The Turin Horse (Béla Tarr 2011)

the turin horse bela tarr slowfilmC’è qualcosa di furioso nell’ultimo film di Tarr. Scarno e povero fino al rancore, non sarebbe sorprendente se in The Turin Horse si trovasse anche quell’amarezza che ha spinto il regista ungherese a dichiarare che si tratti del suo ultimo film, data la difficoltà che da anni trova nella produzione e diffusione delle sue opere, cui spesso manca anche il dovuto riconoscimento.
Nella steppa magiara un uomo, sua figlia e il loro cavallo, rinchiusi in un edificio piantato nel nulla, mezzo diroccato, fatto di pietre e assi di legno. Per sei giorni l’uomo e la ragazza compiono i gesti della loro vita: lei lo aiuta a vestirsi, il momento del pranzo, una patata bollita da mangiare con le mani, un sorso di palinka, andare a prendere l’acqua al pozzo. I giorni e i gesti sono rinchiusi in due possibili suoni: quello di una feroce tempesta di vento che non troverà mai sosta lungo l’intera durata del film, e quello della musica di Vig Mihaly, ipnotica e circolare. All’assoluta povertà dei protagonisti si accompagna la messa in scena ridotta all’osso, sia dal punto di vista della varietà delle vicende sceneggiate, sia nella chiusura in una location unica, guscio di una coazione a ripetere che molto raramente subisce delle interferenze esterne, sostanzialmente apparenti e impossibili. Il soffio del vento che in altre occasioni ha segnato il semplice scorrere del tempo, qui incarna la funzione minacciosa di un tempo che non porta con sé nessun possibile cambiamento. Il vento frusta il volto di Erika Bok (che fu la ragazzina di Satantango), le tira capelli e mantello quando esce di casa per arrivare al pozzo, quindi la rinchiude fra le mura di pietra, costringe figlia e padre in una gabbia.
Il dolore assume l’aspetto furioso della rassegnazione, mentre la macchina da presa per mostrare la ripetizione degli atti sceglie un’inquadratura opposta a quella del giorno precedente, si concentra prima su uno o l’altro dei personaggi, poi sui movimenti delle mani, un’altra volta li riporta assieme, spesso li trova isolati e di spalle, dopo essersi mossa lentamente lungo dettagli e muri spogli. Se tutti i film di Bela Tarr si avvicinano alla fine del mondo, questo lo fa nel modo più ossessivo, mettendo al centro l’uomo e nient’altro, considerando che la sua semplice esistenza racchiuda in sé ogni sofferenza.
(4,5/5)
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5 thoughts on “The Turin Horse (Béla Tarr 2011)

  1. e finalmente ho visto pure questo e su grande schermo! è la fine del mondo, questo film, letteralmente, nè realismo, nè improvvisazione, è un cinema del controllo e dell’espressione, nel quale viene messa in scena il rewind della creazione, la desertificazione del creato, fino alla sparizione dell’acqua e della luce. dopo la prima ora anche il cinesecchione più resistente deve mollare la presa e smettere di cercare significati e simboli – proprio quelli che rendono l’ultimo sokurov noioso, essi l’ho detto! – per abbandonarsi alla visione. ed a scanso di equivoci quando il vicino in cerca di palinka arriva a fare il bignamino della filosofia di nietzsche si sente rispondere ‘cazzate’, e l’anticristo di nietzsche è l’ispirazione per il libro che gli zingari regalano alla protagonista, ma tanto lei manco sa leggere! tanto per esser chiari che qui occorre abbandonare il lavoro del concetto. roba forte, insomma, senza dubbio l’altro capolavoro del 2011!
    ob

  2. roba molto forte. ma col rewind della creazione citavi ghezzi o vasco rossi? a te la scelta.

    il video è molto divertente, merci :)

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