A Dangerous Method (D. Cronenberg 2011) Carnage (R. Polanski 2011) Tomboy (C. Sciamma 2011) Boonmee (A. Weerasethakul 2010)

a dangerous methodIn passerella il roccioso e paterno Mortensen, con l’affascinante barba freudiana e il suo sigaro in bocca, l’entusiasta e ingessato Fassbender, sfila con i suoi occhialini Jung, lo sguardo va oltre gli spettatori delle prime file per perdersi in un punto indefinito dello spazio, l’irresistibile Cassel, ribelle senza tempo, rockstar della psicosi, Gross si gira con una piroetta strascicata, ma prima manda un’occhiata ammiccante con l’occhio vitreo. E così andava, nella Zurigo d’inizio ‘900. Allo stilosissimo cast maschile s’aggiunge una Knightley/Spielrein incorsettata che interpreta la follia in una spregiudicata esibizione di prognatismo estremo. La sceneggiatura da un pezzo teatrale di Christopher Hampton del 1967, rimane al cinema una cosa piuttosto verbosa, dove ogni personaggio alla sua prima apparizione si preoccupa di recitare curriculum, aspirazioni e hobby, e spuntano dialoghi didascalici in situazioni che mi sembra d’aver già incrociato, carnageintrodotte dal sempre puntuale Piero Angela. Oltre questo, il film è frammentario sia nel montaggio che vede il susseguirsi delle scene, sia nella costruzione del tono interno, dove ognuno sembra dire la sua senza riuscire a interagire con gli altri, persi in una diversa interpretazione della storia. (2,5/5)

A proposito di pièce, quella adottata da Polanski è di Yasmina Reza. Carnage è da molti punti di vista all’angolo opposto di Dangerous Method, ma comunque non mi sono ritrovato a saltare in piedi per urlare al miracolo. Qui gli attori Winslet/Foster/Waltz/Reilly sono enormi, eccelsi. Trattandosi di quattro personaggi chiusi in una stanza a vomitare bile borghese, che lo siano è abbastanza importante. Trattandosi di quattro personaggi chiusi in una stanza a vomitare bile borghese, nonostante i performer siano eccelsi, si tratta di una cosa molto lontana dalla mia idea di capolavoro cinematografico. Poi, nella limitata durata dello scontro (poco più di un’ora), non è che tutto fili liscio. Mi chiedevo come avrebbero giustificato la permanenza nella stanza, e lo fanno portando l’indaffaratissimo avvocato Christoph Waltz, già fuori dalla porta, già libero, a tornare indietro attratto dall’offerta di un caffè, di una torta, di un whisky, di un sigaro. Qualsiasi cosa, lui accetta e torna indietro. Non mi sembra un grande espediente. La discussione naturalmente nasce per degenerare, ma i passaggi di tono non possono dirsi raffinati, ti distrai un paio di secondi e volano i vaffanculo, così, senza preavviso. Oltre alle diverse incarnazioni del cinismo, il testo si cura di mostrare meccanici parallelismi fra persone che si dimostrano uguali nella bassezza, un attimo dopo aver ostentato risate di presunta superiorità (l’attaccamento di Waltz al telefono, della Winslet alla borsa). E poi, fra quattro mura e tomboytante parole, Polanski può girare in modo indiscutibilmente professionale, ma può anche inventarsi davvero poco. (3/5)

Tomboy. È finito anche lui qui. Ma della mano è senza dubbio la carta migliore. La decenne Laure, “maschiaccio” per vocazione e, come lascia trasparire il film, per educazione paterna, s’è appena trasferita e ai suoi nuovi amici lascia credere d’essere un ragazzino. È un film delicato, fatto di frammenti di vita e autentiche interazioni fra autentici bambini, non insegue la costruzione della storia canonica che pure un americano avrebbe saputo inchiodarci su, né tantomeno ha bisogno di forzare i toni drammatici. Céline Sciamma osserva con partecipativo distacco, in uno stile documentarista, lasciando che la bravissima Zoé Héran ci conduca nelle sue vicende confrontandosi con i suoi amici (i veri amici di Zoé, ingaggiati dopo la scelta della protagonista). (4/5)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul. Liturgico. Letargico. (2,5/5)

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14 thoughts on “A Dangerous Method (D. Cronenberg 2011) Carnage (R. Polanski 2011) Tomboy (C. Sciamma 2011) Boonmee (A. Weerasethakul 2010)

  1. Non potrei essere più d'accordo su Cronenberg (in giro ho visto lodi sperticate che a volte, però, mi danno un po' la sensazione di una prevenzione al contrario: come se a cotanto autore non si potesse rinfacciare nulla).
    Su Polanski però no. Carnage l'ho trovato splendido, velenoso e ben piantato. Ok, non sarà un capolavoro, ma non è questa l'importanza. Io trovo che funzioni benissimo: il meccanismo di portarli fuori-dentro mi sembra riuscito sia a livello narrativo che strutturale; è un bell'esempio di "tortura" per lo spettatore.
    A quanto pare dovrò andare a vedere Tomboy: non leggo altro che recensioni entusiaste.

