La Grande Bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

la grande bellezza slowfilm recensioneContinuano a dialogare a distanza Garrone e Sorrentino, e dopo Reality la risposta de La Grande Bellezza riporta gli autori su un territorio comune. I due registi, infatti, sembrano essere gli unici capaci di considerare il cinema italiano fra i ’50 e i ’60 un modello, invece di una sterile fonte di nostalgia.

Il richiamo a La Dolce Vita è immediato ed evidente, nella struttura frammentaria del racconto, nell’affezione che lo lega al personaggio principale, nel dipingere Roma per raffigurare un’epoca e le visioni che porta con sé. Non si tratta però di un omaggio, un tradimento o un velleitario sfoggio di ambizioni – espressioni frequenti quanto di facile realizzazione -, quanto della capacità di un regista come Sorrentino, uno dei pochi che ancora si preoccupi di fare cinema, di tornare su un discorso già cominciato, per ricordarne il linguaggio e aggiornarlo, continuando la storia come si potrebbe fare con le pagine di un diario. Il diario dell’Italia ci ritrova invecchiati, e alle prese con dei riti svuotati di qualsiasi valore culturale, sostituendo un mondo, che si ostinava a festeggiare qualcosa di paurosamente effimero, con le danze di gruppo sulle macerie.

Ad evitare che il tutto possa prendere il sapore di una depressa reprimenda, la costruzione da parte di Toni Servillo di un personaggio meravigliosamente fuori tempo massimo, un Totò a Capri più colto e autocritico, ma dotato di altrettanto pragmatico cinismo. Dialoghi ironici e sospesi, alcuni così ostentatamente sopra le righe che da soli potrebbero bastare a farmi amare un film. Ma c’è anche il talento visivo di Sorrentino, che ricorre a virtuosismi e movimenti di camera inseguendo un abbellimento visionario che trova anche immagini, come nel raduno di fenicotteri, così evidentemente false. Ma si deve essere disposti, al cinema, ad accogliere la poetica del falso, piccole stille d’assurdo, così come sarebbe ora di considerare superflue le riflessioni su una sceneggiatura sfilacciata o incompleta, perché già ne abbiamo viste troppe tirate a lucido e sicure della forza del proprio messaggio. La sicurezza e la certezza fanno parte di un atteggiamento e un’ambizione ormai imperdonabile.

Al centro de La Grande Bellezza non c’è la storia di Jep Gambardella, giovane rivelazione della narrativa e successivamente stanco giornalista di costume e re dei mondani, ma il suo consapevole tradimento dell’ideale. Il dolore per la perdita della bellezza, o anche solo della passione che occorre alla sua ricerca, è il sentimento universale, attuale e intimamente sincero del film di Sorrentino.

(4/5)

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36 thoughts on “La Grande Bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

  1. come sull’annosa questione degli arancini rossi e bianchi, il mondo si divide in due e io a questo giro sto tra i detrattori.
    ma cos’è questo sentimento universale? dove si affaccia? in cosa stava la bellezza persa? da dove sgorgava? a me sembra che si tratti solo di un’aleatoria e annoiata nostalgia borghese di un’origine che non c’è mai stata. cos’era prima jep gambardella? il suo grande e inconfessabile ricordo dell’ex fidanzata – imbarazzante il recitativo di lei per altro – che gli mostra le zizze e gli dice tipo che se lo vuole fare? ecco manco mi ricordo nulla del film da quando l’ho visto un paio di mesi fa, e ciò non è un buon segno. beh, a parte una a tratti pregiata fotografia (virtuosismi però!) e qualche icastico aforisma – in questo sorrentino è un figlio di ‘ndroncchia, una puttana della frase a effetto -, a me ‘sto film sembra la copia della copia della copia, e non tanto del buon fellini (che poi a dire il vero di alcune scene mi torna più ‘giulietta degli spiriti’ come dejà-vu) quanto dello stesso sorrentino. affascinato dagli alti palazzi del potere e dei denari, come lui stesso dice, forse si dimentica un po’ troppo di andare a cercarla altrove, la vera grande bellezza. così finisce per non saperla raccontare. e miagola nel buio cercando di apparare quello che non sa con aironi e giraffe. tanto poi è furbo lui e sa che tutti diremo che cazzo se è felliniano lui!
    e vabbé son stata polemica e crudele, chiedo venia. :) baci e abbracci assai
    sara

  2. c’è del cinema in questo sorrentino (e anche nel precedente, anche quello schifato da molti). ci sono momenti criticati perché eccessivamente ambiziosi e altri perché troppo vacui, come le zizze della fidanzata. e a me questa cosa piace, è un film assieme raffinato e sgangherato. la bellezza, poi, è fare qualcosa che si ritenga necessario fare. che a raccontarcelo sia un borghese annoiato mi sembra prima di tutto sincero. su fellini, che peraltro, se posso dirlo, non è mai stato un mio idolo, ma rappresenta sicuramente la nostra storia del cinema, la vedo come ho scritto su.
    l’ho visto anche io un po’ di tempo fa, credo che un altro giro sarebbe necessario e ho il sospetto che gli gioverebbe.

