Sans Soleil (Chris Marker 1983)

sans-soleil-chris-markerChris Marker parla attraverso le lettere di Sandor Krasna, cameraman ungherese che vive per la durata del film; le sue parole sono lette da Florence Delay, a volte descrivono le immagini, più spesso ne indirizzano il senso, portando in uno stesso luogo il Giappone e la Guinea Bissau, l’Islanda, Capo Verde e San Francisco.

Il film documentario di Marker è estremamente complesso nella molteplicità degli argomenti affrontati e nei continui passaggi da un piano riflessivo e astratto al commento di immagini storiche, riportate al presente della testimonianza cinematografica. Ogni visione di Sans Soleil può concentrarsi su un aspetto o una lettura, può rivelare frasi e dettagli tralasciati in quella precedente, distratta da altre suggestioni; ma anche l’analisi più minuziosa non sarebbe in grado di restituire l’incredibile unità e fluidità dell’opera. L’autore lavora con filmati propri e di repertorio, tracce televisive e documenti storici, plasma materiali provenienti da mondi diversi, fatti di luci e colori contrastanti, li unifica con richiami interni e analogie di montaggio, con anticipazioni di pochi fotogrammi che preannunciano i mondi che verranno, col racconto di Krasna e il tappeto sonoro sintetico su cui si adagiano con la stessa naturalezza le feste nelle strade giapponesi e il lavoro di uomini e donne africani. I volti si congelano in fermo immagine che trattengono la vita che fino ad un attimo prima li muoveva, ritrovando quel fascino fotografico che vent’anni prima rendeva possibile il racconto di La Jetée.

Marker colleziona immagini, di luoghi, sguardi e volti, e si interroga sul valore e la consistenza delle stesse. In Giappone si scopre osservato dagli sguardi televisivi, dai manifesti pubblicitari, le icone oltre ad essere guardate guardano, insinuandosi nell’inconscio delle persone, negli individui che sono in ogni momento spettatori di loro stessi e di quello che saranno o vorranno essere. La televisione, i fumetti, le storie, inondano Marker/Krasna nella sua stanza d’albergo e si insinuano nei sogni dei passeggeri che si assopiscono nella metropolitana.

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In Guinea Bissau si ritrova uno sguardo attivo e seducente, quello delle donne africane. La macchina da presa lo ricerca, questo prima si cela quindi si svela, diretto, e per una frazione di secondo la pellicola ne cattura la presenza.

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“Lei sa che la guardo”


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“Mi offre il suo sguardo, ma come se non fosse rivolto a me”
 

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“E per finire lo sguardo diretto, che dura 1/25 di secondo, il tempo di un’immagine”


L’immagine del documentario, l’icona storica, assume una forza simbolica che impone il proprio senso. L’autore vuole spogliare l’immagine dalla sua violenta raffigurazione delle cose, dalle possibilità manipolatorie espresse dalla presunzione che vuole l'immagine coincidente con la realtà, vuole che torni ad essere solo immagine. Per farlo la modifica digitalmente e la rende irriconoscibile, confondendo le guerre e le vite sacrificate, soffocando l’artificio in una sorta di pudore, utilizzando uno sguardo ancora più artificiale, che dichiara in questo modo di essere tale.

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Durante il sovrapporsi di storie e narratori Marker vuole anche recuperare la sua voce e costruire un’altra storia, un film differente che rimarrà immaginato ma  sembra un montaggio verbale di altre opere dell'autore. Fra queste naturalmente lo stesso Sans Soleil, trattato come un taccuino disordinato in cui raccogliere tempi e luoghi:

