Margin Call (J. C. Chandor 2011)

L’esordio di J. C. Chandor, regista e sceneggiatore, è un classicissimo film catastrofico, o più elegantemente disaster movie. La minaccia, però, non è un asteroide, uno tsunami o dei matti neutrini, ma un’inesorabile valanga di numeri, o un sentirsi mancare i dividendi da sotto i piedi. 2008, inizio della crisi finanziaria, con la deflagrazione innescata dal fallimento della Lehman Brothers.

Dover abbattere costruzioni di numeri invece di grattacieli è un presupposto piuttosto vincolante per l’azione, e Margin Call se la cava con un ottimo cast (Spacey, Irons, Tucci), una regia non invisibile e la caparbia volontà di rendere tutto comprensibile. La storia si svolge interamente nei piani alti(ssimi), fra i dirigenti della grossa istituzione di credito finanziario. Una formula scopre la catastrofe già in atto e la gestione della cosa sale lungo una gerarchia di capi dei capi, fino a un quasi evanescente Jeremy Irons, cavaliere dell’apocalisse capitalista. Irons vive nell’iperuranio, la vista dal suo ufficio domina l’Empire State Building, non si mette in discussione neanche per un attimo il suo essere del tutto diverso da un essere umano comune. Il film si esprime in termini di morti o superstiti rispetto alla catastrofe economica, e le persone normali sono naturalmente spacciate: “fanculo le persone normali” è la conclusione cui si arriva dopo un’amara analisi del funzionamento del sistema.

Margin Call procede con una progressiva semplificazione dei suoi assunti, chiamando in causa figure sempre più potenti e meno a proprio agio con i numeri, esplicitando il problema non sempre attraverso gli espedienti più raffinati, ma puntando tutto sulla chiarezza per mettere in scena dei conflitti comprensibili. Rispetto alle fini del mondo d’origine naturale tutto è più statico e grigio, ma si fanno i conti con una distruzione interamente umana e autoinflitta con sadomasochismo surreale e freddamente grottesco.

(3,5/5)

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8 thoughts on “Margin Call (J. C. Chandor 2011)

  1. mi aspettavo pochissimo e invece sono stato schiaffeggiato a dovere: la regia davvero inusuale per il target aliena, assieme al progredire graduale dell’azione alle diverse latitudini del potere in un’ambientazione eterea che si ravvicina più ad un paradiso materiale e dannato che ad un olimpo economico. cast azzeccato e assenza di moralismo da quattro soldi hanno fatto il resto.

    sentito del nuovo di Queen? a me basta Paul Dano per ben sperare.

  2. Pingback: Cosmopolis (David Cronenberg 2012) | SlowFilm

  3. Good Heart mi ha spezzato il cuore, anche se è decisamente più patinato del precedente Dark Horse, l’unico altro suo che ho visto (la scena degli elefanti non me la dimenticherò mai).

    visto che siamo in tema news: ho appena saputo dei nuovi quattro (4) film di Malick.

    http://mubi.com/notebook/posts/daily-briefing-terrence-malick-overdrive

    alcune foto qua: http://blogs.indiewire.com/theplaylist/christian-bale-natalie-portman-frolick-in-the-surf-in-set-pics-from-terrence-malicks-knight-of-cups-20120531?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  4. di dark horse ho trovato geniale, quanto semplice, l’irruzione del colore, per quel paio di secondi. noi albinoi, l’unico che arrivò in italia, pure mi piacque molto.
    malick ha deciso che da grande vuole fare il regista. è un bel momento.

  5. bello! alla fine più si sale nella gerarchia, meno c’è gente che ne capisce. e tutti si muovono per i soldi e da un certo grado in poi nessuno perde mai. che se ne faranno, poi di tanti soldi? il vero capo di lehman brothers si era appena comprato una casa di 14milioni…
    ob

  6. ecco, cosa siano le divinità create dai troppi soldi, troppi soldi che neanche esistono, credo lo spieghi cosmopolis. feti spaziali e figli dell’economia metafisica.

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