Lorax – Il guardiano della foresta (Chris Renaud, Kyle Balda 2012); incontro con Joshua Hollander

Lorax è il nuovo lungometraggio prodotto dalla Illumination Entertainment, la casa che nel 2010, neonata, si fece subito notare col grande successo di Cattivissimo MeDr Seuss’ The Lorax, non da meno, sta sbancando i botteghini statunitensi, e arriverà sugli schermi italiani l’1 giugno col titolo Lorax – Il guardiano della foresta. Il film di Chris Renaud e Kyle Balda, quindi, era una delle anteprime più prestigiose e pubblicizzate del Future Film Festival, e la sala stracolma ha confermato l’attesa.

Tratto da un libro per bambini del Dr. Seuss, autore semimitologico in patria, come le altre sue opere ha un forte impianto morale e in questo caso spiccatamente ambientalista, molte parti scritte in rima e un nutrito parterre di animaletti buffi. Più di Cattivissimo Me, il film di Renaud ricorda l’altrettanto seussiano Ortone e il Mondo dei Chi, creatura del 2008 della Blue Sky Studios.

Thneedville è una città di plastica, dove ogni elemento naturale è stato sostituito da un surrogato industriale, gli abitanti hanno ormai perso memoria di un periodo migliore e si convincono d’essere felici, protetti da grosse mura che celano loro un esterno apocalittico. A comandare la città è lo spiccatamente berlusconiano O’Hare, letteralmente un venditore d’aria, mentre a sconvolgere la situazione sarà Ted, ragazzino in cerca dell’ultimo albero vero. Il film è coloratissimo, spesso divertente (specialmente quando maltratta le sue bestiole bizzarre: orsetti con gli occhioni, papere grassocce, canterini pesci fuor d’acqua), ha un ritmo (a volte fin troppo) serrato, belle forme e architetture ricciolute che ignorano le leggi della fisica. Lorax mantiene quanto promette, senza osare sostanzialmente nulla dal punto di vista narrativo o da quello dell’originalità della costruzione, è veloce e spettacolare, si avvale del doppiaggio di nomi eccellenti come Danny DeVito e Zac Efron e di un 3D piuttosto aggressivo. A voler rompere qualche scatola, suona sempre un po’ strano quando una major assembla per il mercato un prodotto che in maniera tanto ostentata ed esplicita attacca il sistema consumista e capitalista; attenendosi alla favola, Lorax rimane comunque un discreto passatempo.

(3,5/5)

pixar animation studios logo-post01Riallacciandoci al 3D, questo è stato l’oggetto dell’incontro che ha seguito la proiezione, e ha visto come protagonista Joshua Hollander, direttore del 3D di un’altra grande casa americana d’animazione, la celeberrima Pixar. Hollander, affabile e disponibile, ha trattato l’argomento con un approccio piuttosto tecnico, mostrando e ripercorrendo i passaggi che stanno portando alla riproposizione in 3D del catalogo Pixar.

In particolare, è stata l’occasione per vedere scene ancora inedite del rielaborato Alla Ricerca di Nemo, uno dei titoli più amati della casa californiana, i trailer del nuovo lavoro Brave – Ribelle (in sala dal 5 settembre), e altre piccole chicche.

Hollander chiude ogni suo discorso (e lo sottolinea autoironicamente) rimarcando su tutto l’importanza dellostorytelling, la voglia di raccontare storie sorprendenti e che sviluppino un animo spiccatamente “umano” ed emozionale, al di là della natura più bizzarra, animale o meccanica che i personaggi del racconto possano vestire. Sul versante pratico, Hollander mostra come viene modificato il quadro per una buona resa stereoscopica: modifica nella messa a fuoco o cancellazione di elementi che possono risultare di disturbo, identificazione di punti focali dotati di maggiore nitidezza, manipolazione dello spazio in modo da accentuare il senso di profondità. Tutto molto interessante, per quanto di fronte alle cifre che mostrano la crescita esponenziale, anno dopo anno, della fruizione in 3D, viene da chiedersi in che misura questo non sia anche dovuto alla mancanza di alternative, dal momento che molte visioni sono ormai proposte in sala esclusivamente in stereoscopia. Da un punto di vista più spiccatamente umanistico e cinefilo, poi, è lecito chiedersi quanto valga la pena sottrarre luminosità all’opera, guidare lo sguardo dello spettatore a scapito dei dettagli periferici, modificare un prodotto preesistente in nome di un singolo artificio che ha uno scopo quasi esclusivamente spettacolare, e pure opinabile. Ma questo, per il momento, fingiamo sia un’altra storia.

Pubblicato su BolognaCult

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