The Social Network (David Fincher 2010)

the social networkFincher si trova spesso a realizzare film dalla “morale” ambigua, nei migliori riesce a creare personaggi interessanti e anche credibili, per quanto fortemente funzionali, e inserirli in scene che seppure cariche, piuttosto rozze e appariscenti, hanno sullo spettatore un forte impatto sensoriale, dato da musica martellante e movimenti di macchina convulsi che spezzano il ritmo spesso didascalico e contenuto. Fight Club veicolava un messaggio anticonsumista attraverso le azioni dimostrative di un’organizzazione parafascista, e lasciava che a monologhi interiori sul senso della vita e della persona seguissero violenti scontri corpo a corpo. Il fascino di Fight Club, nonostante la sua fondamentale rozzezza, sta nella bellezza della spensierata autodistruzione (“anche la Monna Lisa sta cadendo a pezzi”), nella sincerità dei pugni in faccia che accolgono il montaggio da videoclip e, nella mia visione personale, in Going Out West urlato da un jukebox mentre si scende nell’inferno nascosto nello scantinato di un bar.

The Social Network è, invece, la trasposizione cinematografica della versione romanzata della nascita di Facebook. L’ambiguità sussiste anche nella rappresentazione della parabola di Zuckerberg, che al tempo stesso omaggia la bellezza dell’arricchimento più sfrenato e degli indubbi vantaggi che questo comporta, rispolvera il sogno americano nella sua accezione più pura e aggressiva, e simula una critica a tutto questo, verbalizzando più volte un poco credibile disinteresse per il denaro e puntando tutto su un tentativo di riscatto personale, sull’improbabile sincerità della tensione sentimentale e sul fardello di una “diversità” tutta da contestualizzare socialmente.Nell’epica e malinconica rivincita del nerd, costruita con regia solida e in gran parte monotona, raccontata da una sceneggiatura logorroica, non mancano gli inserti glamour-trash con ralenti, inquadrature dal basso verso l’alto e musica per long drink dai colori accesi. Il format qui si accompagna, con attrazione piuttosto ovvia, a dei classici occidentali della conquista del successo come le modelle di Victoria’s Secret e le scopate nei bagni della discoteca. Il modello dev’essere vincente sotto tutti gli aspetti, fino alla più assurda e irricevibile richiesta di sospensione dell’incredulità che mostra due ragazze seminude sballarsi alla follia giocando a un videogame. The Social Network in parte cede all’irrimediabile vacuità del soggetto, in parte prova a ravvivarlo trattandolo come se si parlasse d’altro.

E il gioco riesce grazie alla gratificante identificazione nel modello, poco importa se il 99,9% del pubblico dovrà accontentarsi di rispecchiare il protagonista nella supponenza e non nel genio: è l’autorappresentazione, bitch.

(3/5)

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14 thoughts on “The Social Network (David Fincher 2010)

  1. E' vero, per le scene che citi tu cade in stereotipi e ovvietà che stonano nel contesto del film che mi sembra voglia veleggiare su un altro livello.
    Indubbiamente la figura di Mark è resa molto bene, fin nei più odiosi atteggiamenti e rende bene l'idea di come dietro a quelle che possono sembrare idee geniali e remunerative, spesso s'è solo una mezza fesseria fatta da uno sfigato mezzo mbriaco e pure un po' stronzo.

    Missile

  2. Personalmente sarei meno cattivo con il film, anche se, devo dire, molte cose che dici non fanno una piega. Il sogno americano, gli attimi di bravura della regia e del montaggio (io ho trovato quasi brutta, vista l'inutiità di fondo, la sequenza della gara di canottaggio), le inquadrature furoi asse.
    Non ci ho visto invece una critica. Cioè non credo che simuli una critica ai social network (o AL social network), ma credo proprio che non ci sia.
    Dalla sua parte Fincher ha una regia solida si, monotona no, che affascina e riesce a trattenere lo spettatore e la sua attenzione, evitando l'annoiamento. Pur essendo molto prevenuto rispetto al film e all'operazione in sè, ho dovuto ricredermi. E' molto meglio di quello che pensavo.

    Un saluto.

  3. ciao missile. il personaggio di mark è ben fatto, ma rimane tutto sommato il protagonista di una vicenda piccola piccola, di cui non si vogliono cercare implicazioni e che si avvale solo di una costruzione che la renda una storia per il cinema. zuckerberg sarà stato anche ubriaco, però facebook non l'ha disegnato a matita, lo ha costruito con stringhe e numerini. ma non so perché, della storia e gli scontri giudiziari del bravo programmatore a me è fregato davvero poco.

    hola al. anche io credo non ci sia critica, né indagine, rispetto quel che sociologicamente è e comporta il social network. l'ambiguità, la simulazione di critica, riguarda l'impianto ideologico generale, cioè proprio quel valore intrinseco alla vittoria al successo e alla ricchezza che identifica il sogno americano. a me sembra che in fondo il film avalli il modello in pieno, ma fa molto più impegnato provare a dire che dei soldi non frega niente, che c'è solo riscatto e comunque tanta fragilità. 

