Melancholia (Lars von Trier 2011)

melancholia von trierNell’ouverture wagneriana l’apocalisse patinata, rallentata e in alta definizione. Il mondo si dissolve come uno spruzzo di profumo, nell’estetica ideale della copywriter Justine, ostentatamente elegante e affezionata a un’intertestualità che travolge Brueghel e indossa i panni di Ofelia. I primi minuti, quadri fantastici in minimo movimento. Quindi Justine è il titolo del primo capitolo di Melancholia. Siamo al suo matrimonio, invitati non più graditi degli altri. Nell’enorme villa della sorella Claire (anche titolo del secondo capitolo) la festen si avvita su di sé e ancora una volta si disgrega, portandoci nell’abisso dei rituali sociali, dei discorsi stupidi o taglienti, della folla che ai margini brulica e giudica e dei personaggi indisponibili al compromesso, come Justine e sua madre. Justine odia la superficialità dell’apparenza e del dover apparire, ma il rifiuto dei doveri e dei riti di cui è anche lei un prodotto non è di per sé una soluzione, né contiene un’alternativa. 
 
In Melancholia il disgusto e il disagio di von Trier, la sua depressione, non hanno più filtri, deviazioni o trasfigurazioni narrative, si esprimono in forma diretta attraverso la protagonista. Il ritorno è al montaggio frammentario, agli scavalcamenti di campo e alla camera a mano, per quanto meno congestionata nel movimento delle “improvvisazioni” del Dogma, spesso concentrata sul volto di Kirsten Dunst, sposa in abito bianco avvolta da artificiali luci gialle. Tutto in una notte, fin qui. Nella seconda parte una Justine ormai incapace di prendersi cura di sé trascorre con Claire (Charlotte Gainsbourg), il cognato e il loro bambino le giornate segnate dalla minaccia del pianeta Melancholia. Nell’alternarsi di giorni e notti le luci sono fredde ma lasciano trasparire i colori naturali, i personaggi, isolati, si confrontano e raccontano, in un’opera desolante nei suoi toni distaccati, artificiali, eppure profondamente sinceri. 
 
Von Trier riprende vari elementi del suo cinema passato, li accosta e li rielabora. Come pochi altri autori ad ogni nuovo lavoro sembra suonare uno strumento diverso, conservando una tonalità che lo contraddistingue. Nella sua nuova mutazione registica si scorgono il formalismo tarkovskiano-espressionista dei suoi primi film e la falsa libertà autoimposta del Dogma, e in quest’opera autenticamente terribile il pessimismo e la ferocia di Kingdom, qui privati dell’ironia e dolorosamente concentrati su di sé.

(4,5/5)

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24 thoughts on “Melancholia (Lars von Trier 2011)

  1. bello questo film di von trier.
    patinato come non mi sarei aspettato da lui.
    ma non così drammatico come avrebbe voluto essere e forse anche tu lo hai trovato…

    giao,
    andrea.

  2. il film riesce ad evitare il melodrammone, e questo è bene e me lo rende appetibile. ma comunque doverosamente devastante.

  3. addirittura?
    detesto von trier da bjork in poi, ma se mi dici così…

    al

  4. dancer in the dark lo odio (e anche dogville, in verità), altri suoi film mi sono piaciuti molto. questo m'e piaciuto molto.

  5. quel film innominabile con bjork lo detesto, mi sono sentito preso per il culo per una settimana,.
    forse è stata colpa mia, mi sono fatto prendere per il culo.
    THE KINGDOM e IDIOTI sono gli unici che mi sono piaciuti e che posso rivedere senza problema.
    von trier è un gran furbone.

    al

  6. Io quoto anche Le Onde Del Destino, ottimo film piuttosto sottovalutato. Segnalo inoltre, dalla rassegna International Film Festival di Beirut, alcuni titoli che potrebbero interessare:

    "Pina", Wim Wenders
    Film/Documentario sulla coreografa tedesca Pina Bausch, scomparsa a Giugno del 2009, tra le principali fautrici del Tanztheater e autrice di numerosi spettacoli in cui la danza viene pensata come interpretazione personale volta alla creazione soggettivamente di gesti e movimenti che rappresentino situazioni reali e stati d'animo. Il tributo di Wenders è notevolissimo dal punto di vista della fotografia e delle immagini, piacevole nella dimensione 3d (sconsigliata la visione in tv/computer); le testimonianze dei ballerini nuovi e di vecchia data che hanno dato vita con la Bausch alla scuola Tanztheater Wuppertal piuttosto scialbe, ovvie, e di quasi nessun interesse. Da segnalare alcune coreografie ambientate sotto l'impressionante metropolitana di Wuppertal, che faceva da sfondo anche ad alcune scene di Alice nelle Città.  