A San Francisco ho fatto il pellegrinaggio a un film: l'ho visto 19 volte. In Islanda ho messo la prima pietra di un film immaginario. Quell'estate avevo incontrato tre bambini per strada e un vulcano era emerso dal mare. Un'altra matassa da sbrogliare. Gli astronauti americani si allenavano in questa terra simile alla Luna. Mi è parso uno scenario di fantascienza, un altro pianeta. Anzi no: il nostro, per qualcuno che viene da fuori, da molto lontano. Lo immagino sul suolo vulcanico che si attacca alle suole, con addosso uno scafandro.
A un tratto inciampa e il passo successivo è un anno dopo: cammina su un sentiero presso la frontiera olandese lungo una riserva di uccelli marini. Questo per cominciare. Perché questo taglio nel tempo, questa connessione di memorie? Lui non può capirlo. Non viene da un altro pianeta, ma dal nostro futuro. 4001: epoca in cui il cervello umano è giunto al suo pieno utilizzo; tutto funziona alla perfezione, tutto ciò a cui permettiamo di dormire, compresa la memoria. Conseguenza logica: una memoria totale è una memoria anestetizzata. Dopo tante storie di uomini che hanno perso la memoria, ecco quella di un uomo che ha perso l'oblio e che, per una stranezza della sua natura, anziché esserne orgoglioso e disprezzare l'umanità fatta di passato e delle sue ombre prova per lei curiosità e poi compassione.
Nel mondo da cui viene evocare un ricordo, emozionarsi per un ritratto, tremare al suono di una musica possono essere solo i segni di una lunga e dolorosa preistoria. Lui vuole capire. Sente queste infermità del tempo come un'ingiustizia e a essa reagisce come il Che, come i giovani del '60: con l'indignazione. È un terzomondista del tempo. L'idea che l'infelicità sia esistita nel passato del suo pianeta gli è insopportabile come lo è per loro l'esistenza della povertà nel presente.
Naturalmente fallirà. L'infelicità che scopre gli è inaccessibile quanto la povertà di un Paese povero è inimmaginabile per i bimbi ricchi. Ha scelto di rinunciare ai suoi privilegi, ma non può nulla contro il privilegio di averlo scelto. L'unico suo sostegno è ciò che lo ha spinto in questa ricerca assurda: un ciclo di melodie di Mussorgskij. Nel XL secolo le si cantano ancora. Il senso si è perso, ma grazie a loro, per la prima volta, ha percepito la presenza della cosa incomprensibile che aveva a che fare con infelicità e memoria che cercava assolutamente di capire e verso cui, con un pesante scafandro, si è messo in cammino.
Naturalmente non farò mai quel film. Eppure colleziono gli scenari, invento gli intrecci, ci metto le mie creature preferite. Gli ho dato anche un titolo, quello di una melodia di Mussorgskij: ‘Sans Soleil’.

Regista che osserva la storia e dunque regista politico, che viaggia in luoghi diversi con diverse costruzioni della memoria, Marker non riesce a dimenticare il privilegio che gli dà il ruolo d’osservatore. Può aver scelto di rinunciarvi, ma nulla può contro il privilegio di averlo scelto. Torna quindi alle immagini manipolate, ai colori elettrici che sottolineano un distacco di cui non si può e non si può voler fare a meno, richiamando la tensione ad un cinema puro, prodotto dell'unico mezzo espressivo che possa dare la possibilità di costruire un viaggio composito e avvolgente e dotato di un'identità così forte.

Sans Soleil incontra anche il sacro, la sessualità e i tabù, la morte, i riti funebri e la memoria, quella ingombrante e indelebile e quella riversata nella Bibbia, i tempi sospesi che in un documentario, assieme ai gesti istintivi, possono diventare il soggetto di sequenze silenziose, la censura e la propaganda, lo sparo esploso da un televisore che dal Giappone uccide una giraffa in Africa,  i takenoko che sembrano non accorgersi della macchina da presa e continuano a danzare nel parco di Tokyo, Vertigo di Hitchcock, i templi dedicati ai gatti e molto altro.

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(5/5)
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3 thoughts on “Sans Soleil (Chris Marker 1983)

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