Hugo Cabret (Martin Scorsese 2011), The Artist (Michel Hazanavicius 2011)

Anche Scorsese, come Spielberg, sembra sentire il richiamo di un cinema dalle storie avventurose e il linguaggio innocente, bambinesco. Se il cinema di Spielberg quest’anima ragazzina l’ha sempre avuta, spesso attualizzata in una forma per occhi più maturi, Scorsese è la prima volta che si aggira per luoghi così esplicitamente “leggeri” e nostalgici. Amplio per un momento il discorso e scorgo degli autori, dei registi con cui siamo cresciuti, che hanno l’età dei nostri padri, e ora sembrano voler tornare alla loro infanzia, a raccontare storie in cui possano ritrovarsi. Fra gli ultimi, penso anche a Malick, che non ha raccontato con The Tree of Life una storia per ragazzi, ma la sua vita da ragazzo, la sua formazione. Per Spielberg è l’avventura, per Scorsese la scoperta dell’amore per il cinema, per Allen le suggestioni giovanili, culturali e sentimentali, per tutti si tratta di ricordi.

E in Hugo Cabret questo sapore agrodolce è forte. Non è uno dei migliori film di Scorsese, ma regala l’impressione di un’emozione autentica, un omaggio sincero al cinema e al fascino dell’illusione, che Martin Scorsese ha la statura e l’entusiasmo necessari per mettere in scena. La storia si getta alla ricerca delle radici del cinema, fino a concentrarsi sulla figura di Meliès e sui suoi trucchi artigianali e lisergici. Del cinema c’è la storia, l’emozione, e il puro meccanismo, che attraverso la ricostruzione di un automa, la coincidenza di rondelle e ingranaggi elegantemente ottocenteschi, si fa semplicemente magico.

Seguendo le avventure di Hugo Cabret, alcuni momenti sembrano dedicati ai più piccoli, altri riferimenti sembrano comprensibili solo per lo spettatore più cresciuto (meglio se con una vena cinefila). Ad ogni modo, le scene migliori sono quelle in cui il regista sembra davvero divertirsi un mondo, e ne approfitta per lasciar coincidere completamente la “novità” del 3D col primitivo cinema delle attrazioni, di cui Meliès era senza dubbio l’artefice più visionario e spettacolare. Quasi a portare ad abbracciarsi le due anime di quello spettacolo, Scorsese inserisce nel suo film un “remake” dell’Arrivo di un treno alla stazione, lasciando che il primo filmato dei documentaristi Lumière incontri la follia di Meliès, e ricordando al pubblico la reazione degli spettatori del 1985, così come leggenda vuole.

Mentre Scorsese per risalire alla nascita del cinema si ritrova inevitabilmente a Parigi, in queste stesse settimane il parigino Michel Hazanavicius torna con The Artist al cinema muto, con un occhio sulla strada tracciata da un classico statunitense, Cantando sotto la Pioggia. Ma Hazanavicius non è un regista – padre, da cui si ha sempre da imparare, e neanche un regista – fratello maggiore, come Jarmusch, che tutto quel che fa è fico. Dietro l’ammirazione per la poesia, la delicatezza e il coraggio che sarebbero di The Artist, si scorge una certa artificialità.

Il film vive di piccoli espedienti e sembra far sfoggio di un’innocenza che per un film muto risulta parecchio urlata. Cito necessariamente la bellezza di Bérénice Bejo e la bravura di entrambi gli interpreti, per quanto anche questa esagerata dalla critica, irrimediabilmente rapita dalla performance di Jean Dujardin. Ma se Scorsese ha il pregio di mettere tutto in evidenza, con la gioia di poter mostrare l’impossibile e l’invisibile, The Artist è un film che si nasconde dietro una confezione, un esercizio di stile che non suscita nostalgie e, pur vivendo di citazioni (più che di omaggi), appare isolato: ha dimostrato il fiuto necessario per individuare un vuoto stilistico, e l’ha già più che saturato.

Hugo Cabret: 3,5/5

The Artist: 3/5

Annunci

14 thoughts on “Hugo Cabret (Martin Scorsese 2011), The Artist (Michel Hazanavicius 2011)

  1. The Artist sicuramente sopravvalutato come film, storia vecchia e prevedibile. Salverei il cagnolino che mi pare il più convincente.

  2. ciao bluscuroquasinero, bel nick. mi mancano solo molto forte, incredibilmente vicino e paradiso amaro, dei candidati agli oscar come miglior film. più della metà dei titoli mi sembra più o meno sopravvalutata.
    il cagnolino è simpatico per natura, e come fai a non salvarlo? però rientra alla perfezione nella storia vecchia e prevedibile.

  3. mi hai convinto a vedere Hugo Cabret, ti odio.

    però l’espediente del film muto per rappresentare la paura di essere rimpiazzato attraverso l’irrompere del suono è caruccio, dai. il cane ha vinto un premio mi pare.

