True Detective (Cary Fukunaga, Nic Pizzolatto 2014)

true-detective-posterÈ una cosa bella True Detective, una storia – un fenomeno di massa e nel suo campo epocale – che per due mesi ha affascinato milioni di persone con una alchimia perfetta di sceneggiatura, regia esibita e ambiziosa, luoghi e spazi avvolgenti, e una coppia d’attori, Matthew McConaughey e Woody Harrelson, in quel che si suol definire stato di grazia, pur essendo soprattutto dei dannati, sofferenti. Non mi dilungo in sinossi e (sovra)interpretazioni, che ne è pieno il web, ma mi limito ad appuntare qualche pensiero su una serie di eccezionale qualità, che merita di essere vista e rivista, e una serie io non ho mai avuto davvero voglia di rivederla.

True Detective è una serie antologica, vale a dire che la prima stagione esaurisce quantomeno i ruoli dei protagonisti Rust Cohle e Martin Hart. Otto puntate per un’unica storia: la regia di Cary Fukunaga e la sceneggiatura di Nic Pizzolatto svolgono un grande film, attraverso una costruzione che ricalca i nodi chiave di un lungometraggio, soffermandosi su alcuni passaggi e diluendo le rivelazioni ed evoluzioni emotive, mentre, al contrario di prodotti analoghi, si evita di mettere in scena più volte situazioni similari. True Detective costruisce i personaggi, i rapporti che intercorrono fra loro, fornisce ognuno di un linguaggio, di un’identità, di ossessioni, e per farlo si muove su due linee temporali, una contemporanea e l’altra di diciassette anni precedente, intrecciandole con splendida fluidità, in una eccezionale gestione del montaggio. Rust e Martin raccontano il loro passato e mostrano il loro presente, ricordano quel che sono stati e intanto lo ridefiniscono.

Nell’atmosfera malsana che avvolge l’indagine di uno strano omicidio rituale, tutti abbiamo ricordato il modo in cui Twin Peaks ha rivoluzionato il linguaggio televisivo, nei monologhi nichilisti e freddamente disperati di Rust, tutti abbiamo visto un abisso troppo profondo perché chi lo custodisce ne possa avere piena consapevolezza. Queste impressioni rimangono, e sono anzi la spina dorsale della serie, anche se nell’epilogo prevale una visione più concreta. Altrettanto meravigliosa e reale.

Attraversando un intreccio di indizi, sorvolando sulle paludi della Louisiana e portandoci nelle comunità bayou, definendo il centro esatto della storia con un grandioso pianosequenza in azione che culmina nella cavalcata sonora dei Grinderman, dopo essersi persi in allucinazioni e rimpianti, alla fine, tutto riacquista una dimensione umana. Non c’è dispersione, si scrutano i personaggi all’interno e all’esterno, e ogni immagine ed episodio contribuisce a creare le figure e l’ambiente. Spazi sconfinati soffocanti nella loro desolazione, spazi angusti trasformati in porte d’accesso agli inferi, dall’intrecciarsi morboso di oggetti e resti; ogni cosa è in relazione con le altre e rispecchia il suo opposto, l’interno esprime l’esterno e viceversa. Tutto quanto si vede durante la serie è uno stralcio di realtà e di alcune vite, collegate a eventi che rimangono nella memoria, o nel fuori campo, o in quello che verrà. Non necessariamente quel che non si vede non esiste, né quel che si vede deve trovare un principio e una soluzione. Innovativo, postmoderno nell’esasperare i canoni della narrazione e ricalcare da modelli i ruoli degli attori, True Detective è pienamente riuscito quando iscrive tutto questo nella forma di una conclusione classica, fra Cimino e la murder ballad densa di sangue, polvere e parole stanche, come la bellissima sigla d’apertura.

(4,5/5)

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2 thoughts on “True Detective (Cary Fukunaga, Nic Pizzolatto 2014)

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