The Road (John Hillcoat 2009)

The Road HillcoatPrima di tutto, The Road, opera seconda del regista dell'ottimo  The Proposition, inaugura una nuova meravigliosa era nei rapporti fra gli Italiani e i distributori di cinema, improntata ad una sana forma di paternalismo: The Road non si può vedere perché è troppo triste. Nonostante la presenza di Viggo Mortensen e Charlize Theron, gli omini del cinema preferiscono non rischiare che possa prenderci la malinconia, magari anche nel vedere Aragorn ridotto a uno straccione. Io l’ho visto lo stesso, in Australia due giorni fa; lì adesso c’è caldo.

E qui finisce la simpatia, perché, nonostante si possa comunque avere voglia di vederlo, The Road è pur sempre tratto dall’omonima opera di McCarthy, definita da Nick Hornby “il libro più deprimente che sia mai stato scritto”, e Nick Hornby di libri ne ha letti un bel po’.

L’umanità è necessariamente divisibile in due parti: quella formata da chi ha letto The Road, e quella di chi non lo ha fatto. Per i membri della seconda categoria, il film di Hillcoat è lì, pronto ad annientarvi. Per chi, invece, ha già letto il romanzo di McCarthy, l’impatto del film è decisamente minore. Se, da una parte, lo stile del regista e i colori e gli spazi scelti per la messa in scena sono perfettamente aderenti alla suggestioni che si trovano su carta, è anche vero che non c’è scena che si discosti dalla rappresentazione più diretta e immediata, più logica e intuitiva.

Nella definizione di un mondo post apocalittico, segnato da incendi e cataclismi, ricoperto di cenere e scheletri d’alberi, i pochi sopravvissuti si sono adattati ad una realtà dai colori esangui. Un uomo segue la strada col suo figlio piccolo e, mentre il più vecchio si stringe ai ricordi luminosi della sua passata vita “normale”, il bambino è un figlio del mondo nuovo, non ha niente a cui tornare, eppure accetta la propria esistenza e sopravvivenza; questo, forse, l’unico concetto che si distacca dall’orrore globale. Perché, per il resto, The Road rappresenta i sopravvissuti come padroni di una ferocia così radicale da lasciar intendere che ogni sentimento o emozione sia in realtà frutto di convenzioni sociali e di finzione. E l’unica scelta che ciascuno può porsi, rispetto all’opportunità d’essere vivo, è quella che contrappone l’istinto di sopravvivenza alla paura.

Nel seguire il viaggio senza meta del bambino e di suo padre, il film ripercorre fedelmente le tappe descritte da McCarthy (con l’eccezione dell’episodio più efferato), ma in qualche modo decide di edulcorare le vicende, risolvendo velocemente le situazioni in cui la tensione è maggiore (ma sfuggendo, così, anche ad una possibile deriva horror, che nel raccontare del cinema avrebbe potuto facilmente prendere la mano), e in generale rendendo meno dolenti alcuni confronti fra i personaggi. Rimane la desolazione di una storia che, scegliendo di non indicare una causa per quel che mostra, getta su ogni cosa il peso del castigo.

(3,5/5)

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20 thoughts on “The Road (John Hillcoat 2009)

  1. sono sostanzialmente d’accordo, con un’eccezione che credo però fondamentale: a me pare che la forza del racconto (forse, hai ragione, più di quello su carta che di questo su pellicola) stia nell’indicare, accanto alla ferocia radicale e alla perdita di ogni illusione che così bene descrivi, la possibilità che sempre viene offerta a chi rimane; la scelta (in parte necessariamente negletta) è quella dell’essere o meno "quelli buoni", il cui istinto di sopravvivenza, per quanto potente e amplificato da quella stessa paura che può annichilire, decide di arrestarsi, imponendosi dei limiti e rispettando quei tabù che trovano nuovo fondamento nell’individuo, cui spetta il fondamento di una nuova civiltà. ed è irrilevante, io credo, che tale civiltà possa essere destinata ad esaurirsi nell’arco di una generazione (quella stessa generazione che non conosce il mondo "reale").
    se anche così fosse, assistiamo ad un proclama esistenziale, che afferma l’essenza umana fondata sulla cultura (intesa come trasmissione del prendersi cura, di sé e dell’altro) piuttosto che sulla natura. in tal senso, è vero quel che dici: il sentimento è una convenzione sociale, ma è al tempo stesso una convenzione fondante e salvifica, senza il quale non si è umani.
    in tal senso, il libro è del tutto assimilabile all’opera di Levi, oltre che una delle esperienzi più strazianti che io abbia mai fatto.

