Hunger Games (Gary Ross 2012), recensione in anteprima

hunger gamesDal 1° maggio al cinema

Hunger Games è la nuova macchina macinasoldi, che attorno a sé sta attirando masse come Twilight e Harry Potter. Ha però poco in comune con i catalizzatori dell’immaginario d’inizio millennio: è infinitamente più appetibile della svenevole saga vampiresca e molto più concreto e sadico dell’ingessato maghetto. Hunger Games, per i suoi numeri e le sue finalità, è un prodotto di tutto rispetto.

hunger games

Tratto dal primo libro di una trilogia scritta da Suzanne Collins, il film di Gary Pleasantville Ross costruisce un mondo fantastico e tecnologicamente magico, a un passo dallo steampunk, ma l’anima del racconto è realistica, sociologica e crudele. Dodici Distretti sono sottoposti alla Capitale, e ogni Distretto ogni anno deve offrire due tributi, un ragazzo e una ragazza tra i dodici e i diciotto anni. I 24, sorteggiati o volontari, dovranno quindi scannarsi fra loro, in campo aperto, finché, come buona tradizione, ne rimarrà soltanto uno. Lo spettacolo dà vita a un reality molto seguito, e ha dunque la funzione d’intrattenere, affermare il potere della Capitale, ed evitare l’insorgere di altre guerre, proponendosi come unica valvola di sfogo per gli istinti violenti. Protagonista è Katniss Everdeen, la Jennifer Lawrence che ha già dimostrato le sue capacità nel singolare Un Gelido Inverno.

Nella prima parte Hunger Games sorprende, anche per l’inusuale visibilità della regia e del montaggio. Nelle scene più incisive, come il radunarsi nella piazza principale di tutti i possibili tributi, il regista non dà quadro d’insieme, raccoglie dettagli in rapida successione, in una descrizione silenziosa e dolorosa. Efficace e asciutto, il film perde una parte della sua originalità quando comincia lo scontro vero, dove evidentemente non può continuare a mostrare quanto e come vorrebbe. In queste sequenze il campo di battaglia viene rappresentato come la plancia di un gioco da tavolo, la regia è totale e onnipotente.

Il soggetto di Hunger Games rimanda istintivamente a Battle Royale; in realtà il film di Fukusaku è più espressamente ludico, e la follia nipponica stempera i messaggi politici nella proposizione di una violenza coreografica e chiusa, che trova la sua forza nella mancanza di spiegazioni. Sono altre le opere più vicine nel senso, come Non Lasciarmi, che detiene il primato di coerenza nella raffigurazione dell’accettazione ineluttabile del proprio ruolo sociale, e Sky Crawlers, dove il sacrificio di pochi per esorcizzare la guerra e le colpe degli spettatori sono raffigurate con simile forza glaciale. Il tema di una sovrastruttura sociale concepita per integrare il singolo in un corpo che impone alle proprie parti funzioni e destinazione, sembra ricorrente in questi anni. In tutte le occasioni il vero oggetto della messa in scena non si trova nel gruppo oppresso, ma nello sguardo esterno che costringe ad accettare il proprio ruolo. Il concetto è espresso con forza anche nei primi due episodi della miniserie Black Mirror, mentre un film come Dogtooth (chissà se riusciremo mai a vedere Alps) rinchiude tutto all’interno di patologie familiari.

Hunger Games inonderà le sale italiane il primo maggio.

(4/5)

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12 thoughts on “Hunger Games (Gary Ross 2012), recensione in anteprima

  1. sarò succube dei pregiudizi, ma questa rece http://biblioklept.org/2012/04/07/i-review-the-hunger-games-film-and-mostly-complain-about-the-jumpy-camera-work/ conferma le suggestioni del trailer; sopratutto quando parla della regia insensatamente spasmodica giusto perché il pubblico cui è diretto il film riesce a sostenere unicamente la dialettica da spot televisivo pomeridiano. poi “sempre meglio di Twilight”, non è proprio confortante come premessa.

    Alps sto tentando di ottenerlo anch’io, sopratutto dopo lo splendido Attenberg (soltanto prodotto da Lanthimos, ma con le stesse attrici e l’eguale attitudine straniante di Dogtooth).