  3. mi piace molto la tua definizione di bellezza, però fa problema: perché se ce lo viene a dire silvio dobbiamo acclamarlo in quanto patriarca della bellezza. anche lui, porello, fa un sacco di cose che ritiene necessario fare. insomma la sua spudoratezza è molto sincera.
    del resto è lui il vero cinema italiano degli ultimi anni fatto carne. che meraviglia!
    in effetti poi, su fellini orson welles disse qualcosa che – in diminuendo però – io penso di sorrentino: “le sue sofisticherie funzionano perché sono la creazione di qualcuno che non è sofisticato. tuttavia mostra spesso segni pericolosi di essere un artista superlativo che ha molto poco da dire”.

  4. eh, silvio. non credo sia un caso che quella che invece vive servillo sia una vita berlusconiana. credo che anche berlusconi non ritenga pagare le minorenni e togliere dignità a un paese qualcosa che costituisca bellezza. dobbiamo metterci nella definizione la costruzione di un po’ di principi morali, il sacrificio, la capacità di costituirsi un’idea di bellezza, e persino un po’ di altruismo. quella che vive il protagonista del film è l’altra faccia di tutto questo, e silvio è lì.
    ero già inciampato in questa esternazione di welles, divertente, anche se mi sembra difficile reinterpretare l’aforisma di un americano su fellini. potrei essere il primo al mondo a dire che la dolce vita non mi fa impazzire, ma non ne ho il coraggio e allora non lo dirò. dirò solo che i due film mi sembrano affini, e trovo quello di sorrentino più vicino e comprensibile.

  5. “…La sicurezza e la certezza fanno parte di un atteggiamento e un’ambizione ormai imperdonabile…”…..
    …..e dunque come non amare i passi “spericolati e coraggiosi” di Sorrentino, che ci racconta il presente, quello che con (inevitabile?…) disdicevole ritardo, ci troveremo a commentare tutti assieme con probabile (e sorprendente) unità di vedute, tra una ventina d’anni?….
    Chi sa osservare e gettare il suo sguardo anche avanti provoca sempre in “Noi” un fastidio insopprimibile.
    Non andate allora incontro al “Moebius” di Kim-ki-Duk, girate alla larga dai “Cani Randagi” di Tsai Ming Liang….

    FRANCO

  6. “MOEBIUS” è un lavoro senza dubbio notevole, capace di esser al tempo stesso “estremo e poetico”………. ovvero come far coesistere l’impossibile.
    Certo a Venezia si sono spaccate le fazioni: alla fine della proiezione c’era chi esclamava “Non ho parole per descrivere la grandezza di quel che ho visto…questo è Kim Ki Duk, altro che PIETA'” e chi dispensava sorrisini sotto i baffi dopo averne generosamente regalati in precedenza nel buio della sala, travolto da evirazioni e pratiche masochistiche.
    E’ un film che racconta cio’ che deve senza preoccuparsi di “chi e come riceverà” (ovvero di noi spettatori): con semplicità e nettezza, senza indugiare nelle mezze misure.

    Una delle cose migliori viste in laguna!

    Molta gente non è pronta a raccogliere opere e messaggi “coraggiosi e poco convenzionali”.
    A tutti gli altri che invece sentono di poterle abbracciare, consiglierei di non perdere il giro.

    FRANCO

    http://effemmecinema.blogspot.it/search/label/VENEZIA%2070%20-%20FESTIVAL%20DEL%20CINEMA%202013

  7. sorrentino (come garrone) ha tante belle idee – musica, frasi a effetto, grandi attori, movimenti di macchina, fotografia… (alcune apertamente scopiazzate, altre veramente tamarre) – ma non ha una sua idea di cinema. il regista, lessi una volta, é un idiota, uno che a qualunque prezzo vuole mettere in scena la sua idea, anche a costo di farlo senza soldi, nel suo condominio, con attori merdici, con effetti speciali in cartapesta. qui tutto il contrario. quest’uomo ha tutti i soldi, gli attori, le scenografie, i palazzi, gli effetti speciali, le musiche che vuole, ma non sembra tirarne poi gran cosa oltre che belle scenografie, bei palazzi, grandi attori, begli effetti speciali e grandi musiche. così la mia impressione é che i suoi film siano fatti un po’ a cazzo di cane. e che siano occasioni sprecate. la musica che spesso sovrasta le immagini, le parole sussurrate e difficili da cogliere e i movimenti di macchina quantomeno arditi devono essere la servizio di un’idea possente, altrimenti anche il buon malick può perdersi (come é tristemente accaduto).