  2. ok, però, a parte l’evidente perplessità del bambino, che deve spesso cercare rassicurazione nel fatto che continuino ad essere "quelli buoni", nonostante qualche scelta violenta da parte del padre non proprio obbligata, c’è soprattutto da considerare che gli unici a porsi ancora il problema d’essere o meno quelli buoni, e conservare o meno "il fuoco", sono quelli che hanno famiglia, uno o più bambini, verso i quali sentono evidentemente ancora l’obbligo sociale di "insegnare" qualcosa. il tabù, quindi, non ha mai fondamento nell’individuo che, dissolti i legami parentali ed affettivi, non vede mai nel prossimo qualcosa di cui preoccuparsi, né qualcosa di neanche lontanamente paragonabile a sé.

  3. non credo che avere bambini (nel senso procreativo e "naturale" del termine) sia sufficiente, e ce lo mostrano due momenti fondamentali (per chi legge: ATTENZIONE, MEGASPOILER): la scena più efferata del libro (nel film rivisitata, ma evocata più volte come possibilità messa in atto dall’adulto) coinvolge bambini fatti nascere strumentalmente; il finale prevede un’adozione.
    proprio in questo senso parlavo di proclama esistenziale in favore della cultura, che vince sul naturale istinto di conservazione (di sé e dei propri geni).
    da qui, quel che sottolineiamo entrambi (e che, su questo hai ragione, sposta il mio errato concetto di tabù individualmente inteso): è nei bambini che sta il fondamento del nuovo (compresa l’esigenza di rassicurazione sull’essere "quelli buoni" e sul continuare ad esserlo), e non potrebbe essere altrimenti. il tabù ha dunque fondamento nell’individuo con prole, purchè interessato alla sopravvivenza della stessa (cosa solitamente data per scontata proprio in quanto naturale, geneticamente indotta). ossia, ha fondamento nella più piccola unità sociale dotata di cultura (di nuovo, intesa come trasmissione).
    suona molto più coerente, adesso.

    (e se non ti sembra coerente, statti accuorto o scrivo un commento con "balcanizzazione", "specchio deformato", "letto di procuste")

  4. "il tabù ha fondamento nella più piccola unità sociale dotata di cultura", è esattamente quel che ho detto io: non è individuale. il resto con gli spoileroni, sono dettagli, che fra l’altro collimano con quel che ho scritto. nel film il concetto è ancora più evidente, avendo omesso la scena che tu citi, ma in realtà anche nel libro non c’è discrepanza, dal momento che anche tu parli di bambini fatti nascere strumentalmente , e questo accade ad apocalisse compiuta, a convenzioni sociali dissolte, da parte di esseri umani già "mutati" (o spogliati o addirittura liberati, da un certo punto di vista). l’adozione, poi, è un altro esempio a favore, perché non è certo un caso che non avvenga da parte di un personaggio solitario, ma di un padre di famiglia con figli e cane, che ha tutto il peso di quell’educazione da impartire ancora da sopportare. è la più piccola unità sociale, ed in quanto tale fa prevalere le sovrastrutture sociali all’istinto individuale. poi, tutto si regge su quello che ho detto prima: inevitabilmente anche la sovrastruttura deve trovare un fondamento nell’indole umana, ma tutto si riconduce alla sopravvivenza di sé, quando i legami di sangue e quelli affettivi sono gli unici a sussistere, perché rientrano nell’interesse dell’individuo e lo definiscono. che è poi la condizione solita, solo che i supermarket sono ancora aperti.

