Toy Story 3 – La grande fuga (Lee Unkrich 2010)

toy-story-3I consueti dubbi sui numeri due, tre e via contando hanno un motivo d’essere in più, nel caso della Pixar. Anzi, più che di dubbio si può parlare di rammarico, perché il dilungarsi su personaggi conosciuti porta inevitabilmente alla mancanza del primo punto di forza della migliore casa di produzione d’animazione occidentale: la costruzione di nuovi mondi, di regole specifiche, di figure splendidamente immediate e complete. Uno dei motivi per cui furono dei giocattoli i protagonisti del primo lungometraggio interamente in cgi 3d (nel senso della progettazione tridimensionale delle figure), nel Toy Story di quindici anni fa, a quanto ricordi andava ricercato nella migliore resa visiva e dei movimenti che poteva dare lo stato della tecnologia, applicata a soggetti dal corpo e lo sguardo di plastica. La Pixar ha successivamente dimostrato di saper dar vita a personaggi e mondi ben più originali e complessi. 
 
Toy Story 3 parte con l’handicap e non lo recupera. L’ottima animazione e la perizia tecnica non rendono molto più interessante una storia classica nel senso più stanco del termine, strutturata in un incipit che trova l’ex bambino Andy alle soglie del college a dover decidere cosa fare dei vecchi compagni di giochi, che si evolve per una lunga parte centrale in un escape movie ambientato in un asilo. Questa seconda fase ha delle rare battute efficaci, più spesso si limita alle autocitazioni, ad accogliere qualche luogo comune della satira infantile che vede in Ken un bambolotto effeminato o cita l’inquietudine intrinseca dei Cicciobello dagli occhi vitrei e spesso indipendenti; qualcosa che siamo più abituati a trovare nei vari Shrek. Anche la presenza di un pupazzo Totoro non è più di un ammiccamento irrisolto. Uno spunto interessante viene da Mr. Potato che, trasferendo i suoi pezzi su una specie di piadina e trasformandosi in un soggetto che accosta Dalì a Picasso, ci porta al dilemma di dove debba essere ricercato il punto di rottura fra identità e corpo.
 
È solo nella parte finale che Toy Story 3 si mostra se non originale quantomeno coinvolgente, quando distoglie l’attenzione dalle vicende degli oggetti per trovare la malinconia reale del bambino, ormai ragazzo, costretto a crescere. Davvero troppo poco per consentire il salto di qualità ad un film solo guardabile e che prelude ad altre opere numerali come Cars 2 e Monsters & Co. 2.

(3/5)

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6 thoughts on “Toy Story 3 – La grande fuga (Lee Unkrich 2010)

  1. Concordo totalmente. E mentre scrivevo la mia recensione e leggevo la tua avevo proprio in mente la tua ultima frase: se la Pixar si mette a rimestare nel secchiello e lo fa a questo modo sarà difficile ottenere i risultati cui ci ha abituati. L'hai scritto bene: il fascino della Pixar sta proprio nell'invenzione di nuovi mondi e personaggi. La reiterazione mi sembra, spero di sbagliarmi, una miccia di una crisi creativa in atto.

  2. cineserial, devo dire che mi sembra l'unica possibile e porto il fardello della consapevolezza.ti seguo nood. cars 2…quanta voglia di vederlo ci può essere?ale, è andata così. ma sono sicuro che sapremo ritrovarci :)ciao a tutti.

  3. Io invece mi pongo in una poszione intermedia tra gli scettici (tu) e gli entusiasti (tutti gli altri, a parte il paio che pare essere d'accordo con te:ammetto che il film sia strutturalmente "facile" e che viva un po' di rendita sygli episodi precedenti; ma lo trovo splendido anche solo come film d'azione, ricco com'è di scene mozzafiato e ottimi colpi di scena.A tutto questo aggiungiamo toccanti scene ricche di significati e di malinconico lirismo e otteniamo un gran bel film.Che è comunque cosa diversa dalla maggioranza che si ostina a parlare di capolavoro…

  4. non so martin, a me l'azione m'è sembrata appena sufficiente per qualità (tante tante invenzioni molto più "facili" di quanto si dica) e debordante per quantità. 

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