The Raid: Redempion (Gareth Evans 2011)

The Raid: Redempion è uno dei più recenti feticci degli amanti di (inerzia grigia e) film d’azione. Senza, peraltro, avere molto a che fare con un film d’azione. Girato in Indonesia con soldi indonesiani e statunitensi da Gareth Evans, ragazzone gallese evidentemente (e giustamente) innamorato delle figure estremorientali. Affascinato dal silat, arte marziale locale, Evans ha confezionato un film di sola coreografia, l’opera più vicina alla danza vista negli ultimi tempi, assieme a Pina. Fin qui tutto bene.

Una manciata di poliziotti si getta a testa bassa in un palazzo abitato esclusivamente da brutta gente, un residence per i peggio tipi della zona, davvero gelosi della propria privacy. Segue un’ora e mezza di spari, esplosioni e tantissimi schiaffi indonesiani. Ci sono un paio di abbozzi di sceneggiatura, cioè di scampoli di storia che si affacciano senza che in quegli istanti muoiano persone, ma sono abbozzati e superflui, tendenti all’incongruenza nonostante la loro brevità.

King Hu, Tsui Hark, a tratti Ang Lee, qualcuno direbbe anche John Woo ma non io, ne hanno fatti di ottimi film basati quasi interamente sulla danza delle arti marziali, ma hanno trovato una forza nel montaggio e la costruzione del piano che in The Raid manca. Quella di Evans è una regia vituosistica, e i virtuosismi spesso accade che siano noiosi. C’è una ricerca costante della sequenza originale, senza possibilità di digerire quella appena passata, con una frammentazione continua dell’azione e del quadro, in una frenesia della macchina da presa che sente l’obbligo di tenere il passo col succedersi velocissimo e ininterrotto dei colpi. La frammentazione del ritmo interno avvicina la consistenza a quella di un’immobile poltiglia, e il dover ridestare continuamente la razionalità per riconoscere le indubbie capacità atletiche degli attori, rincorrendo e ricostruendo gli spazi e i movimenti dispersi dei corpi, impedisce la sospensione e soprattutto stanca.

(2/5)

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