  4. anche paradiso amaro mi ha un po’ deluso, a mio avviso Payne ha perso l’ironia e il mordente dei suoi primi film

  5. io the artist continuo a difenderlo strenuamente. e mi spiace leggere tante recensioni che lo definiscono come operazione un po’ fredda e di comodo.
    su scorsese sposo del tutto la tua frase: “Non è uno dei migliori film di Scorsese, ma regala l’impressione di un’emozione autentica” come voto gliene do anche mezzo in più, ma non cambia molto. è solo questione di emozione personale. ma è evidente che Hugo non riporta affatto scorsese alle sue vette dei decenni passati. vette che forse non ritroveremo più

  6. Hugo Cabret mi ha sorpreso: invero mi è piaciuto! Ho trovato anche molto bravo l’attorino Asa Butterfield. Compostamente convincente.

    andr.

  7. Concordo anche io! Hugo Cabret non è che una favola. Ma gli occhi del giovane attore, la magia degli ingranaggi di mille orologi, la meravigliosa libreria che è dislocata inspiegabilmente all’interno di una stazione ferroviaria..beh. Tutto compostamente convincente. Anche se per Scorsese questo risulta essere il primo esperimento di un modo di fare cinema a lui poco familiare, si può affermare senza paura di essere smentiti che tale esperimento sia riuscitissimo. Treddì compreso! ;-)

  8. affasf, va’ e dimmi. riguardo the artist, certamente non è un film malvagio. è la solita storia delle aspettative, lo avevano osannato e invece tutte le lodi più sperticate sulla poesia e l’incredibile capacità espressiva, e invece in molte cose m’è parso freddo e facile. è caruccio, però è un piccolo film a cui si è voluto riconoscere una voce troppo grossa.

    dark, paradiso amaro l’ho visto ieri e in effetti non è niente di speciale. però, a conti fatti (cioè dopo essermi andato a rivedere la filmografia), payne m’ha sempre detto poco.

    nood, sarà forse il pensiero che the artist sembra avere più chance di vincere l’oscar di tree of life, che mi fa incarognire. riguardo martin, d’accordo per cabret, ma per me già il penultimo shutter island è un grandissimo film.

    andr, vero, l’attorino fa il suo senza dare fastidio.

  9. la prima scena di Hugo, in cui il protagonista corre nei cunicoli tra ostacoli vari e ingranaggi, oltre ad essere cinema puro è la prova della grandezza di Scorsese.

    The Artist non mi è piaciuto, e soprattutto mi ha molto annoiato. Secondo me poteva essere molto più elegante, con una regia più pulita e meno minestrona: ne soffre infatti il ritmo della storia che, da un inizio esuberante, cala cala, non aiutato inoltre dalla marea di, per quanto voluti, stereotipi.
    Poi non lo so, il soggetto… Un film interamente muto che racconta il boom del sonoro.. E’ un po’ come fare un film in bianco e nero sui primi film a colori, in un certo senso.. Un giochetto che non mi ha convinto.
    Il protagonista poi sembra l’unica vittima della crisi del ’29.
    Pochi giorni prima avevo visto La Rosa Purpurea del Cairo, di Woody Allen, ambientato negli stessi anni. Film completamente diverso, eppure quello sì che mi ha fatto venire la “nostalgia” per quello che fu il cinema, come dicevi tu.

    /p

  10. The Artist non racconta un bel niente sul cinema; il sonoro in quel contesto, al massimo, è il pretesto genuino – magari non molto originale – per rappresentare la paura del tizio di essere ostracizzato. Prima di tutto nasce la necessità di raccontare qualcosa, poi i mezzi per imbastirla. Poi che ci siano dei rimandi al cinema è un’altra storia. Personalmente reputo l’idea carina e niente di più, anche perché fondamentalmente è un remake brutto de Il viale del tramonto col lieto fine.

  11. credo sia proprio questo che mi infastidisce, in the artist, il non raccontare un bel niente sul cinema e passare invece per un geniale ritorno al cinema muto, un’operazione di aggiornamento e ibridazione del suo linguaggio. invece, nonostante il film sia in buona parte muto, la confezione nasconde il solito standard. qui (cioè su questo sito) nessuno s’è spellato le mani per il film di hazanavicius, ma nei molti casi in cui questo è successo m’è parso del tutto eccessivo, e si avvertiva l’affanno d’esprimere doverosa fascinazione per l’operazione. detto ciò, l’ho visto senza soffrire e senza gioire, come si conviene a un sofisticato (nel senso di alterato e poco genuino) remake de il viale del tramonto con lieto fine.

  12. Tra i due preferisco Hugo Cabret per molti motivi tra cui quello appunto della nostalgia del cinema delle origini, di quel periodo magico. Però anche The Artist non è male anche se non sembra un film muto, in b/n delle origini ma uno dei tanti film contemporanei.

  13. hola :)
    ecco, proprio l’essere uno dei tanti film contemporanei e spacciarsi per un ritorno a un linguaggio del passato, da considerare poetico e romantico di default, mi rende the artist antipatico. non brutto, ma antipatico sì.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...