Norwegian Wood (Anh Hung Tran 2010)

norwegian woodCredo sia il passaggio dai ’90 agli ’00 (o anche il mio dai 20 ai 30, probabilmente entrambi), ma l’onda prevalentemente orientale – idealmente fissata dal lavoro di Christopher Doyle – che filmava i suoi drammi e le sue passioni in quadri fotografici perfetti e suggestivi, sembra non funzionare più. Se tutto poteva aspirare a un equilibrio ideale, anche superiore alle forze dei protagonisti di film come In the Mood for Love o Solstizio d'Estate, oggi le geometrie pulite e ricercate, i colori brillanti, l’estasi panica appartengono a un mondo irrealizzabile (ormai irrealizzato) che denuncia la propria artificialità. La bellezza non può essere un rifugio per lo spettatore, come aveva già intuito Tsai Ming Liang, come già espresso dallo stesso Anh Hung Tran nel suo film migliore, Cyclo (1995). In quest’opera del 2010 tratta dal popolarissimo romanzo di Murakami, però, il regista vietnamita (ri)propone una descrizione estetizzante fuori tempo massimo, mentre tutto attorno a noi si sgretola nei pixel e nell’imprecisione di una realtà che non ha più nessuna voglia di mettersi in mostra per compiacere il nostro sguardo.

Entrando nello specifico, Norwegian Wood mi ha lasciato in una condizione simile a quella del romanzo del 1986: non soddisfatto e un po’ annoiato. In entrambi i casi si viene guidati, nella Tokyo del 1967 e quindi della fine dei ‘60, attraverso le vicende melodrammatiche del “protagonista” Watanabe. È proprio dall’impostazione di questa figura centrale che nascono le difficoltà maggiori; Watanabe, infatti, è un personaggio vuoto, le cose gli succedono addosso, non ha conflitti, indecisioni, è piuttosto un catalizzatore di emozioni senza particolari qualità. La funzione Watanabe porta nel racconto i sensi dello spettatore, e nient’altro. La sostanziale inesistenza del personaggio, d’altra parte, non gli impedisce di rivelarsi straordinariamente ingombrante: onnipresente, mai è consentito a quelle che parrebbero essere le vere protagoniste, le due ragazze Naoko (Rinko Kikuchi) e Midori (Kiko Mizuhara), che al contrario hanno due personalità in potenza molto definite, di vivere fuori dalla percezione di Watanabe. Norwegian Wood soffoca sotto una valanga di sentimenti e legami autogenerati, che per quanto devastanti rimangono in buona parte rinchiusi nell’idea di chi li produce e li subisce.

Il film, per il resto, ridimensiona le coordinate storiche, che pure nel romanzo non erano centrali ma più presenti, per concentrarsi esclusivamente sulle vicende sentimentali, portatrici di una nostalgia (il tutto ha forma di flashback) e una poesia più dette che percepite. Abbondano le sequenze in cui due profili speculari si fronteggiano in campo stretto, che si tratti di dialoghi in cui Watanabe prende atto della situazione o di volti che spesso si fissano durante l'accoppiamento dei corpi. Belle le immersioni nella natura pittorica, ma, come s’è detto, poco credibili e ormai superficiali. Non si discosta dalla linea generale il commento sonoro, in momenti essenziali firmato Jonny Greenwood. Se ne Il Petroliere il dilungarsi dei suoi suoni spiazzava dando forza e coesione alle scene, qui la funzione delle sue composizioni, forse anche per l’univocità delle immagini, risulta fin troppo classica e descrittiva, alla lunga ripetitiva.

I sottotitoli sono su Asian World.

(2,5/5)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...