Moonrise Kingdom (Wes Anderson 2012). La rabbia giovanissima di Suzy e Sam.

L’intera filmografia di Wes Anderson si sviluppa come un succedersi di variazioni sul tema. Il regista lo dichiara apertamente, presentando in apertura di Moonrise Kingdom una sinfonia di Henry Purcell scomposta nelle sue diverse parti strumentali. Il tema di Anderson tocca i legami familiari fatti di incertezze individuali, ma più in generale riguarda la necessità di costruire una poetica definita per poterli raccontare, e per raccontarsi a sua volta. I personaggi dei suoi film sono consapevoli dello schermo, della sala, del pubblico, delle particolarità del loro mondo e di quanto questo sia vicino a un palcoscenico teatrale. Sono loro a ostentare distacco dallo spettatore e dalle proprie vicende, finendo per realizzare una strana complicità. Osserviamo Suzy e Sam, i protagonisti dodicenni del film, mentre sanno di essere osservati; a volte ricambiano la curiosità, più spesso sono occupati a mettere in scena la propria vita.

Se Fantastic Mr. Fox perdeva molto nella mancanza di umanità dei suoi attori – è necessario che tutto sia quanto più vicino al reale, perché la trasfigurazione possa essere efficace – Moonrise Kingdom è una delle opere più riuscite di Anderson, e la variazione sul tema porta i suoi toni fantasiosi e malinconici ad abbracciare quelli della fiaba, in un incontro del tutto naturale.

Come in ogni favola, la posta in gioco è molto più alta di quanto sembri, e al centro ci sono sentimenti, rivelazioni, dolore, dubbi, tutto quanto possa indicare la difficoltà della crescita – mentre l’immaturità è un’esclusiva degli adulti – e la mancanza di tatto che caratterizza l’esistenza. Si comincia con la fuga, per i boschi, con un giradischi, un gatto, dei libri e vari altri oggetti meravigliosamente superflui, ostentando un piglio fra nouvelle vague e ribellione tipicamente americana, bisognosa di grandi spazi. La rabbia giovanissima di Suzy e Sam alla ricerca della felicità. E trovarla non è neanche difficile: rispetto agli abitanti delle Badlands di Malick i ragazzini di Anderson hanno il vantaggio di essere meno sensibili alla noia e più affascinati dalla scoperta. Ad ogni modo la vita reale, incorniciata dalla spontaneità della ricerca nella natura, è anche qui negata dagli obblighi sociali, dalla forza invincibile della normalità.

Con le sue sezioni del mondo che espongono l’operosità da formicaio, i richiami alle semplificazioni dell’animazione per restituire un’azione sempre più concettuale ed estetica, Anderson firma uno dei suoi film più astratti e dolorosi, ritrova tutta la sua immediatezza e attraverso la fiaba può inscenare il più falso e malinconico dei lieto fine.

(4/5)

Al cinema dal 6 dicembre.

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8 thoughts on “Moonrise Kingdom (Wes Anderson 2012). La rabbia giovanissima di Suzy e Sam.

  1. questo nuovo Anderson ha bisogno di essere metabolizzato, ed è stato difficile per me accettarlo. la svolta concettuale e puramente estetica raggiunge il suo acme nella scena del fulmine, totalmente staccata dal prosieguo narrativo; un vertice che a mio parere segna un acuimento nell’eccesso iconografico dello storytelling, ed al tempo stesso una consacrazione per essenzialità stilemica (nel senso di essenza, anche perché lui è sempre ridodante nell’esprimere le sue affezioni).

    per la sintesi di tematiche e colpi d’occhio mi piace paragonarlo al Settimo Sigillo; e nel suo allontanarsi progressivo dalla trama, nel trascendere personaggi e situazioni, compie una vicinanza sbalorditiva (ed esilarante) al capolavoro di Bergman.

    questo è un Anderson difficile e spero ce ne saranno altri della stessa levatura.

  2. credo che (quasi) tutti gli anderson richiedano più attenzione e metabolizzazione di quanto non si sia solitamente disposti ad ammettere. qui forse lo scarto fra forma e sostanza è più accentuato, senza con questo voler sminuire nessuno dei due aspetti. sono contento che ti sia piaciuto, e mi solletica il tuo accostarlo al settimo sigillo. dal film di bergman mi separano vent’anni, e rientra nella lista delle cose che prima o poi dovranno essere riviste.

  3. Pingback: Un’estate da Giganti (Bouli Lanners 2011) | SlowFilm

  4. Visto da poco in lingua originale. Gran film. Il mio preferito di Anderson. Passo.

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