Femen – Ukraine Is Not a Brothel (Kitty Green, 2013), Stop the Pounding Heart (Roberto Minervini, 2013), dal 10° Biografilm Festival

femen slowfilm recensionePubblicato su Bologna Cult

Dalla decima edizione del Biografilm Festival due film molto diversi, ma anche due modi di riflettere sulla condizione delle donne, muovendosi fra modalità rappresentative distanti, entrambe efficaci e coinvolgenti.

Femen – Ukraine Is Not a Brothel (L’Ucraina non è in Vendita), sarà al cinema Arlecchino sabato 7 giugno alle 19.00 e mercoledì 11 alle 18.00, all’interno della sezione del Biografilm Contemporary Lives. Kitty Green ha seguito il movimento femminista ucraino per un anno e mezzo, e ha realizzato un documentario che riesce a restituire la complessità che si cela dietro un’idea esteriormente semplice. Celebre anche in Italia, il gruppo nato nel 2008 ha trovato spazio sui media protestando a seno scoperto contro la società maschilista e patriarcale ucraina, per aprirsi poi ad altri argomenti sociali e muoversi di volta in volta contro gli europei di calcio, contro Aleksandr Lukašenko, en passant contro Silvio Berlusconi. Manifestazioni in topless, sintetici slogan scritti sulla pelle, le proteste di queste ragazze si concludono invariabilmente con la polizia che le porta via di peso.

Se le immagini, i messaggi, i metodi sono semplici e immediati, Kitty Green sa muoversi con sicurezza sui piani più nascosti e interessanti della vicenda, dove tutto si fa molto meno lineare. La prima parte si concentra sull’impatto generale, sulla protesta femminista contro una società, e un’Europa, che vedono le donne ucraine come una merce, dei corpi da sfruttare. Si racconta una manovra di comunicazione tutto sommato efficace, messa in atto da ragazze consapevoli, coraggiose performer. I media anche italiani, d’altronde, si sono dimostrati disposti a diffondere le dimostrazioni delle Femen come effettive azioni di protesta, pur confinandole e identificandole quasi sempre nello spazio di gallery fotografiche.

Gradualmente il film si avvicina alle storie personali, e attraverso queste ricostruisce anche la vera storia di Femen. A guidare il gruppo e pianificare le azioni, e sostanzialmente a comandare le ragazze è un uomo, Viktor, anche lui intervistato dalla Green, che si sofferma sul suo sguardo spiritato. Su “confessione” di Viktor, che dimostra di saper fomentare la discussione con una certa scaltrezza, le Femen vivono il paradosso di combattere un sistema maschilista attraverso un’organizzazione patriarcale a sua volta, e il demiurgo del gruppo indica se stesso come il frutto di una società guasta, il prototipo del nemico che le Femen combattono.

C’è moltissimo spettacolo nella storia di Femen, indissolubilmente intrecciato con vite reali, che scopriamo attraverso i racconti in primo piano fatti da donne del tutto consapevoli, innegabilmente coraggiose, protagoniste di un corto circuito che gioca sulla continua esplicitazione delle contraddizioni. Tutto è molto trasparente, le ragazze ricostruiscono con lucidità la loro condizione e le loro motivazioni. Lo stesso film, nel suo impianto complessivo, si configura come una spirale, e nel finale sembra non voler negare del tutto il valore comunicativo e sociale dell’operazione, insinuando l’idea che se il movimento invece di un padre avesse, più logicamente, una madre, le azioni sarebbero percepite come maggiormente legittime e coerenti, pur conservando sostanzialmente la stessa forma e finalità.

Il lavoro di Kitty Green è in oscillazione fra le storie individuali, la piccola storia del gruppo e l’operazione di risonanza mondiale; e ancora fra il racconto di un atto dimostrativo che viene (inevitabilmente) colto dai media nella sua esteriorità, e la realtà da cui quell’atto nasce. Femen è un’opera, completa, compiuta, definita, su una storia che ha molti aspetti non definibili.

Con retrogusto amaramente kusturiziano – ricordate Pit Bull, sparata nell’auto del pappone di Gatto Nero Gatto Bianco? – il film inizia e finisce con la dance barocca di Rasputin.

stop the punding heart slowfilm recensioneNell’ambito di Best of Bio, venerdì 6 giugno l’Odeon ha riproposto Stop the Pounding Heart, documentario di Roberto Minervini vincitore del David di Donatello. Film avvolgente, magnetico, che porta lo spettatore in una comunità rurale del Texas, dove troviamo Sara, che assieme ai suoi numerosi fratelli è cresciuta dai genitori, allevatori di capre, secondo i rigidi precetti della bibbia. Se nel film di Kitty Green tutto viene detto, qui tutto viene mostrato, e la storia si svolge nei boschi fitti, nella aie fangose, negli sguardi e sui volti dei protagonisti. Per il ruolo di primo piano che ha la natura, al contempo pervasiva e distante, sarebbe semplice (e spesso è stato fatto) evocare Malick, le sue rappresentazioni poetiche e intense. Ma la natura di Stop the Pounding Heart non è poetica come quella di Malick, che alla scoperta del vento, degli spazi, degli elementi porta dei personaggi che vengono dall’esterno, come ne La Sottile Linea Rossa, oppure idealizza la Natura in una eterea figura femminile, a completare l’apparato teorico del regista, come in The Tree of Life o I Giorni del Cielo.

La natura che ci mostra Minervini è il luogo sì vivente, ma delimitato e delimitante, drammaticamente concreto, in cui i protagonisti del film sono nati e cresciuti. Una realtà dove i bambini che giocano nel fango sembrano prigionieri di una bolla, dove lo svago principale, che tu sia un allevatore o una donna prossima al parto, consiste nello sparare ai bersagli con armi di vario calibro, dove i genitori impartiscono a tutti i loro figli un’educazione casalinga, cristiano conservatrice, i cui insegnamenti fondamentali sono rivolti a soffocare il desiderio di fuga. Si configurano come due poteri, la natura e la religione, due ordini di regole che si intrecciano, ognuno a completare la recinzione dove l’altro potrebbe presentare delle debolezze. In questo, risulta ancora più arcaica e soffocante la condizione delle donne, racchiusa nei discorsi che la madre di Sara fa a sua figlia, ricordandole come la Bibbia identifichi nella donna uno strumento la cui finalità sia aiutare l’uomo, in riconosciuta e consapevole sottomissione.

Minervini realizza un documentario di finzione, con i protagonisti che portano avanti la propria vita come in assenza della macchina da presa, ma non spinge la costruzione di un intreccio così avanti da compromettere il valore puramente documentario del film. Mostra un mondo, i suoi colori, gli animali, le sfide e i brevi racconti di esistenze ai margini, mostra una luce mai limpida e lascia trasparire, attraverso i desideri di Sara, una possibile evoluzione degli eventi, ma consentendo al film di conservare il suo attaccamento all’arco temporale limitato, senza forzarlo.

Il documentario, privo di colonna sonora extradiegetica, inizia e finisce con il silenzio abitato dai belati delle capre e le folate di vento, prolungato sui titoli di coda che passano su schermo nero.

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