazione delle donne vere.
    temo si debba distinguire tra rappresentazione e aspirazione mediaticamente indotta.
    se proprio vogliamo giocare con stereotipi di genere e coglierne la verità, ce n’è  molta di più in Elliot e Carla e nel loro "scarpe"  che in quelle firmate della giornalista sempre "sul pezzo".

  16. voglio sottolineare che nel riferirmi agli argomenti standard di conversazione (vestiti, calcio, peni, vagine, automobili, i meravigliosi coltelli miracle blade, per qualche depravato/a cinema), mi rifacevo all’uso degli stessi e alla lettura che se ne dà al cinema, nei telefilm, in tv. quelli citati fra parentesi rimarranno sempre argomenti di conversazione largamente diffusi e variamente affrontabili, ma il farlo fra gruppi d’amici e il vederlo fare in tv con scopi plasmanti e presupponendo false rivendicazioni di falsa emancipazione, è un po’ la differenza che c’è fra una chiacchierata in pizzeria e passare la serata a vedersi il grande fratello. 

  17. Io l'ho visto l'anno scorso, al cinema, tutta storta dietro un panzone e non mi è piaciuto. Mi sembrava lento e noioso.
    Poi l'ho rivisto domenica sera, a casa, sdraiata sul divano e devo dire che non mi è dispiaciuto. Anzi. Ci ho visto anche l'happy end :))

  18. non so, io l'ho visto direttamente dal divano. però è vero che il primo reitman, thank you for smoking, alla seconda visione mi sembrò meno peggio, forse perché mi indispettisce più sul piano del contenuto che su quello della forma.

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