Khadak, Altiplano (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2006, 2009). I primi due capitoli di una splendida trilogia sull’uomo, il tempo e la terra.

khadakBrosens & Woodworth è uno dei marchi più interessanti del cinema contemporaneo, fra le poche cose capaci di scatenare frenesia cinefaga: assaggi e ne vuoi di più. I due autori belgi hanno interiorizzato gli insegnamenti dei più rigorosi, significativi ed esteticamente intensi maestri del cinema, e stanno proponendo un’idea artistica che miscela in modo originale elementi realistici e fantastici, verità fotografiche e inganni visivi.

La trilogia nata dalla collaborazione fra i due, conclusa dal magnifico La Quinta Stagione, si apre nel 2006 con Khadak. Ambientato in Mongolia, Paese che i due autori hanno imparato a conoscere con la loro attività da documentaristi, Khadak segue la vita di una comunità di pastori, gli sconvolgimenti che l’intero villaggio dovrà subire quando il governo centrale impone il trasferimento in un’area urbanizzata, arruolando in questo modo manodopera per gli scavi minerari. Poche parole, le immagini che spaziano sulle linee orizzontali della steppa mongola e tornano a cercare le espressioni, gli sguardi, le rughe dei protagonisti, sospesi fra un passato di credenze, sacrifici e tradizioni e un presente, imposto, che molti non riescono a considerare reale o plausibile.

altiplano recensioneIn un progressivo accentuarsi della visione poetica, all’interno dei singoli film e similmente nell’evolversi della trilogia, Altiplano si avvicina alla pervasività dei simboli che sarà de La Quinta Stagione. La scena, stavolta, sono le Ande peruviane, dove si ripete il dramma di una comunità rurale ferita, e letteralmente avvelenata, dall’invasione della meccanica, della presenza evoluta e invasiva della civilizzazione, qui incarnata da scavi che polverizzano le montagne in cerca di mercurio.

Estremamente ricco e complesso questo secondo film, che mostra un’anima puramente tragica e la sottolinea con suggestioni (quasi) magiche, nasce con un sacrilegio e rincorre l’espiazione. La natura e la cultura, il singolo e la comunità, la credenza e la conoscenza sono raccontati con immagini forti, enfatiche e razionali, che sanno attualizzare la forza degli elementi più potenti del linguaggio filmico. Lunghi e vorticosi pianosequenza seguono un’evoluzione impossibile del quadro, mentre l’intrecciarsi delle vite di diversi personaggi propone esplicite riflessioni sulla natura dell’immagine. Al centro un conflitto fra la necessarietà della testimonianza e la paradossale coincidenza con la profanazione della memoria. Un interrogativo a cui il film non si sottrae, mettendo in scena la sua risposta.

L’artificialità delle immagini di Brosens & Woodworth, la radicalità con cui i personaggi vengono messi al servizio dell’opera, non impedisce la persistenza di una sensazione documentaristica, tanto le vicende e i protagonisti sono legati ai luoghi della storia. Come è riuscito spesso a visualizzare Herzog, tutto nasce dalla terra, il tempo stesso nasce dalla terra per ingaggiare con lei una competizione, e lo sguardo del cinema adopera ogni mezzo per raccontarla.

Khadak 4/5

Altiplano 5/5

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4 thoughts on “Khadak, Altiplano (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2006, 2009). I primi due capitoli di una splendida trilogia sull’uomo, il tempo e la terra.

  1. Potentissimo Altiplano, visto qualche anno fa al Lucania Film Festival. Grazie per avermelo fatto ricordare!

  2. Pingback: I dieci film più belli del 2013, ed effetti collaterali. | SlowFilm

  3. Pingback: King of the Belgians (Peter Brosens e Jessica Woodworth 2016). Su Venezia l’aurora belga di un piccolo grande film | SlowFilm

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