Inside Llewyn Davis – A proposito di Davis, Shirley – visions of reality, Her – Lei. Solitudini al cinema.

llewyn davis recensione slowfilmIl cinema segue delle correnti, dei modi di sentire e di stare, oltre che delle tendenze e a volte coincidenze. Succede che personaggi o idee, tenuti da parte per anni, arrivino in sala in almeno due versioni, come Hitchcock o Capote, o una particolare soluzione narrativa venga adottata da due film che non si conoscono, o più banalmente la produzione cominci a ruotare ossessivamente su temi come i vampiri, gli zombie, gli apprendisti stregoni. Quella di un sentimento che scorre, casualmente e spontaneamente, attraverso diverse pellicole in un breve periodo di tempo, è invece un’idea più affascinante, che s’insinua nella vita dello spettatore in forme diverse, e lo culla nella confortevole finzione che l’universo segua degli accoglienti criteri estetici e ideali. Il sentimento, adesso, è quello della solitudine.

I Coen di Inside Llewyn Davis sono quelli di Barton Fink, già opera opprimente e sospesa con Goodman ad offrire uno sguardo sull’inferno. Quelli di Fratello dove sei, naturalmente per l’amore dei gorgheggi folk, e per l’ispirazione omerica. E quelli di A Serious Man, probabilmente uno dei loro capolavori più sottovalutati. Come per A Serious Man, per apprezzare A proposito di Davis occorre non essere pigri. Nella libera biografia di Dave Van Ronk, folk singer poco noto a cui Davis s’ispira, sono indecifrabili i rapporti fra causa ed effetto. Questo rende romantico lo smarrimento di Llewyn che, da parte sua, assicura una perfetta coerenza nelle scelte e nel comportamento, assicurandosi in questo modo gran parte della sua solitudine. Nei Coen non esistono fortuna e sfortuna, ma la coincidenza (letteralmente) con cui il caso imprime il proprio marchio sull’esistenza.

Davis suona e canta musica folk, storie che hanno sfiorato tutti in ogni tempo, scritte da lui e da altri. “Se non è mai nuova e non è mai vecchia, allora è una canzone folk”. Il motivo dell’odissea di Davis è, come in tutte le odissee (modello richiamato direttamente dal nome del gatto), il viaggio, che non può avere inizio né fine, ma incontra figure, altri uomini perduti, uomini dietro la scrivania, uomini che si cacano addosso, e strade notturne spazzate dalla neve. Il racconto, circolare, offre molti più spunti, idee ed emozioni dello svolgimento lineare di una sceneggiatura più confortevole. Llewyn Davis, come The Wolf of Wall Street, è il cinema, e da che io ricordi ho sempre voluto essere Llewyn Davis.

Movie-poster-Shirley-IIHIHNei cinema, in alcuni cinema e in determinati momenti, si vede anche Shirley, che invece viene dalla pittura. Il film dell’austriaco Gustav Deutsch attraversa quarant’anni di storia americana – dai ’30 ai ’60 – attraverso la ricostruzione di tredici dipinti di Edward Hopper. Al centro della scena una donna, Shirley, che, nella sua immutabilità pittorica, intreccia le proprie esistenze col racconto della guerra, del maccartismo, del suo rapporto con il teatro e il tradimento di Elia Kazan, dei pensieri di una maschera durante la proiezione di un film, della vita con un reporter, e naturalmente del sentirsi avvolta dalla luce tagliata da una finestra. Il film di Deutsch è piano, complesso, affascinante. Prima di tutto dal punto di vista estetico, nella ricostruzione dei quadri riposta nei colori pieni, le linee nette di luci e ombre, il movimento della macchina all’interno del quadro, il cambiamento d’inquadrature e la ricerca di dettagli, rimanendo sempre nell’ambito di quanto è visibile nell’opera originaria. Alla base del progetto c’è il mito della caverna, il destino di personaggi coscienti rinchiusi in un ambiente e in costante dialogo con il fuori campo. La solitudine di Shirley è nei rumori che vengono dall’esterno, a volte surreali, mostri, rombi, sirene e rumore bianco evocati dai suoi racconti e resoconti, mentre all’interno del quadro le persone incarnano solo la loro funzione, senza dialogare fra loro. Una sala piena e perfettamente silenziosa è la condizione ottimale per vedere Shirley.

