The Congress (Ari Folman 2010)

20130614102254-TheCongress_PosterDefPassato ingiustamente inosservato, The Congress è l’opera di Ari Folman che segue Valzer con Bashir. Metà live action e metà animazione, si tratta di un film singolare, apertamente politico, affascinante e ricco nelle invenzioni visive, e libero, diretto, nella costruzione dell’intreccio.

Nasce dalle vicende di Robin Wright, nei panni di se stessa, attrice bruciata cui viene proposta una totale digitalizzazione. Una scansione della figura e delle emozioni, per ottenere una performer disposta a tutto e immune all’invecchiamento. Si tratta solo del primo passo di un film che in forma sempre più estesa e lisergica affronta la manipolazione delle masse e dei desideri, la cancellazione dell’individualità, il culto della personalità, lo sfaldamento della realtà, la tentazione a rinchiudersi in un sogno, e naturalmente il peso del tempo e delle sconfitte.

Prendendo spunto da Il Congresso di Futurologia di Stanislav Lem (autore di Solaris), Folman attinge a piene mani dal repertorio fantascientifico e lo ibrida con le più varie associazioni pittoriche e pop. Nel mostrare l’autoinganno di un mondo decaduto che vive nei propri sogni torna a Matrix (ai riferimenti che diedero via a Matrix, fra i primi il mito della caverna), nell’ampio uso di droghe e la mutevolezza delle immagini può ricordare A Scanner Darkly. Nelle folle sfrenate di avatar si scorge Bosch assieme a Ralph Bakshi e ai Looney Toons schizzati degli anni ’50, star e icone di ogni tempo, il tutto immerso in un mare fatto di piante e colori in continua mutazione.

Come ai vecchi tempi, The Congress è un film con un messaggio, anzi con molti messaggi legati fra loro, e se da una parte la realtà viene trasfigurata dai disegni e la fantasia dell’autore, per mettere in scena la propria militanza la scelta è quella di non girare attorno alle cose. Così troviamo un potente imbonitore di folle dal nome Reeve Jobs e il volto di Bill Gates, e la Miramount è la casa di produzione cinematografica che nel corso dei decenni contribuisce a trasformare lo spettatore in un riflesso dei propri desideri, riuscendo a rendere merce disponibile qualsiasi sensazione e apparenza. È bello e sincero questo approccio naif, che procede per accumulazione e riesce sempre a conservare una sofferenza di fondo e un doloroso senso di impotenza. Perché The Congress è soprattutto un film molto, molto triste, di quelli che rimani un po’ stordito a osservare i titoli di coda, mentre cerchi di riordinare i pensieri.

In sala dal 12 giugno

(4/5)

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