Cloud Atlas (Lana Wachowski, Andy Wachowski, Tom Tykwer 2012)

clou atlas slowfilm recensionepubblicato su Bologna Cult

Cloud Atlas è il colossal made in Germany che coinvolge una moltitudine di storie e personaggi, dentro e fuori dallo schermo, avanti e dietro la macchina da presa. Adattamento del romanzo del 2004 L’Atlante delle Nuvole di David Mitchell, il progetto Cloud Atlas parte da Tom Tykwer (regista di Lola Corre e Profumo) e richiama già in fase di scrittura i fratelli Wachowski. Quei Wachowski che con Matrix hanno scritto i loro nomi a caratteri cubitali nell’immaginario cinematografico a cavallo fra due millenni, e che dopo non sono più riusciti a proporre opere altrettanto apprezzate. Quel Larry Wachowski che negli ultimi mesi ha fatto parlare di sé per il suo gioioso cambiamento in Lana e che, come accadde anche con Matrix, continua a nutrire i suoi film delle proprie esperienze personali.

Come tutte le grandi produzioni, e in particolare quelle che vogliono veicolare messaggi importanti in una confezione altrettanto appariscente, Cloud Atlas sta facendo tanto e variamente parlare di sé: dai toni entusiastici che scorgono nell’opera una grandezza epocale, alla stroncatura del Time Magazine, che la iscrive in cima all’elenco dei peggiori film del 2012.

Il film nelle sue quasi tre ore svolge in montaggio parallelo ben sei linee narrative, disseminate in un arco temporale che va dal 1839 al 2321. Dalla parabola sulla schiavitù alla storia di un giovane compositore bisessuale intento a comporre il tappeto musicale che unisce tutte le storie; dalla giornalista coinvolta in un’enorme cospirazione all’anziano editore recluso in un ospizio; dai cloni sfruttati e privati d’ogni diritto alla società postapocalittica e primitiva, sospesa fra brutalità e desiderio di redenzione. Ogni storia racconta un tema forte, denuncia diversi tipi di discriminazione, ed espone in trame quasi sempre drammatiche la necessità del rispetto, dell’uguaglianza, della solidarietà, della partecipazione e naturalmente dell’amore.

L’aspetto più interessante e innovativo di Cloud Atlas è però sostanzialmente tecnico, di linguaggio, e risiede della macrostruttura che persegue un montaggio ritmato, spesso serrato, delle diverse parti. Si ricercano spesso raccordi visivi, tematici, ponti sonori e ideali che possano unire la frammentazione delle sei storie senza far pesare sullo spettatore il continuo avvicendarsi di luoghi, tempi e personaggi. Attraverso una creazione di legami per niente semplici, ma che finiscono per apparire naturali, gli autori evitano la mera successione di storie indipendenti e creano quell’intreccio di rimandi interni che regala al film una dimensione unitaria. Ad agevolare questa compenetrazione dei racconti i diversi attori, primi fra tutti Tom Hanks e Halle Berry, recitano in più di un ruolo (trasformati da trucchi non sempre convincenti, c’è da dire), in alcuni casi anche cambiando sesso.

Se dal punto di vista della fruizione il film presenta soluzioni interessanti, è sul piano contenutistico che questa ragnatela d’eventi non può dirsi completamente riuscita. Le storie sono dense di corrispondenze evidenti, eppure si tratta di accorgimenti in massima parte estetici e superficiali, mentre i rapporti fra causa ed effetto che attraversano trasversalmente la pellicola sono blandi, tanto che eliminare dall’opera una o due storie più deboli non ne comprometterebbe la comprensibilità.

Cloud Atlas si mostra, quindi, come una grande opera dai toni prevalentemente melodrammatici, che può affascinare per la sua imponenza, per l’evocazione di un gran numero di emozioni e per la costruzione di alcune scene visivamente d’impatto, specialmente nei segmenti futuristici. Non riesce, però a incarnare completamente quell’ideale sinfonico a cui sembra aspirare, compromettendo in questo modo la forza e l’efficacia dei suoi molteplici messaggi.

(3/5)

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7 thoughts on “Cloud Atlas (Lana Wachowski, Andy Wachowski, Tom Tykwer 2012)

  1. condivido tutto e aggiungo che non mi sembra addirittura di aver notato alcun legame tra l’episodio del nucleare e quello del clone, se non quello strettamente temporale. poi come si fa a congedarsi con un sincero messaggio di speranza per l’umanità dopo The Turin Horse?

    ultima cosa, ma non per questo meno importante: Halle Berry si è rifatta le tette? quando scappava dai cattivy le ritornavano in faccia. avrà sudato un casino.

  2. turin horse è un epitaffio che neanche ci meritiamo.
    non ho notato questo sballonzolamento nella berry, perché sono una persona distratta. però mi sembrava piuttosto rimpolpata in toto. forse dipenderà da questo, che tette finte la vulgata vuole siano marmoree ed immobili.

  3. Visto ieri.
    Concordo sostanzialmente con la recensione… a tanta bella struttura, ambiziosa tuttavia artificiosa, fa da contrappunto un insieme di episodi che presi singolarmente sarebbero poveri.
    Io però ho trovato assai deludente, a livello di idee e di impatto visivo/scenografico, la parte futuristico-distopica: davvero niente di nuovo a parte le strade di gas fluorescente.

    Personalmente ho trovato la chiave di lettura dei collegamenti (che poi è la cosa migliore del film) dopo un’ora o più, e questo ha influito negativamente sul mio godimento di tutta la prima parte. Da rivedere.

  4. tutto sommato mi sa che hai ragione, sulle scenografie futuristiche. però la stanza ologrammata ha un suo stile, quella è bella.
    da rivedere? non so, non credo che lo metterò fra le priorità.

  5. mammamia che cesso ‘sto film! menomale che t’ho letto e non sono andato al cinema a vederlo: sei stato pure generoso! sembra una parodia, tipo “superfantozzi”, cioé una raccolta di parodie di generi diversi – anche di matrix, tra l’altro. i fratelli wachowski si sono comportati come homer quando deve organizzare lo spettacolo del superbowl: ha un sacco di soldi e nessuna idea e continua a ingaggiare acrobati, scimmie ammaestrate e alla fine pure gesù (nella persona di ned flanders). qui effetti speciali brutti e trucchi inutili ed eccessivi che fanno sembrare gli attori decisamente strani – e in alcuni casi gli donano un’espressività da ritardati, se posso essere scorretto politicamente. e poi che messaggio fa passare? che gli uomini restano sempre le stesse merde nel corso della storia, chi comanda e chi obbedisce, soldi e sesso, tranne qualcuno ogni tanto che fa un bel gesto, una goccia nel mare? ideologia borghese allo stadio puro! “l’oceano é fatto di gocce”, dice uno a un certo punto, ma che dici? le gocce evaporano, per fare il mare servono temporali e fiumi. rivoluzioni, fuor di metafora.
    ob
    p.s. trovo che la coreana abbia qualcosa di kitano nelle espressioni facciali, in come muove la bocca, in particolare. e vorrei sposarla per questo.

  6. dottore, credo che visto il momento non proprio fulgido, forse potresti provarci direttamente non kitano.
    sì, questo film difficilmente scolpirà il suo nome nella storia del cinema.

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