J. Edgar (Clint Eastwood 2011)

John Edgar Hoover è stato per mezzo secolo uno degli uomini più potenti e controversi degli Stati Uniti, eppure dal film di Eastwood non si direbbe. Direttore e padrone dell’FBI dal 1924 al 1972, cioè negli anni in cui è successo… tutto, e su buona parte di quel tutto ci sono ancora le sue impronte digitali.

La scelta del vecchio Clint, che gira un J. Edgar e non un Hoover, sarebbe di per sé interessante: pur ripercorrendo l’intero arco storico, non perdersi nelle vicende infinitamente frequentate da film e ricostruzioni. Purtroppo non è chiaro cosa voglia darci in cambio. La sceneggiatura di Dustin Lance Black (Milk) si dilunga su due tracce: l’amore inconfessabile di J. per il suo braccio destro Clyde Tolson, con tutto ciò che comporta in termini di rabbia, mancata accettazione di sé e madre stronza, e l’indagine sul rapimento del figlio di Charles Lindbergh. Il resto – gli omicidi di Kennedy e King, le persecuzioni e deportazioni dei comunisti nemici dell’America, Dillinger – lo si sente passare, attraverso le stanze e gli uffici di Hoover. Così come si accenna all’attenzione per l’immagine e l’informazione, nella doppia faccia della mitizzazione nella cultura popolare ricercata attraverso i fumetti, la radio e il cinema, e la consapevolezza del potere accumulato attraverso la creazione di archivi privati stipati di segreti di uomini pubblici.

Dal punto di vista estetico Eastwood ritrova gli anni già ben rappresentati in Changeling, ma stavolta è più chiuso, i colori sono esangui, la struttura frammentaria, anche in virtù dei continui salti temporali della sceneggiatura, e, cosa apprezzabile, appare meno attento alla perfezione formale. In questo modo il suo cinema guadagna in visibilità ma, nel suo immergersi nella Storia senza volersi bagnare, rimane tutto sommato incapace di generare un’alternativa.

Le polemiche sul trucco di Di Caprio e l’idea che Eastwood abbia espresso attraverso alcune frasi del protagonista le sue debolezze reazionarie, bisogna infine dirlo, sono pura fuffa.

(3,5/5)

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14 thoughts on “J. Edgar (Clint Eastwood 2011)

  1. in verità il doppiaggio fa abbastanza cacare. non ho ascoltato l’originale, ma specialmente quando simula la vecchiezza, la voce italiana non si può sentire.

  2. Ho anche io molti dei dubbi che hai espresso anche tu (a brevissimo pubblico la recensione sul blog): esteticamente molto bello, ma narrativamente non si capisce dove vuole andare a parare. Doppiaggio pessimo, vero, ma a me non è piaciuto nemmeno il trucco degli attori da vecchi, troppo posticcio per sembrare vero. Resta un film molto rigoroso, granitico, come nello stile classico di Eastwood, ma lontano anni luce dia suoi capolavori. Un saluto.

  3. Per me Eastwood è fuffa da parecchi anni. Mi sa dall’ultimo western girato. Saran 20 anni.
    E’ che è troppo americano, e più invecchia e più lo trovo insopportabile. Eppure, mi sta anche simpatico (e come potrebbe essere altrimenti?).
    Questo passo, dunque.

  4. Mi trovo pienamente d’accordo con MonsierVerdoux, e pienamente in disaccordo con alice. (peraltro, avendo commesso l’errore di guardare Capt. America, il tuo avatar risveglia in me sentimenti che preferisco non descrivere). Dopo il capolavoro western (Gli Spietati), la sua carriera dietro la macchina da presa ha toccato vette altissime: “Un mondo perfetto”, “Mystic River”, “Flags of our fathers”, “Lettere da Iwo-Jima”, “Changeling”, “Gran Torino”, “Invictus”, per citare solo i miei preferiti.

    Riguardo J. Edgar concordo con le critiche di iosif, eppure non comprendo come mai alla fine gli abbia siglato un voto così alto. Personalmente l’ho trovato un film esageratamente piatto, rallentato dal tentativo di coniugare gli aspetti di vita pubblica (appena accennati, quindi pressoché ininfluenti), con qualche approfondimento sulla vita privata, ma anche lì spendendo troppo tempo solo sulla ben poco interessante relazione sentimentale.
    E, alla fine, tutta questa biopic… dove va a parare?
    Mah…

  5. ciao verdoux, saluto a te. il discorso sul trucco mi sembra un po’ sterile, e tende a recriminare sulla mancanza di manipolazione digitale che è spesso anche più approssimativo e inespressivo della plastica sulla faccia.

    alice, non ho mai aderito al culto dell’eastwood regista, però qualcosa di interessante l’ha fatto anche negli ultimi tempi, tipo changeling, gran torino e quello che per me è il suo migliore un mondo perfetto (che comunque di anni ne ha ben 19…).

    lorenzus, ero indeciso fra tre e tre virgola cinque, ma tutto sommato mi sembra un film, come ho scritto, finalmente meno “perfetto”, e ripensandoci un paio di giorni anche quell’apparenza massiccia e la sostanza sghimbescia mi hanno affascinato abbastanza da portarlo oltre la sufficienza.

  6. Changeling non mi è piaciuto, Gran Torino mi sono quasi vergognata di essere andata a vederlo al cinema… Un mondo perfetto lo vidi, non lo ricordo, ergo credo non mi sia piaciuto.
    Non c’è niente da fare: non apprezzo il suo modo patinato di fare cinema, il suo essere iper americano, lo trovo fin troppo spesso banale e scontato.
    Non a caso salvo un western: ha fatto un ottimissimo film di genere (ed amandolo, il genere, come posso non apprezzare?).

  7. Alla fine l’ho visto e devo dire che mi è piaciuto, salvo qualcosa che poi magari tratterò nella mia recensione. Di certo non ai livelli dell’Eastwood che adoriamo, ma nemmeno a quelli dell’Eastwood che vorremmo dimenticare. Ah, l’invecchiamento di Tolson, altro che fuffa, na roba proprio immonda eh?

  8. dal trailer somiglia a tutti i film dal budget spropositato che succhiano dalla storia per ritagliarsi del contenuto, quando hanno solo dialoghi ampollosi mega-banali e scambi serrati di colpi di scena giusto per farti stare sveglio. se poi si tratta di Clint Eastwood, definire il film patinato mi sembra fin troppo indulgente.

  9. ciao franco, vengo subito a fare un giro sul nuovo sito.

    ale, concordo con la collocazione dell’eastwood in questione.

    affasf, j. edgar non è così magniloquente, e anche i colpi di scena sono tutt’altro che serrati. in verità proprio il suo essere intimamente sottotono me lo rende simpatico. ma non è niente di imperdibile, credo questo sia chiaro.

  10. più che il trucco (ma quello di Tolson è davvero inguardabile) il ridicolo lo si sfora nel doppiaggio senile di Di Caprio, che parla come quei bambini che si atteggano a fare i vecchi.

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