    intendiamoci: non amo poi troppo il cinema-saggio alla godard e non me ne frega niente che qui non ci sia una tesi da dimostrare chiara, né una dimostrazione efficace. potremmo sostituire il termine “idea” con “stile”, “fissazione”, “ossessione” e andrebbe bene lo stesso.

    perciò posso affermare che la cosa migliore di questo film resta il suo essere apertamente aforismatico, nelle immagini prima ancora che nelle parole. é come se sorrentino si fosse detto: ok, non sono abbastanza forte per fare un grande film, mi butto su quello che mi riesce meglio: la scena fica. e anche qui, a volte, é disonesto, perché se ci metti le musiche di gòrecki e una grande fotografia, allora puoi riprendere anche un cane che si lecca il culo, che sembrerà bello e significativo.

    infine, ancora vorrei sottolineare la scandalosa mancanza di coraggio di sorrentino – anche se qui é meno accentuata che nel suo (cessissimo) film precedente. lui va sul sicuro, sempre! e alla fine si deve mettere sempre un po’ di mare, la nostalgia del primo amore, due tette, l’amicizia, le suorine, l’arte, il buon cibo (e il martini e la peroni che impazzano dappertutto)…

    per rassicurare francesi e americani che, in fondo:

    siamo sempre i soliti, noi italiani!

    rispocchiosamente tuo,
    dr. otto bartz, ph.d.

  8. no no no. caro dottore, no no no.
    ora mi scoppia la testa e mi limito a dissentire come una femmina isterica, ma appena posso torno e ti dico la mia più compiutamente. Per ora, due righe.
    L’idea (non la tesi, per carità) c’è eccome, ed è tristissima: il tradimento inevitabile di sé, l’impossibilità di reggere alla propria consapevolezza, la condanna a rimpiangere se stessi, quando di sé, in realtà, neppure si aveva coscienza; è un film sull’autenticità rincorsa e negata, messo in scena, dunque, nel modo più artificioso possibile.
    Tutti i personaggi, Roma compresa (quella di oggi e quella felliniana), sono spezzati tra ciò che è stato (e già tradito in nuce, perché frainteso o ricoperto delle proprie mancanze, inadeguatezze, o aspirazioni implicite) e ciò che è, dove la conoscenza di sé è imperdonabile. E allora tutto è fittizio. Non c’è speranza, non c’è redenzione, si gioca a far finta.
    Poi, ci sono passaggi superflui, alcuni difetti grossolani. Ma più ci penso, più mi convinco che sia notevole.

  9. no, infatti, anche io questa mancanza di qualcosa da dire e la forma esclusivamente “aforismatica” non ce le vedo. come scrivevo anche alla fine del pezzo su.
    poi, sinceramente, che un film debba essere espressione di una necessarietà irrinunciabile, da inseguire anche con pochi mezzi, è un pensiero poetico, in verità molto comune ed espresso migliaia di volte da migliaia di artisti e aspiranti tali, e un pensiero adoperato in questo modo un po’ disonestamente. questa urgenza e precisione espressiva, che sarebbe gratificante cercare non solo al cinema ma in molte delle imprese personali, si vede qualche volta nelle opere che seguono una vita di preparazione. forse sorrentino qualcosa di simile l’ha provata per l’uomo in più, e la cosa vale per riusciti dischi, film, libri, che definiscono una poetica. che poi sia da ricercare la stessa tensione in ogni opera, e che ogni opera sia apprezzabile solo se contiene quella tensione, è una bugia. che nasce dalla voglia di affermare che uno dei rarissimi autori italiani con l’ambizione di fare cinema riesca a lavorare senza un’idea stilistica e contenutistica. è una cosa improbabile.
    ma anche l’elenco di “temi italiani” è un po’ buffo, che qualsiasi cosa se citata con tono sprezzante diventa possibile oggetto di dileggio. che significa che c’è il mare, le suorine e il cibo…? bò. e anche un cane che si lecca il culo, è una delle cose migliori di damnation, di tarr.
    per non dire che persino un this must be the place a un holy motors gli mangia in testa.

