The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese 2013). Poca paura e molto delirio nell’alta finanza.

wolf of wall strettPubblicato su Bologna Cult

Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. DiCaprio risponde a Ray Liotta a ventitré anni di distanza, replicando: ho sempre voluto essere ricco. I due capolavori di Scorsese si richiamano in molti modi, eppure molto è cambiato in questi decenni, e se il regista faceva cinema già enorme e barocco adesso è stordente, debordante. Nelle scene di The Wolf of Wall Street che corrono e si rincorrono, vanitose, non c’è più spazio per nessun tipo di dubbio, tensione o per il romanticismo che davano all’epopea dei Goodfellas una dimensione ancora umana, una possibilità di affezione.

Forse The Wolf of Wall Street è davvero una delle cose più sincere che oggi possano accadere al cinema. Jordan Belfort è un broker istintivamente tossicomane, puttaniere, fortemente dipendente dal denaro, dall’affermazione di sé e da un mucchio di altre cose. E tutte queste pulsioni vengono messe in scena azzerando il tono drammatico. Lo spettacolo, il circo, è inarrestabile, ma raramente lo abbiamo visto girare in maniera così naturale, senza lasciare niente su cui interrogarsi. The Wolf of Wall Street è cinema che nella maniera più artefatta riporta un pulsante pezzo di realtà, e allora sembra inevitabile confrontarlo con altri pezzi di cinema.

Le droghe classificate e ampiamente sperimentate, la distruzione per accumulazione, Belfort che non riesce a stare in piedi né muoversi per l’assunzione di sostanze davvero stupefacenti, ricordano tanto Hunter Thompson perso nella sbornia di etere di Paura e Delirio a Las Vegas. Ma se dagli eccessi del film di Gilliam affioravano l’amarezza della disillusione e dalle pagine e la vita di Thompson una peculiare ricerca della giustizia e della morale, i lupi di Scorsese nel loro mondo ci stanno da dio. DiCaprio è una sequenza inarrestabile di espressioni spiritate e smorfie animalesche, un essere il cui istinto primario è lasciare una traccia quanto più possibile evidente sul mondo, e farlo lasciandolo peggio di come l’ha trovato. È un involucro, come il film in tutto, ma è anche l’incarnazione di un’utopia impossibile da contrastare, perché già profondamente compiuta dalla realtà.

Matthew McConaughey / Mark Hanna (in dieci minuti costruisce un personaggio e delle scene di grande fascino, poi non torna più) introduce Belfort alle regole della finanza, cioè alla sua assenza di regole e all’essenzialità della masturbazione, non solo figurata. E il mondo della finanza è dato solo come luogo dove tutto può essere reso possibile, non c’è alcuna intenzione di indagare i suoi trucchi e le strategie con cui usano muoversi i suoi adepti. Cosmopolis è l’altro film che indica i padroni della finanza – o i posseduti dalla finanza – come creature eccezionali, ma DeLillo e Cronenberg le rendono entità sì destinate alla dissoluzione, ma ultraterrene e alla ricerca del perfetto e asettico isolamento. Il capitalismo nichilista ed etereo è sostituito da The Wolf of Wall Street e dal testo autobiografico di Belfort da un’orgia sfrenata e pienamente consapevole.

Un’orgia è accumulazione: di corpi, di denaro, di dialoghi perfetti, di storie che si intrecciano e si avvitano, di naufragi, di mascelle e zanne in mostra, è ripetizione senza controllo in una sequenza di scene memorabili che finisce senza un punto

(4,5/5)

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11 thoughts on “The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese 2013). Poca paura e molto delirio nell’alta finanza.

  1. appena visto…sono certa che non fosse il film giusto per il mio stato d’animo del momento…mi ha irritato dai primi 10 minuti.
    comunque, concordo con stordente e debordante, aggiungerei: in alcuni momenti inutile e un po’ sfinente per le eccessive apparenti conclusioni prologo di nuovi riattacchi delle vicende. succede troppe volte nell’ultima ora e alla fine non se ne può più di nuovi risvolti, inoltre la durata (più di tre ore) non è giustificata, direi un esercizio di stile o forse il desiderio di attenersi alla consuetudine.

    resta di caprio che è bravissimo.

  2. Ciao Roberta. Ho dovuto farlo sedimentare un po’, prima di decidere che m’era piaciuto e tanto. Riguardo l’esercizio di stile, è una categoria a cui non credo più, o se devo crederci la identifico come una delle cose più difficili e interessanti da realizzare. Se al cinema prevale lo stile, e il suo esercizio, tanto più in un film dal tema complesso come The Wolf of Wall Street, non posso fare altro che gioire perché l’autore ha preferito fare arte al raccontare storie. E’ uno dei motivi per cui parlo di film sincero, e anche perché credo che il modo più critico di rappresentare il mondo sia riconoscere quanto abbia portato all’usura la narrazione.

  3. forse dovrò lasciarlo sedimentare un po’ anche io…ci penserò, o meglio, ci ripenserò.
    penserò anche alla questione “esercizio di stile”…..probabilmente 180 minuti erano troppi per me

  4. quanto hai ragione sulla narrazione! basta, ne abbiamo abbastanza! qui alla linearità della narrazione – che implica sempre profondità, presa di coscienza, evoluzione, e quindi una certa moralità più o meno esplicita – si sostituisce la circolarità del desiderio, la ripetizione, la superficialità, la trance, la farsa per eccesso, l’oscenità. non c’é nessuna tensione tragica. un film eccessivo perché parla dell’illimitato – il capitalismo, la pulsione – anzi dell’illimitabile, visto che niente fa presa sui protagonisti: né la famiglia, né la società, né lo stato – la santissima trinità del liberalismo occidentale. wall street (anzi, la long island eccessiva di gatsby, dove per la maggior parte il film é ambientato) si abbatte e non si cambia! per me uno dei migliori film degli ultimi anni!
    ob

  5. e vedi che sul terreno adeguato ci ritroviamo, dottore. ad esempio, io ho avuto la netta impressione che la cocaina la soffiasse nel sedere della fanciulla, e non l’aspirasse come ho letto da più parti. tu che ne dici?

  6. la soffiava, é certo, non ho avuto nessun dubbio! del resto é assolutamente razionale: tutte le mucose assorbono la droga e se ci aggiungi l’effetto anestetico locale che in certi frangenti può essere utile… vabbé, insomma, siamo d’accordo.

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