Vita di Pi (Ang Lee 2012)

vita di pi slowfilm recensioneVita di Pi è un film grosso, pieno di cose, bello. Tratto dal romanzo di Yann Martel Life of Pi, racconta la tragica avventura del ragazzo indiano Piscine Molitor Patel, naufrago su una scialuppa nel mezzo del Pacifico assieme a una tigre di nome Richard Parker.

Vita di Pi è un film mistico, ma non specificamente religioso; non fugge dalla durezza dei racconti marinareschi – Richard Parker prende il nome di uno dei personaggi del Gordon Pym – ma conserva un registro fantastico che inscena una visione fantasiosamente positiva; al centro ha una barchetta e un solo essere umano, ma riesce a portare da lui il mondo intero.

Ang Lee, autore che si è confrontato con più temi e generi, sempre con un occhio al grande pubblico, dirige una delle megaproduzioni (Cina e Stati Uniti) più interessanti degli ultimi anni. L’uso del digitale è massiccio, crea gran parte delle forme di vita visibili e veste anche i luoghi e le cose realmente esistenti. La computer grafica, però, invece di limitarsi a offrire una realizzazione dell’idea verosimile e realistica del proprio soggetto, si muove verso la definizione di un mondo dominato da una visione poetica; un tratto unificante che immerge lo spettatore in un denso susseguirsi di sorprese, scoperte ed emozioni. Una trasfigurazione che rispecchia la necessità per il protagonista di rendere la sua storia accessibile a se stesso.

Le migliaia di persone coinvolte nella realizzazione di Vita di Pi concorrono alla creazione di una precisa proposta estetica, fatta di meraviglia, di colori brillanti e immagini enfatiche, di grandezze che si contengono e si attraggono fra loro, in un delicato equilibrio fra surrealismo pittorico e persistenza di concreta vulnerabilità.

(4/5)

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6 thoughts on “Vita di Pi (Ang Lee 2012)

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  3. mah… a me ha lasciato l’amaro in bocca, l’episodio dell’isola cannibale (che rappresenta forse il baricentro narrativo) è priva di senso, insulsa, non dice niente, in generale tutto è privo di senso, ci si può vedere dietro qualche metafora vaga, qualche ipotesi costantemente messa in dubbio, il finale è l’abdicazione completa di ogni sorpresa…
    suonerò leopardiano, ma per me è la dimostrazione di come il “dettaglio”, il finto realismo, anche nella potenza creativa del digitale, sia l’antitesi della fiaba e della fantasia… le soffochi quasi completamente…

  4. ciao Davide. senza dubbio le fiabe classiche sono fatte di personaggi archetipici e fasi della narrazione rigidamente definiti. è stato spesso rilevato come, secondo un’ottica strutturalista, a quel modello sia riconducibile la massima parte anche del materiale cinematografico. i dettagli e la gestione dei tempi, allora, diventano essenziali per dare a un’opera la sua dose di originalità.
    vita di Pi, da trailer e impressioni, credevo anche io avesse una struttura molto più semplice e lineare. però una volta visto, il film, si rivela in tutto più complesso e stratificato, accurato, quindi non mi sono sentito tradito per la sua mancata dimensione favolistica. la postproduzione digitale è tutto, ma riesce a identificare una precisa scelta estetica. e piuttosto definita mi sembra anche la scelta narrativa, che non credo soffochi la fantasia, quanto proponga un modo di raccontare in modo fantastico qualcosa di estremamente concreto e doloroso, apparentemente non rappresentabile in un film con un tono simile.

  5. grazie della risposta ;) mi riconcilia un po’ col film: “raccontare in modo fantastico qualcosa di estremamente concreto e doloroso” in effetti notevole il carattere malinconico a dispetto dell’avvio leggero… e sicuramente un prodotto originale…

    però… davvero non riesco a trovare il senso di disegnare in digitale delle cose plausibili, con precisione fotografica documentaristica, ma totalmente irreali e assurde, come la balena luminosa, l’atollo fatto di piante e pieno di finti lemuri… ecc ecc… il tutto senza un motivo chiaro…
    alla fine del film il regista ci manda a casa con la pochissimo consolatoria idea che se l’avventura del protagonista non è stata vera è stata un’invenzione e dobbiamo noi decidere !!!

    cioè : dobbiamo decidere fideisticamente o meno se il protagonista inventato di una storia inventata crede alla propria storia assurda o se ci crede perchè è pazzo o ha semplicemente finto di crederci… lo trovo un pò demenziale, teologicamente parlando :)

    in pratica, per me, il film è decostruttivo… anche nel registro…
    inizia come una commedia simpatica e avventurosa e finisce per essere un film crudele e malinconico, si finge fideistico, ma in realtà è agnostico, muore tutta la famiglia del ragazzo protagonista in un maremoto, ma sopravvivono miracolosamente alcuni animali da zoo, i quali si scannano su una barchetta che non si sa come non è affondata in un maremoto che non ha risparmiato una nave immensa. lui cerca di fare amicizia con una tigre, unica superstite che se potesse lo sbranerebbe ad ogni istante per tutto il film, confermando il monito del padre repressivo che gli diceva di tenersi a distanza dagli animali feroci e che l’uomo non può comunicare con loro… amara lezione del film: gli animali restano animali, non c’è comunicabilità con loro… tu puoi salvargli la vita ma loro poi non si girano nemmeno a salutarti…

    ma scusa? hai la potenza del digitale, ti vuoi inventare una storia, perchè non metterci qualcosa di avventuroso, o fantastico (vedi avatar) … o trascendente? invece solo dramma, crudo materialismo documentaristico e fideismo ipotetico, ma allora perchè non usare un registro realista??… in pratica è come adescare un bimbo con un film con babbo natale per fargli vedere che forse è solo una triste invenzione, ma che se proprio vuole può crederci lo stesso… e comunque le renne è meglio non toccarle…

    scusate, sono davvero infantile :)

  6. se ricordo bene (cosa non scontata, perché è passato un po’ di tempo) alla fine la costruzione è dichiaratamente posticcia: ogni animale sostituisce un essere umano, ed è il modo in cui il protagonista difende se stesso mentre racconta una storia atroce. questo non cancella la sostanza di quanto abbiamo visto, ma rende il tutto una trasposizione favolistica e romanzata del reale.
    riguardo l’uso del digitale, ripeto, mi sembra siano state fatte delle scelte estetiche così evidenti, coerenti e definite (nonostante a questo film abbia lavorato praticamente tutta l’India) che tutto quanto vediamo ha una dimensione legata solo alla realtà di questo film, cioè una dimensione fantastica. alcune scene più “criptiche”, cioè non legate a una corrispondenza diretta con cose accadute secondo la spiegazione finale, credo siano qualcosa a metà fra una raffigurazione di stati d’animo (un’isola cannibale, piena di ossa e di acqua avvelenata è qualcosa di più vicino a una sensazione che a un luogo geografico) e il richiamo ai temi religiosi/fideistici dell’incipit.

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