  4. Domenica mi faccio un giro "a braccetto di Fincher"…..

    ……c'ho la sala pagata con biglietti che scadono a fine mese!!!!….
    ………….e questo è il meglio che danno nel grandioso tempio
    multisala!!!!…..

    Leggerti non mi incoraggia…..
    Ma io, fortuna mia, spesso leggo e dimentico…..
    ………e comunque, quando parte il "flusso di luce" da dietro che
    va a disegnare lo schermo, quello, LO SAI, è un altro mondo…..
    …………………e tutto quello che pensavi prima si dissolve per un paio
    d'ore……

    Ti farò sapere……………FRANCO

  5. Ce ne fossero di sceneggiature logorroiche così!! Io l'ho trovata straordinaria con dei dialoghi davvero bellissimi.

  6. ciao franco. forse è un po' meglio di come l'ho descritto. è che m'aspettavo tanto e invece è arrivato solo qualcosa. ad ogni modo, non m'è venuta voglia di rivederlo, mentre verrò a vedere a te com'è andata.

    ale, i dialoghi non sono scritti male, per quanto neanche ci siano cose davvero così memorabili. in generale credo che quando si riesce a contenere un po' il verbo sia meglio, e in particolare qualche frase didascalica, tipo il ripetere che i soldi non interessano o qualche battuta troppo forzata in sede pseudogiudiziaria non m'hanno fatto impazzire.

  7. in che senso regia monotona?
    per caso ieri eri al lumière a vederlo in originale?
    MissPascal

  8. no miss, non l'ho più rivisto. 
    in generale la regia m'è sembrata vincolata dai lunghi dialoghi, dove l'unico elemento di dinamismo è dato dalle faccette di eisenberg e soci e dalle frasi "argute", altro elemento a cui fincher sembra affezionato, o quantomeno ha l'avventura di incrociare spesso negli script che mette in scena. quest'impostazione un po' piatta credo l'abbiano avvertita anche gli autori, che hanno sentito l'esigenza di spezzare con delle scene più movimentate e un po' videoclippare a volte belle, non sempre armoniche e giustificate.

  9. Avevo dimenticato di rispondere su queste pagine.
    Quindi mi sembra giusto farlo, odio lasciare i discorsi a metà.
    C'è da dire sicuramente che il film è senza dubbi, un film americano.
    Ha i tratti somatici del "filmone americano". Fincher gli dà i suoi personali profili, ma è sempre un film americano che più di tanto non può (non vuole) contrastare ciò di cui parla. Per questo probabilmente, si arriva a parlare di temi comuni e che dovrebbero fungere da riscatto (o da alibi chissà) al "qualunquismo" di una pellicola così.
    Quindi è vero che "fa molto più impegnato" dire cose come "che dei soldi non frega niente". Su questo sono con te.

    Un saluto Iosif!

  10. Per me questo è – e non saprei DAVVERO come altro definirlo – un film bimbominkia. Dialoghi fintamente brillanti (semmai fastidiosi, irritanti al punto che mi ha fatto spegnere a meno di metà visione… cosa più unica che rara), una regia piatta ma funzionale, un tema di fondo inutile (un film su Fb? Che cos'è, se non un tentativo riuscitissimo di fare venire al cinema le masse con un espediente più che stupido, che tanto valeva fare uscire un film su Fb in 3d, per rendere ancora più chiara l'idea?) .
    mal sopporto il regista (e non ho ancora visto Benjamino Bottone, lo farò prima o poi, quando mi sentirò di affrontare un filmone polpettone da ben due ore e mezza in cui temo di non trovare grandi idee, se non visive) ed è stato uno dei rari casi in cui ho iniziato la visione molto prevenuta).

    La cosa impressionante non è che abbia vinto degli oscar o che dai media o dai critici abbia avuto tanta attenzione (è un film fatto apposta per avere attenzione). E' semmai che nessuno si accorda di quanto nulla ci sia dietro ad un film dimenticabile, ed invece sembra quasi che abbia "rivoluzionato" non ho ben capito nemmeno quale parte di cinema e perché. Insomma, tutti a sbrodolarsi addosso, persino persone con gusti molto simili ai miei (e quindi, ovvio, veri intenditori di cinema!) hanno perso minuti interi ad incensire questo filmaccio…

  11. sono sostanzialmente d'accordo, specialmente per quel che riguarda i dialoghi e la sceneggiatura che hanno dato forma a un film verboso e piuttosto statico, con picchi di estetismo videoclipparo che stanno un po' buttati lì.

  12. vabbe' è la sufficienza. l'ho visto senza problemi, è la dimensione del film evento che proprio gli sta larga.

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