    "The Pipe", Risteard Ó Domhnaill, 2010
    Breve documentario, presentato un mese fa anche al Milano Film Festival, racconta in modo brillante e con un girato coinvolgente dal punto di vista paesaggistico e narrativo, l'occupazione de facto del terreno di un piccolo villaggio della costa atlantica irlandese ad opera della Shell per la costruzione di condotte di gas naturale. Una storia durissima di lotta, di assenza totale di regole, delle ragioni superiori del petrolio a qualsiasi regola e regolamentazione che sia di diritto privato e pubblico, dalle ordinanze municipali fino alle regolamentazioni dell'Unione Europea. Temi che, per quanto possano risultare ovvi e fin troppo ripetuti, in questo film esaltano in modo profondo la rabbia e la profonda incertezza di qualsiasi meccanismo economico/sociale esistente: se gli gira, ti espropriano anche la casa.

    "The Light Thief", Aktan Abdykalykov, 2010
    Produzione Kazako/francese/olandese/tedesca, il film racconta la storia di un elettricista di uno sperduto villaggio del Kirghizistan che, tra attacchi clandestini alla rete pubblica ed esperimenti di impianti eolici creati con scarti metallici, riesce a permettere a tutta la comunità di avere almeno il minimo necessario di elettricità, sognando un giorno di poter utilizzare i principi eolici per fornirla costantemente a tutta la vallata. Una storia semplice e ben raccontata, costruita attorno ad una simbologia semplice come la corrente e la lampadina, in un contesto complicato come può esserlo una repubblica ex-sovietica, dove anche il semplice principio di solidarietà comunitaria spicciola può essere soffocato dal potere, anche in una valle sperduta nel nulla.

    Si segnala invece come 3 film iraniani in concorso al festival siano stati censurati e cancellati, dopo essere stati inseriti in concorso. Si sospetta l'organizzazione del festival stesso, esclusivamente cristiana, ed evidentemente ansiosa di simulare il mono-pensiero culturale così ben attuato in Iran.

    In attesa dell'European Film Festival, saluti, baci e quant'altro

    pa

  7. ciao paolone, grazie per le belle segnalazioni. qualcosa cercherò di recupararla. ero indeciso su wenders, temevo la grande noia, vedremo.

  8. La noia è possibile/probabile. Wenders è come non ci fosse e a me in genere i balletti non piacciono.  Però questi spettacoli sono intelligenti, di un impatto corporeo estremamente comunicativo, anche divertenti. E nel lungometraggio sono solo i balletti ad essere riportati, in assenza di una storia, di una vera idea di Pina, e di una qualsiasi mano personale del regista.

  9. Anno di molteplici uscite interessanti, peccato che essendo tutta roba da cinema il mio commento sia solo "lo vedrò, prima o poi lo vedrò". Questo, Carnage… e pure i thriller di Herzog, che non ho scuse, sono sul pc da eoni ma ancora non mi han stimolato.

  10. alice, rischi di fare troppo tardis.
    ebbene sì, l'ho voluta fare questa battuta, sono stanco e scrivo tutte le stronzate che voglio.

  11. Mi è piaciuto molto per come lavora sulla pittura aprendola alla storia. Sono d'accordo con te. Non è un melodramma ma riesce ugualmente a tirarti fuori l'ansia.

  12. in verità a me dogma 95 ha sempre fatto simpatia, e in generale mi piace l’idea del manifesto. ne scrissi uno anche io, con un amico, millemila anni fa. poi, von trier non se l’è rimangiato, ha fatto altro, e d’altronde questa non è stata neppure la sua prima dichiarazione d’intenti. frasi come “Inoltre giuro come regista di astenermi dal gusto personale! Non sono più un artista. Giuro di astenermi dal creare un'”opera”, perché considero l’istante più importante del complesso.”, aggiungo, contengono concetti che indirizzano anche i suoi film successivi al dogma.

