In Time (Andrew Niccol 2011)

In un futuro non precisamente situato, le meraviglie della genetica hanno portato l’uomo alla potenziale immortalità: si cresce fino a venticinque anni, poi non si invecchia più. L’esistenza aggiuntiva, però, va conquistata, e a ricordarlo ognuno ha sull’avambraccio un pratico ed elegante conto alla rovescia digitale, di un verde brillante. Quando questo arriva allo zero, la persona si spegne, e la vita va via con un piccolo rumore sordo.

Andrew Niccol dirige, scrive e co-produce un soggetto intrigante, e ne ricava un film assai poco riuscito (cosa che, fra parentesi, corrobora le mie già potenti perplessità su Gattaca).

Il tempo è la nuova valuta corrente, sostituisce il denaro in virtù della possibilità di poter cedere o acquistare minuti, giorni o anni col semplice contatto delle mani. Le città sono divise in zone, più o meno opulente rispetto alla quantità di tempo di cui dispongono le persone che le abitano. Justin Timberlake vive nel ghetto, dove l’espressione “vivere alla giornata” ha perso ogni connotazione metaforica. Abita con la madre Olivia Wilde, con la quale condivide un appartamento spoglio e un’atmosfera da melodramma ottocentesco. Facciamo un passo indietro: Justin Timberlake. Sceglierlo come protagonista – e il suo facciotto è sempre sullo schermo – indica già come il regista sia caduto nel terribile equivoco secondo cui Justin Timberlake sarebbe un attore. Non è un buon inizio.

In Time enuncia la sua idea e poi continua a declinarla nelle sue caratteristiche base. Continui passaggi di tempo da una mano all’altra, accompagnati da un irritante effettino sonoro, gente che si spegne per strada, frasi sulla durezza della vita. Da sceneggiatore di The Truman Show, Niccol lasciò che l’idea di base contaminasse e deformasse il mondo che la ospitava, forzando gli atteggiamenti delle “comparse”, inserendo espressioni e atteggiamenti pubblicitari, dando il giusto peso al demiurgo Christoph, lasciando allo stesso Truman la scoperta di un mondo dai meccanismi deviati. Con In Time questo non succede, e nonostante l’umanità abbia subito un cambiamento tanto radicale, l’atteggiamento dei singoli e i modi d’interazione non sono cambiati. La sostituzione del denaro con il tempo porta alla rinuncia dell’ipocrisia sociale che il denaro consente: incrociare per strada una persona cui rimangono pochi secondi di vita e voltarle le spalle significa condannarla e vederla morire. Ma Niccol, al di là della situazione paradossale, non riporta nel suo futuro alcuna rilevante mutazione nella gestione delle emozioni o delle interazioni sociali.

Il percorso che il film sceglie è molto più banale, sulla scia del film d’azione a bassa intensità e la storia di romanticismo criminale alla Bonnie (Amanda Seyfried) e Clyde, portata avanti da due personaggi senza spessore alle prese con fughe noiose e improvvise illuminazioni rivoluzionare e anticapitaliste. A questo si aggiungono una serie di buchi, sviste e contraddizioni che troverei futile elencare, ma che potrete constatare qualora vi venisse voglia di vedere In Time. E io vi capirei, che a queste trappole della sci-fi non riesco mai a resistere.

Al cinema dal 2 marzo.

(2/5)

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One thought on “In Time (Andrew Niccol 2011)

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