Antiviral (Brandon Cronenberg 2012)

antiviral cronenberg brandon slowfilm recensioneBrandon Cronenberg è figlio, e non lo nasconde. Antiviral insegue l’ossessione per le ossessioni del primo David Croneberg (adesso siamo almeno al terzo), ne ricerca l’amore per le mutazioni autodistruttive, le fusioni, le nuove forme di vita, lo schifo. Lo fa in maniera più educata rispetto agli eccessi geniali e profetici del padre, ma dimostra anche di avere un’idea di cinema in cui tutto sommato sembra credere sinceramente – scene secche, tagliate col bisturi, immagini fintamente asettiche, fredde ma in qualche modo incerte.

Antiviral racconta un tempo e un mondo in cui esistono agenzie che inoculano a chi ne faccia richiesta, e dietro adeguato compenso, le malattie delle celebrità. Ambientazione sempre (pseudo)ospedaliera, bianche geometrie virate verso la nausea, puntualmente macchiate da fiotti di sangue rosso scuro; protagonista Syd March, malaticcio impiegato della clinica Lucas, che oltre a fare il suo lavoro si dedica alla pirateria dei suddetti virus, adoperando il proprio corpo come contenitore.

La morbosità, la dipendenza, il parassita e l’ospite, la ricerca di una figura cui accordare la devozione che spetta alle divinità sono i temi subito evidenti. L’individuazione di un soggetto originale e intrigante è riuscita a metà. Il concentrarsi sui virus porta con sé un utile corredo estetico e il tema forte della malattia rivisto in chiave paradossale, ma di per sé condividere il morbo del proprio idolo non consente un vero contatto con lo stesso. Il virus non assume niente del corpo che lo ospita, quindi non consente nessuna condivisione nel passaggio da un soggetto all’altro. La comunione è solo ideale e affettiva, un legame debole rispetto all’insistenza sui corpi, i fluidi, la confusione degli stessi e l’adorazione dell’individuo. In un certo senso risulta più centrata una storia a margine, che mostra delle colture cellulari vendute come “bistecche di celebrità”, finalmente cristianamente ingerite e assimilate, nel corpo e nel sangue.

Lo stesso ruolo delle celebrità non è chiaro: esteriormente perfette, trattate – e forzatamente mutate – come esseri ultraterreni, l’ossessione per le stesse rimane rinchiusa nelle stanze che ospitano il film, senza che la ricerca del legame e la passione mostrino la loro influenza nel mondo reale, sulle masse; tutto rimane nei limiti dell’adorazione malata di pochi individui. La possibilità, poi, che in scena sia rappresentata la semplice insofferenza verso il feticismo e l’adorazione con cui i fan di David Cronenberg devono aver colpito l’immaginazione del piccolo Brandon, dà un appoggio concreto al tema e inevitabilmente lo limita.

Adeguato il protagonista Caleb Landry Jones, sottoutilizzati e poco definiti Sarah Gadon e Malcolm McDowell.

(2,5/5)

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