  5. eh, ma guarda che infatti nel mio ultimo commento ho detto:
    "da qui, quel che sottolineiamo entrambi (e che, su questo hai ragione, sposta il mio errato concetto di tabù individualmente inteso)."

    il resto del mio intervento è teso semplicemente a definire in cosa, secondo McCarty in primo luogo, consista l’essenza dell’essere umano.
    e se l’essenza è sociale e culturale, significa che ci è data una scelta. o una possibilità. no determinismo evoluzionistico, no riduzionismo genetico.

  6. non capisco perché continui a seguire quest’idea della scelta, perché sia tanto importante. dal momento in cui tutti quelli che non rientrano in un nucleo sociale e affettivo consolidatosi prima della loro nuova condizione, "scelgono" l’omicidio e il cannibalismo, perdo i connotati di questa scelta. la società e la cultura sono un prodotto umano, non il contrario.

  7. no, aspetta.
    al momento dell’evento catastrofico, credo si possa assumere che tutti avessero un nucleo sociale ed affettivo; è cosa ne è stato dieci anni dopo, quel che è rilevante. per quel che ne sappiamo, alcuni si sono suicidati non sopportando il "peso dell’educazione", altri hanno ucciso i propri figli, alcuni se li sono mangiati (o hanno predato i figli degli altri). anche chi è rimasto solo, tra l’altro, sceglie di aderire a gruppi di predatori o di restare in disparte, magari limitandosi a rubare invece di macellar bambini.

    ma se anche fosse vero che "tutti quelli che non rientrano in un nucleo sociale e affettivo consolidatosi prima della loro nuova condizione, "scelgono" l’omicidio e il cannibalismo", a me interesserebbe maggiormanete il fatto che, tra quelli che in un nucleo del genere ci rientravano all’origine, non tutti hanno scelto la via dell’educare, del condividere e del proteggere.
    il protagonista antepone costantemente vita del figlio alla propria, e al contempo si preoccupa della sua integrità morale, ponendo  un limite all’accettabile. e infatti il figlio è "l’ultimo dio che cammina con l’uomo". non tutti quelli che erano genitori prima fanno la stessa cosa, o vedremmo molte più famiglie e molti più bambini, che sono invece cosa rara.

    hai sicuramente ragione nel dire che la società e la cultura sono un prodotto umano; ma è un prodotto qualificante, frutto (continua a sembrarmi questo, il punto fondamentale) di una scelta coscientemente messa in pratica, seppure (proprio per questo!) applicata a difesa della propria identità.

  8. Spett.le Redazione,

    5000 contatti in 10 giorni e recensioni ottimistiche sui maggiori siti di fantascienza italiani ed esteri (vedi home page
    http://www.fantascienza.com ) per il cortometraggio 3D "THE FURFANGS".
    http://www.unonotizie.it/8823-cinema-fantascienza-film-cortometraggio-3d-the-furfangs-la-fantascienza-di-andrea-ricca.php
    Il regista di cortometraggi Andrea Ricca ha pubblicato on-line il suo nuovo lavoro dal
    titolo: "THE FURFANGS".cortometraggio italiano di genere sci-fi, con effetti speciali in 3D,
    che racconta la storia di "piccole creature venute dallo spazio".
    Si tratta di un prodotto raro nel panorama del cinema breve italiano, per via del massiccio
    utilizzo della computer grafica, seppur nella cornice di limitate risorse economiche.
    Il corto verrà trasmesso su Coming Soon Televisione il 4 Febbraio alle 23.15 (ed in replica il 5 alle 12.30 e alle 20.30)
     
    "THE FURFANGS" può essere visionato a questo link:
     http://www.andrearicca.com
    Grazie e cordiali saluti.
    A. Ricca
     

  9. The Road non si può vedere perché è troppo triste

    Questa mi mancava. E dire che siamo il paese che ha prodotto film come "Ladri di biciclette" e "Umberto D."… Ma è anche vero che a suo tempo c’era chi voleva che non uscissero nemmeno quelli… (e oggi c’è chi non vuole fare uscire "Agora" di Amenabar, per esempio).