  13. Siamo mai stati meno d’accordo? Temo di no.
    L’ho trovato superficiale, scritto malissimo, inutile, imbarazzante per il lato “fantascientifico-apocalittico”, completamente privo di significato. Perché la tipa vede il mondo così brutto? Cos’ha di tanto orribile l’umanità? Considerato che amo Von Trier praticamente sempre e considerato che condivido il suo “pessimismo”, questo mi è parso un modo per ribadire concetti soliti senza però contestualizzare e mostrare. Per non parlare delle scene “malate” (il sesso nel campo da golf, campo da golf con 18 buche, non dimentichiamolo) che malate non sono: sono più vicine ad un certo cinema hollywoodiamo, lontanissimi dalla perversione non troppo nascosta nelle Onde del destino e fratelli vari.
    Una delusione…

  14. è andata così. però non riesco proprio a capire, specialmente se scritto da te, l’obiezione sul perché non venga detto come mai la tipa vede il mondo così brutto. il mondo E’ brutto, la protagonista si dissolve gradualmente e tutto il film non è altro che una rappresentazione della depressione. la fine del mondo è una liberazione, e viene dall’interiorità di justine, che spesso appare sollevata dall’idea, alla luce di melancholia riprende coscienza. tutto mostra il mondo di justine e come sia insopportabile, e più di una rappresentazione diretta io non vedo cosa un film dovrebbe fare. credo ci piacciano espressioni diverse del regista, a me le onde del destino è parso l’apripista del filone sadico-furbetto.

  15. la tipa è miliardaria, bella, perfetta e con un marito altrettanto bello e perfetto. C’ha pure l’amore.
    Il pessimismo cosmico di per sé, decontestualizzato, mi disgusta…. Tanto più che la tipa sciorina, appunto, un paio di frasi da depressa adolescenziale che, dato il contesto, mi suona più come una paranoia da viziata che una visione annichilente del mondo data da una certa profondità d’animo.

    Il mondo è brutto di per sé? no.
    IL mondo è bello di per sé? no.

    Quando Von Trier mi mostra il mondo orribile, allora io comprendo.
    Quando Doctor Who mi mostra un universo incantevole, comprendo ugualmente, pure non essendo d’accordo.

    Dal mio punto di vista, insomma, mi serve ben più che un paio di aforismi sciorinati con lo sguardo triste per creare l’atmosfera desolata da apocalisse intima..

    Considera che il mio trittico è formato da Le onde del destino-Dancer in the dark e Antichrist… Temo di amare la vena sadica-furbetta di Von Trier.

  16. Che poi, su, che ha questo mondo di Justine di così insopportabile? Seriamente, non ho capito. E non perché credo che i soldi facciano per forza la felicità. Non capisco proprio cosa faccia della sua vita, però, una vita infelice. Quale meravigliosa riflessione troppo complessa per essere esternata a noi umani miserrimi continuava a rimbalzare nella mente di Justine?

  17. io credo che il mondo di per sé sia impegnativo, questo sì. le frasi di justine non le ho trovate particolarmente interessanti né importanti, non è l’eroina del film e non è un film che ha bisogno di un personaggio che concentri tutta l’attenzione su di sé. al contrario di dancer in the dark e dogville. per il resto, non vedo la necessità di fare la classifica delle sfighe, e credo che la depressione sia una cosa diversa dalle pose adolescenziali o dall’essere afflitti da una condizione di oggettivo e visivo orrore. in dancer e dogville quando von trier mostra il mondo orribile lo trovo compiaciuto e superficiale, questo film m’è parso molto più sincero e interessante.

  18. proprio come la protagonista del film con la sua melanconia rovina il suo stesso matrimonio, il buon von trier ha rovinato la festa a cannes con i suoi deliri nazi, ha rovinato la festa sua e dei suoi attori. e questo è il suo film di vendetta. mi giudicate? giudicate le mie paranoie? un po’ vi faccio pena e un po’ mi detestate? ebbene guardate come ci si sente ad essere depressi! ci si sente come se una fredda luce blu illuminasse le vostre giornate e come se un pianeta intero vi opprimesse col suo peso, togliendovi letteralmente il respiro e ogni speranza. ve lo faccio vedere, con le immagini, che è la cosa che so fare meglio. difatti proprio come la mia protagonista io ho un talento, ma non mi aiuta per niente. come reagireste voi a tutto questo? vi suicidereste probabilmente. o impazzireste. e non venitemi a dire che la tristezza ha una sua estetica e non venitemi a parlare dei soldi e della villa, che per me bere vino sulla terrazza o chiudermi nel cesso a piangere sono la stessa cosa. film egoista e disperato, dici bene. e per questo io l’ho adorato.
    ob

  19. sono molto d’accordo. e sinceramente mi suona strano quando a proposito di questo film così “individuale”, sento parlare di fantascienza, di fine del mondo, o della sua protagonista. anche i paragoni col cronologicamente prossimo the tree of life mi sembrano perdere il senso di entrambe le opere.

  20. Pingback: Molto Forte, Incredibilmente Vicino (Stephen Daldry 2012), Another Earth (Mike Cahill 2010) | SlowFilm

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