  2. Visto al cinema, anteprima gratuita stasera. Bello senza dubbio, il suo problema principale però è la lunghezza: le due ore e un quarto ne sembrano tre. Le riprese con macchina a spalla sono l’altro lato negativo, ma a parte questo lo trovo un film interessante, soprattutto la visione di una civiltà bizzarra che si veste peggio che negli anni ’80. Mi ha colpito l’inserimento di un pezzo minimalista di Steve Reich quando i 24 scendono dalle pedane e iniziano il gioco; mi ha infastidito (e qui SPOILER)

    la scena della morte della ragazzina, troppo sentimento non giustificato dalla storia; la reazione del suo distretto ci sta, ma le lacrime a fiumi della protagonista e più di due minuti su questo evento mi sembrano pleonastici.

  3. (non ho capito perchè non mi è stato inviato il commento.. non mi sembra ci sia la moderazione..)

    Cmq (sinteticamente) scrivevo che il film, visto piacevolmente in anteprima al cinema, è senza dubbio bello, però è troppo lungo di tre quarti d’ora (sembra un film di tre ore, ecco), e che la macchina a spalla non è una scelta azzeccata, soprattutto se non sei Paul Greengrass e non stai girando un Jason Bourne. Bella la visione di una civiltà bizzarra che si veste peggio che negli anni ’80. Mi ha colpito la presenza di un pezzo di Steve Reich esattamente quando i 24 ragazzi scendono dalla pedana e iniziano a giocare, ma ho trovato troppo sentimentale e inutilmente lunga la

    (SPOILER)

    scena della morte della ragazzina.

  4. mi rendo conto che il confronto con twilight e potter non è dei più invitanti, ma è anche l’unico sensato, rispetto alla tipologia e la finalità del film. che certamente non è un capolavoro, ma, credo, un buon blockbuster. il montaggio concitato in alcune scene della prima parte a me un po’ ha incuriosito, non limitandosi ad alternare semplicemente i piani, ma scegliendo inquadrature molto ravvicinate, di dettagli, che dà una cifra stilistica poi non così commerciale. specialmente nell’adunata dei possibili tributi nella piazza della città, rende bene lo spaesamento e la vertigine dei protagonisti.

    alps e killer joe sono al momento i dispersi che attendo con più interesse.

  5. Penso, viste le molte recensioni positive lette, di essere l’unico pirla a cui non è per niente piaciuto questo film! Per uno come me, legatissimo al giapponese Battle Royale, questo è una copia leggermetne futuristica della versione di Kitano. Purtroppo non riesco a staccarmi da quel mito. Anche io gli ho dato 4… Ma su 10…

  6. ciao shaqino, benvenuto. ho visto battle royale molti anni fa, però i due film non mi sembrano avere troppo in comune (meno rispetto ad altri film che cito su). anche l’autrice del libro, credo non senza ragione, fa notare come il tema dei sacrifici di giovani vite per mantenere la pace risalga all’antica grecia, per esempio ad un mito come quello del minotauro. quello del gioco catartico fino all’ultimo sangue è poi il soggetto anche di altre pellicole futuristiche come rollerball. ad ogni modo, battle royale lo ricordo molto più radicale, violento e nipponicamente folle nel sottolineare il sadismo dell’impostazione ludica, e più chiuso, claustrofobico di hunger games.
    con questo non voglio dire sia mia intenzione difendere ad ogni costo il film di gary ross: i momenti non particolarmente riusciti sono tanti, e la riflessione “sociologica” non è certo delle più potenti e incisive. però già il fatto che ci sia credo sia un punto a favore in un film del genere, che rimane un blockbuster non completamente standardizzato, che si lascia guardare.

  7. ciao jeff. i tuoi commenti erano finiti per qualche ragione nello spam, non dovrebbe succedere più. questi film ormai sembrano dover obbligatoriamente superare le due ore di durata. credo che la logica sia che in un parco divertimenti ci devi stare il più possibile, ed uscirne satollo. sicuramente hunger games è snellibile, però l’ho comunque gestito meglio del classico format mezzo spiegone/mezze esplosioni. qui almeno c’è meno fracasso, e lo spiegone è fatto bene.

  8. Pingback: Black Mirror 2 (Charlie Brooker 2013) | SlowFilm

  9. Pingback: Hunger Games – La ragazza di fuoco (Francis Lawrence 2013). Hunger Games for dummies. | SlowFilm

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