    Cercherò di recuperare questo film in altro modo…

    Ciao
    Christian

  10. ciao christian. c’è da dire che in questo caso non c’è proprio niente di "ideologico". nelle scelte di distribuzione dell’ultimo paio d’anni si legge la paura fottuta di proporre qualsiasi cosa non assicuri l’incasso al 100%.

  11. non ho ancora letto il libro, per cui nn leggo il tuo post per paura di spoiler!!! il film cmq mi attrae, anche perchè le storie di mccarthy secondo me al cinema rendono molto bene (non è un paese per vecchi ne è l’esempio)

  12.  spoileroni nel post non ce ne sono, nei commenti invece sì. ad ogni modo, ti consiglio di vedere prima il film e poi leggere il libro, in questo modo dovrebbero piacerti entrambi.

  13. Bellissimo il libro…Discreta la trasposizione in pellicola (fedele…senza effettacci…)….e…nonostante la "sfilza" di post con "Emmeblog" debborimarcare che, "il libero arbitrio" ovvero "la possibilità di scegliere"da parte dell'essere umano, anche in frangenti estremi,che venga dalla società, dalla educazione, dal "tenue" saperdominare a forza gli istinti, è senza dubbio un passaggiofondamentale del libro, se non la sua anima in assoluto!…….Secoli di storia ci hanno reso differenti dalle bestie………….migliori o peggiori, ma sicuramente con altre possibilità….FRANCO

  14. continuo a credere che parte del contenuto di the road sia proprio nell'individuazione di una serie di tabù che hanno fondamenta solo sociali, che si dissolvono dal momento in cui la società, con le strutture che ha costruito nel corso di secoli, crolla. la "possibilità di scelta" che venga dalla società, non credo sia paragonabile al libero arbitrio individuale, perché le strutture sociali hanno tempi molto più lunghi per svilupparsi, rispetto alla vita umana, e adoperano mezzi di coercizione esterna per far rispettare le proprie regole e, in definitiva, condizionare e regolamentare il libero arbitrio del singolo, che spesso viene percepito come tale dall'individuo, ma è un riflesso della regola comune. dev'essere molto difficile individuare i confini della scelta individuale, in una situazione in cui vigono le norme della comunità, ma the road continua a non sembrarmi molto fiducioso sul tipo di scelte che l'uomo tenderebbe a condurre, in mancanza di una sovrastruttura.

  15. Mi sembra di "percepire" che forse si stia parlando la stessalingua senza intendersi troppo….Anche io mi riferivo al libero arbitrio "DEL SINGOLO INDIVIDUO"….Ovvero di come sia possibile (ltre che auspicabile) che "QUALCUNO" possa fare scelte migliori in virtu' del fatto di esser UOMO RAGIONANTE E CON SENTIMENTI (individuali/sociali/indottrinati) E CULTURA SEDIMENTATA DA SECOLI DI STORIA….Che poi "la maggioranza faccia BRANCO" e che gli istinti, soprattuttospinti alle estreme situzioni e conseguenze, siano i piu' disparatie, solitamente, tendenti al negativo, questo anche mi pare un datodi fatto che il tempo si è preso la briga di accertare….Andare oltre questo "incipit" ci farebbe precipitare in una infinitadisputa filosofica, mentre io vorrei solamente solamente sperare,per me e per te ( e per tutti…) di poter scegliere di morire o lottareo quant'altro possibile, piuttosto che un giorno dover "uccidereuomini per cibarmi"……….e però osserviamo anche quanto sia potente nella sua semplicità e brevità il libro (PULITZER 2007) di McCarthy, in grado di scatenareun' "orda" (anagramma di "road"…) riflessioni e piccole discussioni…….sarà bravo?…….Beh……direi!!….FRANCO

