The Flaming Lips 2009: The Dark Side of the Moon, Embryonic

Da un po’ avevo in mente di scrivere un post dal titolo “ritorno al futuro” (che ci volete fare, la matta creatività è una fiera sempre in agguato), che parlasse delle rivisitazioni, entrambe del 2009, di due degli album più belli e importanti della musica rock, Velvet Underground & Nico (1967) e The Dark Side of the Moon (1973), reinterpretati per intero il primo da Beck, il secondo dai Flaming Lips. L’accostamento ha poi perso la sua ideale coerenza interna per disparità di risultati, dovuta non tanto all’impegno relativo di Beck, quanto allo stato di grazia dei Flaming Lips, per i quali The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon è il degno seguace dell'album di inediti Embryonic, che è ENORME.

L'onesto omaggio di Beck, che in buona parte suona come suonerebbe il primo album dei Velvet se fosse solo un bel disco dall’anima prevalentemente folk, invece dell'irrangiungibile capolavoro con in copertina una banana da sbucciare lentamente, lo ricordiamo col suo video di Sunday Morning.
 

Dark Side Flaming Lips
Tutto sommato meno compiuto e seminale di Velvet Underground & Nico, più legato ai suoi anni, The Dark Side of the Moon si presta maggiormente al gioco della rivisitazione. L’operazione dei Lips non cerca lo stravolgimento: la durata è la stessa dell’originale, dove c’è da cantare si canta, niente divagazioni psycho-jazzy oltre il consentito. Non si tratta neanche di un vero e proprio aggiornamento, è più come se i Lips avessero ripensato l’album del ’73; e allora dietro ogni aggiunta di elementi sonori, ogni cambiamento nella linea di basso, senti l’identità di Coyne e compagni, anche e soprattutto nei pezzi più simili agli originali.

L’introduzione di Time si avvale di una base tossita, cui segue un’esecuzione canora sussurrata ed emotiva, impostazione parzialmente inedita per il cantante dei Lips, che si ritrova in Embryonic. Nel testo di Time l’unica differenza con le liriche originali, “Hanging on in quiet desperation is the …” senza English way.

La versione di The Great Gig in the Sky distorta e urlata da Peaches è una cosa molto potente, da scoltare, come tutte le cose dei Flaming, e come spesso raccomandano, al volume più alto possibile.
 


Money e Any Colour you Like hanno un’anima funky e lo-fi; lo-funky, per gli amici fumatori di ganja.

Brain Damage ed Eclipse chiudono meravigliosamente, con suoni e sfumature sempre più personali e futuribili, quelli dell'altra faccia dei Flaming Lips, Embryonic.Embryonic-flaming-lips

Embryonic, che fin dal titolo richiama suggestioni e  lessico floydiani. Seguo e ammiro da tanto il gruppo di Wayne Coyne, ma questo è il loro lavoro più completo, coraggioso e assurdo, tanto più assurdo perché denudato dalla patina di esplicita eccentricità che in qualche modo protegge lavori come Yoshimi Battles the Pink Robots e Transmissions from the Satellite Heart, trovando loro una nicchia. Con questo non voglio negare che i Flaming Lips siano da anni fra i più coraggiosi e originali creatori di musica, è solo che con Embryonic sono andati oltre. Il disco, come altri loro lavori, si propone come concept album (per quanto il concetto sia dissolto fra suggestioni astrali e altre incomprensibilità), ma privo di difese, solido e aggressivo in una forma tutta personale. In America viene  venduto in una custodia di pelliccia che partorisce il disco, trovata mercantile che purtroppo non è arrivata fino a noi (dopo peel slowly, rub me; tutto torna).

Si comincia con la bellissima ed energica Convinced of the Hex, dalla base acida ed elettronica, cui seguono i rullanti e i bassi sincopati che troveremo in altre tracce, seguendo la linea di rimandi e ripetizioni che dà compattezza e identità al disco. Come facevano i Floyd, che vengono rievocati anche da commenti di voci disturbate, filtrate da una radio.

“I wish could go back, go back in time” è l’attacco di Evil, il primo pezzo lento, dove l’interpretazione flebile e sognante di Coyne conferma come la cosa sia da prendere più seriamente del solito. Va accostata a If e in parte a The Impulse, dove la distorsione totale del canto, ridotto a eco metallico, ricorda i brani più camuffati dei Radiohead di Amnesiac e Kid A. Per entrambi i gruppi (Flaming Lips e Radiohead), la manipolazione di una voce solista ormai estremamente riconoscibile, è una scelta da applaudire.

La prima metà del progetto si conclude con Powerless, in buona parte strumentale, dove rispuntano fuori i Velvet di Venus in Furs ed Heroin, una cadenza elettrica ma polverosa, un viaggio da scorrere e ripercorrere.

The Ego’s Last Stand, come ogni buona ripresa, a metà ha una grande accelerazione di basso e batteria. Assieme a Sagittarius Silver Announcement, dove fra l’altro troviamo Steve Drozd che canta come Ian Curtis,  sono i brani che esibiscono la linea di basso più direttamente floydiana, e sono cose che è bello ritrovare con la forza che doveva avere qualche decennio fa.

I Can Be a Frog, gioco di Coyne al telefono con Karen O, è il singolo, in effetti l'episodio più vicino alla forma canzone.

Quindi il disco scorre via fra un “intervallo” (Scorpio Sword), che ha comunque il suo ruolo, nella fisionomia del disco, e una sorta di versione scarnificata e rallentata di Careful with that Axe, Eugene, da ritrovare in Virgo Self-Esteem Broadcast. Fino alla conclusione pirotecnica e lisergica di Watching the Planets, che, sono sicuro, non potrà più mancare nei vostri rinomati disco-parties.


 
The Flaming Lips and Stardeath and White Dwarfs with Henry Rollins and Peaches Doing the Dark Side of the Moon: 4/5

Embryonic: 5/5
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