Blue Jasmine (Woody Allen 2013), I Segreti di Osage County (John Wells 2013). Due racconti di solitudini femminili.

blue jasmine slowfilm recensioneDue modi per descrivere la solitudine femminile, entrambi efficaci e terribili. Due scritture attene a definire i propri personaggi, e allo stesso modo interessate a raccontare il loro mondo. Blue Jasmine si muove nel montaggio parallelo di due età differenti, quella in cui Jasmine a Park Avenue è la moglie di un uomo ricco, impegnata a infondere gusto ai suoi eventi mondani, e quella in cui è costretta a trovare rifugio dalla sorella a San Francisco, obbligata a un lavoro da segretaria e circondata da italo americani tendenzialmente antiestetici. In mezzo la crisi, accompagnata da dosi massicce di antidepressivi.

Woody Allen, alla scrittura e alla regia, tratteggia con maggiore realismo gli ambienti alto borghesi che ospitano quasi tutti i suoi ultimi film, mentre assegna ai personaggi popolari una dimensione macchiettistica, pur accordando a questi ultimi qualche possibilità in più: un tentativo di felicità che proviene, probabilmente, dalla maggiore disposizione all’adattamento. Anche dal loro non essere del tutto consapevoli di come dovrebbe andare una vita vera, ma il film questo non è abbastanza crudele da sottolinearlo apertamente, il suo bersaglio è un altro. Il bersaglio è Jasmine, essere la cui maggiore complessità partecipa a destinare alla sconfitta. Il film funziona perché Jasmine, Cate Blanchett, è viva, ed è capace di restituire un dramma dalle tinte insolite, attenuate ma non necessariamente meno intense. Cate Blanchett, come già le accadde nel film di Haynes, non è qui, è al centro della scena ma il suo volto, difficile da fermare nei cambiamenti di luce di espressione, racconta qualcosa che va oltre il suo personaggio. Questa volta una delle sceneggiature più equilibrate dell’ultimo Allen, sempre tendente a rappresentare lo sguardo che esercita su se stesso.

i segreti di osage county slowfilm recensioneDiverso il tono di I Segreti di Osage County. Nell’impianto corale e teatrale che John Wells eredita dal drammaturgo Tracy Letts il realismo si fa tagliente. Il tempo della storia è unico, ma vive in diretta dipendenza col proprio passato, inevitabilmente torbido e ancora denso di dolorose rivelazioni. Nella campagna desertica dell’Oklahoma tre sorelle e varie frange familiari si riuniscono attorno alla matriarca Violet (Maryl Streep) dopo la scomparsa del marito, anziano scrittore che sceglie di mettere fine alla propria vita.

Sono tante le figure di Osage County, tutte in lotta per affermare la propria essenza ed esistenza, in un confronto serrato che pure le vede irrimediabilmente isolate. Wells conferma la preminenza della parola, riesce a completarla idealmente con il silenzio dell’ambiente, che nel dramma prende la forma distesa dell’inglobante deleuziano, e con la forza di immagini che trovano la durezza della terra nei volti e gli sguardi delle donne.

Con una Julia Roberts tesa e perfetta, capace di fare la differenza come non avevo visto in altre occasioni, l’assoluta prevalenza di figure femminili forti e ferite rende ancora più desolante l’anima del film. Le donne, contrariamente ai ruoli salvifici o eroicamente materni a cui il cinema ci ha abituato, si rivelano del tutto inadatte a condividere la propria vita o a entrare in contatto con quella degli altri, e mentre descrivono una famiglia guasta vanno incontro alla scoperta di colpe e segreti dal sapore primitivo.

Blue Jasmine 3,5/5

I segreti di Osage County 4/5

 

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