17 Ragazze (Delphine Coulin, Muriel Coulin 2011)

Film indubitabilmente francese, esordio alla regia per le sorelle Delphine e Muriel Culin, prodotto dal Denys Freid dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne. Le Culin portano in patria un fatto di cronaca accaduto nel 2008 in Massachusetts: una liceale rimane incinta e dopo di lei, per scelta, il suo gruppo di amiche, e da lì 17 ragazze in tutta la scuola.

17 Filles probabilmente trova la sua ispirazione in un fenomeno emulativo, una moda dilagata in una scuola degli Stati Uniti in seguito a quanto accaduto a una ragazza popolare. Non è molto importante. L’importante è che il film non trova una linea propria, limitandosi ad adottare un aspetto molto asciutto e serioso. 17 Ragazze ha un tono forzatamente distaccato, colori freddi, scarsissima caratterizzazione della maggior parte dei personaggi. Bene. Quel che non è chiaro è il perché. Spesso il film sembra celebrare la scelta delle sedici-diciassettenni, disegnando l’utopia di una nuova generazione, libera, procreata da ragazze che trovano nella maternità la propria emancipazione dalla famiglia. Progettano di crescere assieme i bambini, affrontano con candore lo sbigottimento (nemmeno troppo marcato) della comunità locale, sono raggianti per la certezza di poter fare meglio dei loro genitori, e senza troppo sforzo. Ottimo. Parallelamente, 17 Ragazze fa del bieco paternalismo, lasciando che tutte e tutti i personaggi sotto i trenta si comportino come dei mentecatti. Pancioni che fumano in continuazione, bevono, corrono in auto, giocano a calcio con una palla infuocata. Sul finale, poi, una voce over del tutto fuori tono ammazza qualsiasi slancio utopistico, qualora ce ne fosse ancora stato bisogno.

Ma allora, appurato che il soggetto in sé, il fatto di conaca, per definizione lascia il tempo che trova, cosa vuole dire questo film? Vuole mostrarsi, è l’unica risposta che posso darmi, e forse anche la più benevola. Mostrare lo sguardo distaccato e minimale di cui si diceva su, che allora diventa posticcio, incapace di fare completamente a meno di una storia ad effetto o di darle un senso, rincorrendo un’idea di cinema desaturato, in realtà profondamente, filmicamente retorico. Incredibilmente, quello che per apertura e impostazione registica sembrava poter essere l’anti-Juno, raggiunge per altre vie la stessa mancanza di sincerità.

(2,5/5)

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