Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (Peter Jackson 2012)

lo hobbitSarò diventato più morbido, nella malleabilità della mia ormai piena tardoadolescenza, ma Lo Hobbit m’è parso più divertente, più svelto e gradevole dei maggiormente epocali Signori degli Anelli.

La recente cinematografia d’ispirazione tolkieniana segue il destino di interi popoli, inscena guerre fantasmagoriche, riportandoci agli orizzonti dei colossal anni ’50, alle radici dorate e avventurose del cinema hollywoodiano, a sua volta ipertrofico e destinato a travolgere l’immaginazione della masse. Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit sono i titoli che oggi con più spontaneità e naturalezza riportano il cinema a quella dimensione orgogliosamente esasperata, al suo delirio creativo più spettacolare e strutturato, e che tutto nasca da un regista neozelandese, cresciuto con splatter irridenti di cui sembra aver conservato una certa dose di artigianalità, rende la cosa ancora più spassosa.

Lo Hobbit racconta una storia di sessant’anni precedente a quella della compagnia dell’anello, trasponendo l’omonimo scritto di Tolkien non paragonabile, per imponenza e impatto sull’immaginario comune, alla successiva trilogia. Ed è sostanzialmente un bene. Ne Lo Hobbit si ritrovano molti personaggi, gli spazi, le avventure, ma il film soffre meno dell’immancabile paragone col testo d’origine. Martin Freeman, già Watson per la serie Sherlock, è un ottimo Bilbo Baggins, ricco di contegno britannico e connessa autoironia. Lo segue sullo steso tono il grande Ian McKellen, un Gandalf a cui il grigio dona più del bianco, sdrammatizza e regala una silhouette da Jethro Tull.

Uno hobbit è per vocazione uno spettatore: vive nella Contea, in una casa in legno piena di suppellettili, probabilmente colleziona statuette thun, ama i fuochi d’artificio. L’avventura lo risveglia dal torpore, lo spettatore si riscatta dalla sua condizione e va incontro a creature fantastiche che ignoravano la sua esistenza. Uno hobbit è un concentrato d’istintiva razionalità, una funzione destinata alla definizione dell’equilibrio. Ma prima della soluzione sarà un continuo combattere, nascondersi, fuggire, in un serrato susseguirsi di incontri e scontri con elfi vegani, orchi orribili e troll con l’animo da chef. Film estremamente dinamico e spesso votato alla pura azione, Lo Hobbit ha un carattere fiabesco sia nell’impostazione dei personaggi che nelle scelte visive, che ricordano le morbidezze dei cartoon disneyani.

Un film forse meno coinvolgente per chi ama le atmosfere solenni della prima trilogia, ma in qualche misura più libero e piacevole, se ci si vuole godere un’avventura fra luoghi e personaggi fantastici, avvolti da un’appropriata ingenuità.

(4/5)

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6 thoughts on “Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (Peter Jackson 2012)

  1. A me invece ha annoiato da morire. Nella prima ora, quella ambientata nella contea, se non ci fosse stato l’impatto con la tecnica HFR non so come avrei fatto a reggere. Poi è vero, le cose migliorano un po’, anche se Radagast è penoso. Per non parlare del fatto che di Smaug si vede una zampa la coda e una palpebra che si apre.

    E’ vero che non ha i complessi che aveva la precedente trilogia (film sopravvalutati, sono d’accordo con te) nei confronti del Signore degli anelli, ma è anche vero che Lo Hobbit ha dei complessi nei confronti della trilogia di cui costituisce il prequel.

    Molto interessante invece il discorso che fai sull’hobbit che da spettatore diventa parte delle avventure che prima aveva sempre letto o sentito. Mi ha molto ricordato quello che succede in Déjà vu di Tony Scott, film che sicuramente non sarà fra i più riusciti del regista ma che adoro.

    Ciao e auguri

  2. ciao pillole, e auguri a te. chiaro che smaug se lo sono conservati per il gran finale, qui si punta sull’orco albino. lo hobbit parrebbe un film minore, rispetto all’impatto del signore degli anelli, ma credo sia inevitabile, visto che meno epici sono i personaggi, le vicende, il registro. non sono sicuro, però, che questo sia un male. il succo è che preferisco uno spettacolare baraccone milionario che faccia spettacolo, rispetto a uno spettacolare baraccone milionario che faccia spettacolo e provi a creare mitologia e cinema “alto”, senza avere la necessaria libertà per farlo.

    déjà vu, in verità, mi ha fiaccato come praticamente tutto quanto ho visto di tony scott. è lì che c’è un computer che indovina cosa c’è nelle zone non visibili di un video, tipo alle spalle di una persona presa frontalmente? comunque, il suo montaggio frullato fino alla poltiglia ha reso inapprocciabile anche domino, che sulla carta è per me il più interessante.

  3. Lo Hobbit è fiabesco, divertente e divertito come doveva essere.
    Il piacere di lasciarsi trasformare in un mondo fantasy indiscutibilmente coinvolgente (senza la fretta di narrare tutto, che si avvertiva nell’altra trilogia) permette di passare sopra anche alle forzature hollywoodiane.

    Martin Freeman ECCELLENTE.

    Credo vada rivisto in lingua originale… riguardatevi il trailer e ditemi se la canzone dei nani, non doppiata, non è da brividi!

  4. sì, in lingua originale sembra un film più serio. la canzone è meglio ma anche perché qui fa solo da sottofondo ad altre immagini.

  5. Pingback: Lo Hobbit – La desolazione di Smaug (Peter Jackson 2013), Thor – The Dark World (Alan Taylor 2013) | SlowFilm

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