Il Discorso del Re – The King’s Speech (Tom Hooper 2010)

il-discorso-del-reL’Oscar al miglior attore, per cui Colin Firth è quest’anno un candidato forte, va spesso d’accordo con personaggi diversi, dai Dustin Hoffmann e Tom Hanks di Rain Man e Forrest Gump al Geoffrey Rush di Shine, qui coprotagonista. Interpreti dissonanti rispetto a una realtà coesa, ricostruzioni storiche da osservare attraverso i loro occhi; per esaltare il contrasto il mondo è descritto in stile sapientemente classico, mettendo in piedi una costruzione di solidissima vulnerabilità. Di questo genere è anche la regia di Il Discorso de Re, estetizzante ma rocciosa, avvolgente nella costruzione degli spazi e dell’intreccio, a volte opprimente ma tutto sommato rassicurante, mai destabilizzante per lo spettatore.
 
1936, Londra, il Duca di York diventa re dopo l’abdicazione del fratello maggiore. In tempi di radio e dichiarazioni di guerra, la balbuzie del novello sovrano Giorgio VI diventa decisamente un problema, da affrontare con l’aiuto del logopedista Lionel Logue, uomo schietto che fa uso di metodi poco ortodossi e del volto di Rush. King’s Speech è principalmente una storia d’amicizia, che nasce dall’evolversi del rapporto fra i due verso un sempre maggiore riconoscimento dell’altro e una graduale pacificazione con se stessi. 
 
Tom Hooper, in altre occasioni già narratore della Corona, rinchiude il suo protagonista dentro pesanti geometrie architettoniche, accentuando l’idea di un uomo schiacciato dai suoi doveri e dalla sua storia familiare. Quando Giorgio VI accetta il suo ruolo la macchina da presa cade in una vertigine, e anche in una delle rare scene in esterno l’aria è resa grigia e pesante dalla nebbia e il cammino del protagonista è una via obbligata segnata dalle linee prospettiche date dai filari di alberi. Nello studio di Logue, dove allo sfarzo delle stanze reali si sostituiscono muri spogli e macchiati dall’umidità, la figura del re si porta invece ai margini del quadro, decentrata ritrova gradualmente un proprio equilibrio. 
 
Firth e Rush riescono quasi sempre ad imporre il loro tono, rispettano le istanze drammatiche e contemporaneamente smussano gli aspetti più cupi, creando complicità fra loro e offrendola allo spettatore. La narrazione è così concentrata sulla vicenda particolare che, quando finalmente il re pronuncia il suo discorso senza esitazione, tutti si lasciano andare a un sospiro di sollievo in occasione dell’annuncio dell’inizio della guerra. Il sovrano guarda soddisfatto fuori dal palazzo e stavolta sono le folle, gli uomini, a essere costretti, dietro i cancelli.

il-discorso-del-reil-discorso-del-reil-discorso-del-re(3,5/5)

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15 thoughts on “Il Discorso del Re – The King’s Speech (Tom Hooper 2010)

  1. Quel sospiro di sollievo l'ho tirato anche io alla fine. Il film credo funzion anche per questo, perché riesce a creare quel coinvolgimento emotivo che – temo – gli farà sbaragliare la concorrenza (migliore) agli Oscar. Il film m'è piaciuto molto, ma credo sia inferiore agli altri candidati.

    Noodles

  2. ciao nood. quel sospiro di sollievo m'è parso un po' artificiale. doveva starci, doveva coincidere con un "momento forte" però finisce per scontrarsi col vero significato di quel momento, che è davvero troppo importante per bearsi di un re che non balbetta. da questo punto di vista, il film mi pare provi a creare un'atmosfera un po' troppo accorata, che spesso m'ha trovato distratto. per altro, però, non è affatto da disdegnare.

  3. Gent.mo Blogger, mi chiamo Luca e sono un blogger di NetworkBE, un neonato media network delle professioni e dei mestieri, composto da un team giovane e dinamico aperto al confronto con gli altri blogger. Ho visitato il tuo blog e l'ho trovato decisamente interessante oltre che ben curato e dettagliato. Ritengo quindi che non ci sia persona migliore a cui segnalare il nostro canale http://www.becinema.it. Mi farebbe davvero piacere avere un feedback da parte tua e sapere cosa ne pensi. Magari potrebbe nascere una bella collaborazione o un occasione di confronto. Aspetto tue notizie

  4. ciao luca, verrò a visitare il tuo sito, grazie per la segnalazione.

    ciao palbi. in effetti la ricerca fotografica credo sia la parte più interessante del film.

  5. ma appunto, è proprio quel meccanismo di "forzata" empatia che inscrive questo film, che ripeto per me è buono, ottimo, in quella parziale scivolata che è il-film-da-oscar, quando cioè si vuole per forza giungere all'edificazione. Ma pur seguendo uno schema risaputissimo devo dire che a me non è dispiaciuto, finale compreso.

    Noodles

  6. uno dei compiti di questi film è riuscire a montare la tensione per poi scioglierla al momento giusto, sdilinquendo lo spettatore. uno dei maestri in questo è (stato) spielberg. in questo film il meccanismo mi sembra troppo scoperto, hanno voluto far coincidere il primo discorso con la dichiarazione di guerra, mentre le due cose hanno una consistenza differente. è una cosa che m'è parsa stonata da subito, e questo signifca che l'espediente, almeno per quel che mi riguarda, non è del tutto riuscito.

  7. Sono d'accordo anche col voto. Firth è stato molto bravo in questa interpretazione ma io, pur non avendolo ancora visto, tifo per il Jeff Bridges de "Il grinta".

  8. Visto ieri sera e, contrariamente alle mie solite critiche hollywoodiane, mi è piaciuto abbastanza.
    Abbastanza perché è come dici tu: mai destabilizzante. E perché la regia, per quanto curata, è sempre quella confezionata e perfetta e via dicendo.
    Eppure, nonostante queste pecche, l'ho trovato un ottimo lavoro. Le varie inquadrature di cui hai parlato mi hanno trasportato in uno stato d'animo oppresso, Rush e Firth sono stati perfetti, i luoghi meravigliosamente descritti.
    Certo, della vicenda non è che me ne fregasse molto e non credo che sia una cronaca accurata di ciò che accadde… oltre al fatto che mi è parso grottesca la parte finale, quando il momento più importante non è l'entrare in guerra di per sè ma la riuscita del discorso. Ma  è vero che si tira un sospiro di sollievo, in fondo. 
    D'accordo pure col voto finale.

  9. è un film con tanta regia, tanta fotografia, tanti ottimi attori e dialoghi limati, che alla fine non riesco a prenderlo completamente sul serio.

  10. va beh ma "prenderlo sul serio" che significa? Secondo me alla fine è un film per Hollywood. Tra un mese ce lo saremo dimenticato, come quasi sempre.

  11. Pingback: Lincoln (Steven Spielberg 2012), Les Misérables (Tom Hooper 2013) | SlowFilm

  12. Pingback: Cinema di lotta e di governo: Zoolander n°2, Deadpool, Carol, The Danish Girl | SlowFilm

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