  10. E’ notevolissimo!…
    Nella sua triste disamina del presente che guarda al (non) futuro lo è moltissimo!!…
    Tra qualche anno ne converremo tutti, senza le numerose eccezioni di oggi…

    FRANCO

  11. io non so se ne converremo tutti, per la verità credo di no, ed è normale che sia così. però è un film che credo sia sbagliato bollare come vuoto o come collezione di virtuosismi.

  12. guarda che se uno scrive la sua opinione sul tuo blog e si trova una risposta contente giudizi come “bugia”, “buffo”, “disonestamente” ecc. poi non é più divertente discutere. a me mica mi pagano per parlare male di sorrentino, eh, non me ne frega niente!
    ob

  13. però se ti fai i conti anche leggere che t’è piaciuto un film fatto a cazzo di cane, scopiazzato, disonesto, che non fa altro che spacciare topoi italiani ad uso e consumo degli americani, e sentirsi ribadire che quello precedente è cessissimo e si è anche un po’ colpevoli di non aver debitamente sconsigliato, non è il massimo. a me va bene tutto quello che dici, e mi fa piacere se hai voglia di scrivere, però devo avere anche la possibilità di rispondere.

  14. Ma come si fa a non amare questo film ? Posso insistere su Jep ? E’ sempre al centro della festa ma non della sua vita: e ritrova nel silenzio, nel vuoto, nella solitudine dell’alba, quando insonne cammina nella città come disabitata, la speranza che forse riuscirà a tornare a scrivere. Sono momenti di magia, in cui si lascia andare al ricordo di un amore inconcluso della prima giovinezza, quando il suo futuro era intatto e pieno di preziose promesse ormai fallite. Sono le pause dal baccano e dal caos, in cui si può ritrovare la grande bellezza: quella di una città meravigliosa, consegnata ai turisti, invisibile ai romani, talmente stupefacente che il cuore di un turista giapponese non regge, mentre si leva un canto sublime di musica sacra. In quelle vite scontente e incapaci di trovare serenità e senso, Sorrentino fa scivolare via la morte, come un fastidio, un incidente breve, che ha il suo momento solenne solo nell’occasione mondana del funerale. Poi viene cancellata: il vedovo sicuro di dedicare ogni suo pensiero all’amatissima moglie defunta, si consola subito con una nuova, servizievole compagna, la madre che ha perso il figlio va a far beneficenza in Africa, Jep, rifiuta la morte dell’amica come se fosse solo un trucco, «perché prima c’è stata la vita, anche se nascosta sotto il blabla».
    NA

  15. ma quelli sono giudizi sul film, non su di te! e pure a proposito di holy motors dicesti che ero in cattiva fede. non é bello.

  16. io non voglio dire, ma se vai a rileggere su holy motors la mia risposta era alla tua affermazione che quel che avevo scritto l’avevo scritto per pregiudizi verso il francese fichetto, e anche lì cogliesti l’occasione per ribadire quanto fosse una palla cosmopolis. poi, può anche darsi che per gestire queste affermazioni, piuttosto trancianti, che mi sembrano anche queste personali, dal momento che si tratta di un confronto di reazioni personali rispetto a uno stesso oggetto, abbia adoperato dei termini non piacevoli. però, ti ripeto, la mia sensazione è quella di rispondere a tono.

  17. NA, è bello ciò che scrivi. Infatti credo che dalle varie cornici e dagli episodi nasca un quadro d’insieme tutt’altro che scontato o superfluo. Dovrei rivederlo per averne un’idea altrettanto fresca, e mi piacerebbe riuscire a farlo davvero.

  18. essendo i due film (cosmopolis e holy motors) ambientati in una limousine, mi sembra che il confronto ci stesse tutto; e avevo parlato di “giusti pregiudizi” nei confronti dei francesi, per dire che, come sai, ce li ho anch’io. ma non é questo il punto.

    mi spiace, ma penso che tu abbia torto a prendertela per un parere su un film. e no, non é la stessa cosa fare delle affermazioni trancianti su un amico e su un oggetto, per quanto quell’oggetto ti piaccia. ma se ti ho in qualche modo ferito me ne scuso sinceramente.

    tuttavia ribadisco che i miei non sono giudizi sulla persona. anche se ritengo che cosmopolis sia una palla e sorrentino sia brutto, non penso (e non scrivo) che tu sia bugiardo, buffo o in cattiva fede.

