Fear X (Nicolas Winding Refn 2003)

fear x refn recensione slowfilmFear X è il terzo lungometraggio di Nicolas Winding Refn, quello su cui stava per lasciarci le penne. Imperniato sulla star John Turturro, alla sua uscita non incassò neanche il necessario per coprire le spese. Il thriller psicologico di Refn pretende molto dallo spettatore e anche da se stesso, e non riesce a mantenere tutte le sue ambiziose promesse. Nonostante questo Fear X è un film, cosa che non si può dire di tutto quanto passa per le sale, e offre sia suggestivi momenti di cinema, sia indizi interessanti su quelle che saranno le scelte stilistiche dell’autore.

Harry Caine, vigilante in un centro commerciale, ha recentemente perso la moglie, uccisa da un colpo di pistola proprio nel parcheggio di quello stesso centro. Harry conduce delle indagini personali, utilizzando soprattutto le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, catalogando ogni volto e ricorrenza, cercando indizi e sperando che l’osservazione di un metodo possa portarlo a scoprire il perché dell’assassinio. Durante le sue ricerche troverà anche il momento dell’omicidio, perdendosi nella registrazione indefinita e definitiva del gesto che interrompe l’esistenza di Claire.

Accade spesso che il lavoro di Refn ricordi quello di altri autori, e in questo caso il riferimento più vicino sembra Lynch, anche se il danese riesce sempre a dare un’impronta personale ai suoi film, animati da una cruda e dolorosa sincerità. Fear X è diviso in tre ambienti, quello esterno ricoperto di neve o aperto in un deserto arido e rosso; gli interni che racchiudono il protagonista, un Turturro estraniato circondato dalle pareti delle camere d’albergo, a cui però il protagonista in qualche modo sfugge, perso in un terzo luogo; quello interno, il suo pensiero, da cui viene proiettato quello che vediamo, e dove troviamo i ricordi e le emozioni che scatenano le immagini. Dopo due lavori nervosi e violenti come Pusher e Bleeder, con Fear X il regista ferma la macchina da presa e si concentra sui suoni (qui un tappeto sonoro di Brian Eno), sull’immobilità, l’attesa, la fotografia geometrica di Larry Smith, che lo accompagnerà in quasi tutte le opere successive.

Lentamente si dipana un thriller che ospita alcuni dettagli scontati e forse autenticamente ingenui, mentre si rifiuta di svelarne altri perdendosi in situazioni oniriche. E intanto si comprende come le uniche immagini di cui la verità sia certa siano quelle delle registrazioni di sorveglianza, che tengono ferma l’esistenza effettiva del crimine e impediscono al film di andare alla deriva. Un finale del tutto aperto è in realtà l’unico che possa compiutamente conservare l’incertezza di cosa sia accaduto, e realizzare in questo modo le intenzioni del film.

(3,5/5)

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