Top of the Lake (2013), la miniserie esistenziale – investigativa di Jane Campion

top_of_the_lake_2d_lum_n_742Anche Top of the Lake è una miniserie, sette puntate di investigazione sui generis, con una forte presenza e caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente, fino alla realizzazione di una stretta interdipendenza fra gli stessi. L’anche iniziale si relaziona, inevitabilmente, a True Detective, e la visione di Top of the Lake è nata dall’esigenza di trovare qualcosa che prolungasse la partecipazione generata dal migliore appuntamento seriale degli ultimi anni. L’ormai (da tempo) accertato salto qualitativo delle serie si accompagna alla perfezione – almeno per quelli che sono i miei gusti – alla breve periodicità e alle stagioni autoconclusive, specialmente quando, come in questi due casi, il progetto è in mano a poche figure chiave. Top of the Lake, prima produzione seriale di Sundance Channel, è in tutto un’opera di Jane Campion, che ha scritto (con Gerard Lee) e diretto (con Garth Davis) ogni episodio. Il risultato è un film lungo, che può permettersi di indugiare sulla costruzione dei luoghi e delle sensazioni, e anche di adottare una certa ricorsività.

A quattro anni dal (fin troppo) romantico Bright Star, la Campion torna per giocare in casa. La cittadina di Laketop in Nuova Zelanda, circondata da laghi, montagne, boschi, spazi vuoti e freddi, e fotografata da Adam Arkapaw (Animal Kingdom e, guarda un po’, True Detective), è subito un luogo avvolgente, inglobante, al tempo stesso inospitale e necessario, e i campi lunghi e desaturati su cui si muovono i personaggi come in stato d’incoscienza, o di rapimento, incarnano l’aspetto più suggestivo di Top of the Lake (e ricordano, in maniera più tagliente e meno panica, gli smarrimenti australiani di Picnic ad Hanging Rock).

Il motore dell’azione è nella sparizione di una ragazzina, Tui, giovanissima futura madre. Ad investigare Robin – Elisabeth Moss (da Mad Man), tornata nel luogo di nascita anche per fare i conti con un passato tutt’altro che risolto, mentre a definire la storia e il suo mondo sono due figure che si fronteggiano a distanza: Peter Mullan nei panni di Matt, incarnazione dell’anima corrotta del paese e padre di Tui, e Holly Hunter come GJ, una donna carismatica e disillusa, a capo di una comunità femminile stabilitasi su un terreno chiamato Paradise, di proprietà di Matt.

In Top of the Lake trovano spazio e si intrecciano molte vite e molti livelli: dalla concreta linea investigativa, a confronto con le ferite che dal passato ancora si perpetuano, ai rapporti familiari e gli orrori che si nascondono, diffusi, all’interno della comunità. Uno degli elementi più interessanti, e suggestivi, che guida dall’alto la visione complessiva, è proprio nel confronto fra uomo e donna, fra i due gruppi guidati rispettivamente da Matt e GJ. Per quanto sia rimarcata la violenza nell’indole maschile e il sostegno reciproco in quella femminile, la Campion regala un certo grado di ambiguità ad entrambi, ed è poi proprio in quello spazio indefinito che s’intravede il contatto fra i due mondi. Per quanto violento e sconsiderato, Matt non è libero da dolori e rimpianti, mentre GJ – personaggio molto affascinante, anche se limitato nella presenza – non manca di stupire le proprie “adepte” proponendo soluzioni radicali, estremamente pragmatiche, concentrandosi costantemente sulle esigenze e la forza del corpo, piuttosto che su astratte cure spirituali. Il corpo, e anche il martirio dello stesso nel caso di Matt, è quanto unisce i personaggi alla natura; è un legame tutt’altro che idilliaco, è un vincolo reale, ineluttabile, che da parte sua ha la forza della certezza e dell’inevitabilità.

In questa dialettica avvolgente e globale si muove Top of the Lake, abbracciando uno stile realista fatto di osservazioni distanti e atmosfere abitate dai soli suoni di quel che esiste, e lasciando spazio a comportamenti a volte slegati dalla plausibilità logica. Come se la pressione del tempo e della realtà non avessero sempre la stessa intensità, a una messa in scena semplicemente descrittiva si preferisce la rappresentazione, anche semplificata ma pervasiva, costante, delle pulsioni umane.

(4/5)

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5 thoughts on “Top of the Lake (2013), la miniserie esistenziale – investigativa di Jane Campion

  1. nulla da aggiungere al tuo commento, perfetto come sempre. in realtà volevo sapere che pensi della protagonista. se è profilmica, per intenderci.
    ob

  2. troppo buono, dotto’ (fino alla prossima occasione per prenderci a capelli). la protagonista la conoscevo per mad man, dove fa la femmina creativa nel mondo pubblicitario maschilista e spregiudicato degli anni 60. qui è più profilmica, e lei credo sia pure abbastanza brava, però a me non fa impazzire. è un tipo alla dana scully, testa e fronte grandi, poco collo, un po’ tozzetta, e poi ha sempre lo sguardo mite e confuso. mentre a noi notoriamente piacciono le cattive ragazze.

  3. ahhhhhhhhh ecco chi mi ricordava, hai ragione, xfiles!!!

    ja, mo’ scrivi i pezzi su von trier e anderson che là può darsi che ci litighiamo!

  4. io la trovo profilmica assai, ma son femmina, potrei essere di parte. mi preme però dire che la prima a (quanto meno) esplicitare la sovrapposizione con la tizia di x-files son stata io u_u

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