Hunger (Steve McQueen 2008)

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Hunger, al cinema dal 27 aprile

Update: al cinema dal 27 aprile.

Prima opera per il cinema del videoartista Steve McQueen, in questi giorni in sala con Shame, che conserva la preminenza e indipendenza estetica proprie della sua formazione. Questo nonostante Hunger sia un film fortemente tematico e storico, narrativo per definizione e finalità. Rappresenta la protesta delle coperte e dello sporco, attuata dai prigionieri dell’IRA dal 1976 al 1980, e la morte di Bobby Sands per lo sciopero della fame del 1981.

Quella di Hunger è una messa in scena rigorosa e potente, costruita per immagini fredde e geometriche, solo raramente disturbate dalle parole. I prigionieri, martiri coi capelli lunghi e la barba incolta, rifiutano d’indossare gli abiti penitenziari: figure cristologiche dai corpi pallidi e perfetti, vestite solo di una coperta, denudate e percosse dalla furia di esasperati carcerieri inglesi, ricordano più direttamente i corpi di Bill Viola che i dipinti rinascimentali. Nella prima parte McQueen porta avanti una narrazione acentrata, ci rinchiude presto negli H-Blocks e in questo isolamento trova il mezzo per concentrare il film sulla gabbia, gli oggetti, gli spazi geometrici abitati da differenti protagonisti. Le pareti incrostare dagli escrementi, le pratiche di protesta e minima sopravvivenza sono rappresentate al tempo stesso con crudo realismo e un’artificiale ricerca del dettaglio e della composizione, che rendono Hunger un’opera incisiva nel messaggio e indipendente dallo stesso.

La seconda parte mette a fuoco la figura di Sands, impersonato da un Michael Fassbender impegnato in un’altrettanto impressionante esecuzione da performer di body art, trasfigurato dalla perdita di peso. Prima del sacrificio finale il film è tagliato da una magistrale scena di cinema teatro, un pianosequenza a inquadratura fissa di diciassette minuti, cui ne vanno aggiunti sei di primo piano di Fassbender, in cui Sands discute con un sacerdote i motivi della sua scelta, l’inevitabilità e il significato del suo gesto.

Hunger è dunque un’opera dal forte impatto, radicale in molte delle sue scelte, ma fortemente significativa e lontana da altre raffigurazioni sterilmente provocatorie o facilmente autocompiaciute.

(4/5)

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6 thoughts on “Hunger (Steve McQueen 2008)

  1. il problema, ora, resta Shame. perché, se Hunger riesce a portare avanti parallelamente l’efficacia visuale e concetti, il primo sembra arrancare quando tenta di distaccarsi dalla fotografia o dalla potenza dei personaggi.
    difatti dopo aver visto Shame l’impressione che ho avuto è stata: in Hunger ha avuto un’intenzione geniale isolata. tuttavia il film funziona, e non ho capito se ha bisogno di essere rivisto o è veramente debole o va preso come un tentativo di enfatizzare un certo profilo psicologico.

    questo tizio rimane un punto di domanda.

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  3. Pingback: Delitto d’onore e Bobby Sands I temi che non interessano al cinema italiano « Storie fatte di parole

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