Tutte le scene di Shirley – visions of reality sono qui.

her slowfilm recensioneDa una donna sempre al centro del quadro a una che non compare mai sulla scena. La protagonista di Her è una voce, quella dell’intelligenza artificiale che Theodore (Joaquin Fenix) sceglie per provare a riempire la propria vita, e lo smarrimento lasciato dal distacco con la moglie. Spike Jonze si conduce in un filone già piuttosto frequentato: da film non particolarmente riusciti come Thomas in Love e S1m0ne, e da altri decisamente più interessanti, come Ghost in the Shell e l’immortale Blade Runner. A quattro anni di distanza dal bellissimo Where the Wild Things Are, alcuni temi di Her, e il titolo in tutto, erano già iscritti nel cortometraggio del 2010 I’m Here, dove una particolare storia d’amore indagava i confini del corpo, dell’individuo e della coscienza.

Jonze è un amante delle scatole cinesi, ma dai primi film per cui non stravedevo il suo stile si è fatto più delicato. Her conserva una struttura fortemente teorica, ma alla forza dell’ancoraggio con il presente, che viene dalla rappresentazione di un futuro tutt’altro che improbabile, unisce la capacità di dare un’anima a tutti i suoi protagonisti. Nel gioco di scatole cinesi di Jonze una delle prime domande riguarda la finzione. Il lavoro di Theodore consiste nello scrivere su commissione toccanti lettere private, e la sua bravura dipende dalla capacità di sapersi fingere altre persone. Persone che, dal canto loro, fingeranno di aver provato e aver saputo esprimere le emozioni presenti nelle loro lettere. Altra finzione è quella di Samantha, la voce femminile, impersonata da Scarlett Johansson, che interagisce in maniera così naturale con Theodore da spingerlo presto a comportarsi come se avesse a che fare con una persona reale. Her tratta i suoi temi con accuratezza e sensibilità, ha il coraggio di non cedere alla tentazione di dare un corpo o un volto alla sua protagonista, ed è in tutto un ottimo film. Denso nei piani, personali, identitari, etici, culturali, che si intrecciano costantemente, riflessione inevitabile ma non banale sul rapporto con la tecnologia e come questa possa offrire soluzioni sufficienti anche in campo sentimentale. E sulla definizione dei sentimenti, della natura (umana), della realtà e della simulazione, Her si muove intelligentemente, con tono malinconico e dando il giusto peso ai dettagli.

Gli altri titoli che ingrossano la corrente sono Blue Jasmine e I Segreti di Osage County.

Inside Llewyn Davis: 4,5/5

Shirley: 4/5

Her: 4/5

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9 thoughts on “Inside Llewyn Davis – A proposito di Davis, Shirley – visions of reality, Her – Lei. Solitudini al cinema.

  1. che perdente, llewyn! picchiato all’inizio e picchiato alla fine. e quando si arrende e decide che il folk é finito, arriva un bob dylan. (non) ha un gatto che forse é morto. forse ha persino un figlio. ha la barba e sempre un bavero da alzare contro il freddo: come si fa a non voler essere lui? cinemissimo!
    ob

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  3. troppa roba in her a mio avviso. c’era hal9000, il vecchio e seminale the lawnmover, un episodio di black mirror, persino un episodio di big bang theory (l’indiamo che flirta con siri…). ci sono spunti sui sentimenti, sul darwinismo, sui media… su tutto! tante tracce, tutte sistematicamente abbandonate. all’inizio speravo che la storia d’amore fosse uno specchietto per le allodole e invece il tema fosse il perturbante di questa donna/non-donna, di quest’uomo solo/non-solo ecc. invece si perde pure questo. poi, èper carità, semrpe un bel film, eh, è solo che dopo un film mi spiace quando sento questa sensazione da occasione perduta.

    ob

    p.s. resta comunque la più agghiacciante rappresentazione possibile della figura della fidanzata: quella che ti controlla il telefono e il pc. qui addirittura controlla tutto il passato in due centesimi di secondo e si mette persino a scrivere le emails al posto tuo. ‘sta stronza.

  4. sono abbastanza d’accordo su her, che ha lasciato anche a me un senso di incompiutezza, specialmente rispetto i molti spunti accennati nella prima parte. Rimane, credo, una buona costruzione generale e, come dici tu, un bel film. Oltre a una conclusione che, anche se trattata anche quella in maniera un po’ superficiale, almeno sceglie una via abbastanza interessante. Ma non andrò a caccia dell’home video, questo è certo.

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