  19. no, non è proprio così. se scrivi “credo che l’intellettuale e il meta, o almeno buona parte, ce li hai messi tu. magari a causa di giusti pregiudizi verso un francese fichetto.” vuol dire che ho scritto non in buona fede, ma mosso da pregiudizi. tanto che ribadisci che le stesse cose mi piacerebbero se fatte da jarmusch, e non se fatte da carax. e anche l’accostamento con cosmopolis, credo lo ricordi, te l’avevo fatto io scherzosamente, parlando fra noi, e l’hai ripreso solo per ribadirmi per m’era piaciuto un film di merda. e credo sia abbastanza ovvio che quando la gente si scazza per un film non lo fa per difendere la pellicola del cuore, su cui non ha nessuna influenza reale, ma perché magari sono stati fatti degli apprezzamenti non proprio gradevoli su come abbia interpretato quell’opera. che poi buffo è trovare le ricorrenze nel film, che ha dei referenti culturali come qualsiasi altro lavoro, e un po’ forzato il pensiero che spinge a ritenere degna solo una pellicola mossa da esigenze irrinunciabili, quindi non è difficile riportare tutto al personale o all’opera esterna. se dovessi dirti che ho trovato gradevole il modo in cui hai esposto il tuo pensiero su la grande bellezza mentirei, ma la differenza per me rimane che io ti ho risposto, tu mi hai risposto che non posso rispondere così.

  20. mi dispiace. io parlavo un po’ come quando da ciucchi ci litigavamo sui film. ma per scritto non rende bene, evidentemente.

  21. ma rende pure, però poi non mi cazziare a me, non si può litigare senza litigare. Oscuro, sei un uomo Oscuro. ce devi sta’.

  22. e allora, in tema di insulti,sappi che concordi con natalia aspesi!
    (che é l’ultimo passo prima di mettere le mamme in mezzo, direi).

  23. non ho capito bene qual è il sentire comune, mi sembra che in genere la critica sia positiva, mentre il pubblico è diviso abbastanza trasversalmente. certo che se una organica come la aspesi si schierasse contro un sorrentino o un garrone, il cinema italiano dovrebbe chiudere mezz’ora dopo.

  24. poi mi spieghi il motivo d’inserire il commento della aspesi, fra l’altro introdotto da “Ma come si fa a non amare questo film ? Posso insistere su Jep ?”. non sei oscuro, sei proprio fulminato.

  25. peppe se poco poco lo conosco lui ha inserito ‘la grande bellezza’ nel motore di ricerca forse per cercare voci fighe che gli dessero ragione e invece chi ti appare come primo link? natalia…che dava ragione a te. e lì ha sfoderato la sua indole da bimbomerda. non è fulminato, funziona in modo molto semplice :) mi avete dato momenti di gioia comunque nel vostro accanimento.
    s

  26. no, volevo fare l’offeso: peppe preferisce parlare di cinema con natalia aspesi che con me! ma ok basta.

  27. Pingback: I dieci film più belli del 2013, ed effetti collaterali. | SlowFilm

  28. “La sicurezza e la certezza fanno parte di un atteggiamento e un’ambizione ormai imperdonabile.” Questo è un po’ tirato forse, ma ho il mito del classico e penso sempre che sicurezza e certezza (vedi Pasolini… Olmi (?)… bo) siano cose “possibili” sempre.

    Ad ogni modo secondo me il film conferma che:
    1) Sorrentino è attualmente l’unico (o il più grande) regista italiano dotato di una propria poetica (quel punto di vista estetico riconoscibile tra movimenti di camera, sguardi, parole, musiche fusi assieme).
    2) Ha ripreso il discorso felliniano su Roma o attraverso Roma, non è un “semplice omaggio” ma può anche essere inteso come un “grande omaggio” a seconda di quanto si rimpanga Fellini.
    3) Il contrasto tra una civiltà al tramonto, decadente, brutta, vuota e i luoghi bellissimi che ha ereditato, ma anche tra la vita del personaggio e un suo sogno di bellezza e gioventù, non sono facilmente risolvibili. (…in sintesi è un film sulla decadenza per niente decadente.)
    4) Bello davvero il personaggio della Ferilli, anche lei al confine tra realtà e nulla, schietta e sincera.
    6) Servillo è un grandissimo attore (da notare la curiosità immediata, quasi infantile con cui è attirato dalla figura che si rivelerà un boss della mafia / imprenditore).
    7) …

    Probabilmente vincerà l’oscar, gli “omaggi” alla Roma bella, a Fellini, un linguaggio filmico non provinciale, lo sguardo della ragazza alla fine… potrebbero renderlo appetibile anche là.

    ps: unica cosa che non ho ben capito è la santa, questa sorta di maschera alla mantegna, a lottare invano, mangiando radici e dormendo per terra in hotel di lusso, circondata e fagocitata dal vuoto… troppo simile a madre teresa… non so… una somiglianza un po’ troppo diretta per essere metaforica… comunque anche questa ci potrebbe stare.

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