    è grave dire che non ho mai visto nulla di Apichatpong Weerasethakul? Mi sono sciroppato pure un mezzo numero di Segnocinema dedicato a lui, ma neanche così m'è venuta voglia di vedere i suoi film. me li ero anche procurati, poi non li vidi mai… sarà una specie di ritrosia a priori…

    Noodles

  2. il mio non è stato un accoppiamento fortunato, se non le prendo sul fronte cronenberg le prendo su quello polanski :)
    in verità carnage m'è piaciuto, s'è trovato in questo mood negativo, un mezzo punto in più avrei anche potuto darglielo. però è un film davvero minuto, polanski fa il regista da camera e il testo non m'è parso rivoluzionario, una sorta di esplicitazione e banalizzazione d'invenzioni bunueliane e di decine di altri lavori che inevitabilmente finiscono per "mettere alla berlina i vizi e le contraddizioni della borghesia", o middle class, a seconda delle sumature, i tempi e luoghi. attori splendidi, ripeto, ma se dovessi dire che m'è sembrato un capolavoro di scrittura mentirei, e dei passaggi bruschi, non accompagnati dall'evoluzione dialettica, naturalmente si vedono anche sullo schermo.

    apichatpong credo sia davvero un regista religioso, e anche per riuscire a seguirlo ci vuole una certa fede. tropical malady non mi dispiacque; era anche il periodo in cui vedevo ogni orientale e questo uscì addirittura in sala. syndromes and a century mi fiaccò. è fuori di dubbio che il regista abbia delle decise peculiarità, alcune anche molto affascinanti, ma è una dimensione in cui difficilmente riesco a entrare, forse non sono abbastanza buddista, forse le piccole cose che colpiscono me, che mi trovo comunque perfettamente a mio agio con uno tsai ming liang, sono diverse da quelle che colpiscono lui.

  3. ho recuperato carnage, un paio di giorni fa. tutta la mia stima per cristophe waltz. dove se ne compra la filmografia? anche il suo personaggio mi sembrava più sprezzante degli altri… tutto sommato dopo aver piagnucolato per un minuto torna a fregarsene e (spoiler) a compromettere il suo cliente, dicendo al telefono con la signora che il farmaco è letale… (fine spoiler) insomma una strafottenza superiore…

    sullo zio boonmee forse per la prima volta io apprezzo uno slowfilm e tu no, com’è? l’ho trovato sì faticoso, ma memorabile e accogliente, atmosferico e narrante.

    ciau,
    andr.

  4. riguardo carnage, tutti gli attori mi sono parsi ottimi e tutti i passaggi emotivi piuttosto forzati, anche quelli a carico di waltz.
    con apichatpong, invece, non ci siamo mai tanto capiti. in ogni suo film ci sono dei momenti ottimi, e almeno un paio di idee memorabili, ma mi sembra perdersi (in maniera del tutto consapevole, e infatti a molti piace) in una specie di verbosità dell’immagine.
    ciau a tu.

  5. mi piace ‘verbosità’ per descrivere boonmee. calca un po’ la mano ma riesce a mantenere comunque la credibilità, senza risultare forzato. c’è uno strano connubio di implicito e toni alti. così m’è parso.
    andr.

  6. ma lo sai che – a parte l’attrice che è davvero fastidiosa – a me dangerous method mi è piaciuto un sacco? quasi un remake di inseparabili, a tratti morboso e malato come ai vecchi tempi, verboso certo e volutamente perchè stavolta è la parola il veicolo della mutazione. ma anche chi se ne frega della parola. è bello soprattutto perché costruito su vizi e tic e gesti che sfuggono agli stessi scopritori dell’inconscio, che hanno bisogno di cercare di capire gli altri per capire invece se stessi, e manco tanto bene. tutta una collezione di sigari, pipe, sigarette, bicchierini, passeggini, scarpe, bastoni, cappelli, soprammobili, cavalli, automobili, orologi e altri simboli di desiderio vari ed eventuali. l’invidia di freud nel suo appartementino piccolo borghese. l’acqua, onnipresente. e quella barca che sembra l’atalante. dettagli deliziosi e morbosi, il piede di freud che trema quando legge la lettera di jung. soprattutto dettagli taciuti, non sapremo mai il sogno di freud su jung, nè i motivi della pulsione masochista di lei, e una sfinge appare per ben due volte a indicare che dell’uomo si tratta e che ne sappiamo ben poco. o forse che tutto è chiaro, ma non per il soggetto della pulsione. ma capiamo bene che lei vuole bene a jung perchè è figura paterna e l’unico che le sa dare piacere e lui le vuole bene perchè è la sua paziente che ha fatto la migliore riuscita e una ammiratrice sfegatata anche. la scoperta della pulsione di morte da parte di freud, una delle cose piu’ spaventose della storia dell’umanità, dovuta a una donna masochista. la scoperta dell’america, la vera patria della psicanalisi. e soprattutto quella domandas finale di jung a proposito del marito di lei: e lui com’è? e lei: è gentile… cioè non mi frusta! e rinunciare a questo è stato un sacrificio terribile, rimarca jung, ma è stato necessario per sopravvivere. commovente. bellobellobello!
    ob.

  7. ciò che scrivi è bello e giusto, però mi sembrano suggestioni più legate ai riferimenti reali del film, che al film stesso.

  8. Pingback: Cosmopolis. Avvicinarsi al film di Cronenberg con nuove foto e qualche idea. | SlowFilm

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  10. Pingback: Venere in Pelliccia – Venus in Fur (Roman Polanski 2013). Shiny boots of leather | SlowFilm

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