  16. ti prego, dimmi l'episodio efferato presente nel libro ed omesso nel film, dimmi cosa ha osato descrivere mccarthy ed hillcoat tralasciare per pietà verso lo spettatore, perché io sono ancora qui, per l'appunto, sufficientemente annientata dal film (che trovo tra l'altro, oltre che annientante, anche schematico e ripetitivo).sarò completamente bruciata, ma io ho riscontrato più un discorso intimista sul significato dei rapporti familiari che non uno sociologico sui rapporti fra gruppi ed individuo in un contensto di convenzioni sociali venute meno. la desolazione mi è parsa più una metafora della crescita, la famiglia ambiguamente dipinta sia come salvezza sia come rovina (ok difendere il figlio e lasciargli in eredità la capacità di sperare e scegliere, ma il padre resta una figura profondamente negativa, e la positività del figlio più una caratteristica sua specifica che non il frutto dell'insegnamento paterno, il cui unico grande merito è quello di difendere il piccolo, ma anche dal bene).

  17. ciao miss. sicuramente una lettura che privilegi il rapporto familiare è plausibile, si tratta di decidere a cosa dare più importanza. credo sussistano entrambi i discorsi, e se il contesto ha anche funzione metaforica (e sicuramente ce l'ha, ma limitarlo a questo credo sia riduttivo), questo non esclude che possa anche essere "protagonista" del film, per come viene oggettivamente presentato e per le ripercussioni non mediate che ha sull'umanità e le convenzioni sociali.l'episodio efferato nel libro di mccarthy per come me lo ricordo (non vado a cercarlo e copiarlo, un po' per pigrizia un po' perché così è una rivelazione solo a metà):notte, i protagonisti vedono due uomini e una donna incinta incamminarsi su per una collina. dopo un po' seguono i loro passi, trovano tracce di sangue e quindi uno spiedo con resti di neonato. la scena nel film è stata sostituita con quella della madre e il figlio preadolescente circondati e aggrediti, che invece nel libro non c'è.

  18. Sono capitata sul tuo blog per caso, cercando qualche recensione di Casteway on the moon (che ho visto ieri sera, trovandolo originale e leggero e misuratamente intimo, senza eccedere in pathos emozionali che sarebbero sfracellati in un baratro di già vist). 
    Non ho saputo resistere ed ho spulciato parecchie tue pagine. E mi sembra tutto molto interessante. Nonostante mantenga una media di un paio di film al giorno, ho trovato davvero tante pellicole da scoprire e riscoprire, quindi probabilmente ti leggerò spesso.

    Questo commento però è solo per sottolineare la bellezza dei vostri commenti. Dopo due anni e mezzo di Facebook (mi sono cancellata da una settimana ed ancora mi devo riprendere dal profondo odio verso i commenti, i mi piace e le polemiche sterili) avevo dimenticato che si potesse tenere una discussione complessa e dettagliata, senza cadere nella patologia del So tutto io e Ho ragione anche se non ho tempo di spiegarlo. 

    Ho trovato The Road splendido, non ho ancora letto il romanzo ma credo che lo farò presto. Se non altro per cogliere le sfumature della vostra discussione che mi ha, davvero, cambiato la mattinata. 
    A rileggerci.

  19. ciao alice. grazie mille per il blog, contento che ti piaccia. capita ci sia qualche bella discussione, specialmente con gli aficionados, e quando vorrai partecipare sarai sempre la benvenuta.
    la strada è assolutamente consigliato e ora anche economico.

  20. Pingback: Lawless (John Hillcoat 2012) | SlowFilm

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